Run: recensione del thriller psicologico con Sarah Paulson e Kiera Allen

Il genere del thriller psicologico è forse quello che si presta di più ai cliché. Ciò è dovuto, soprattutto, al fatto che le possibilità del genere sembrano essere state ormai quasi del tutto esplorate. Forse solo fra qualche anno, quando il cambiamento che sta intraprendendo la nostra società sarà più visibile ed esplicito, si riuscirà ad avere una precisa cognizione di quali film hanno portato avanti un discorso sul genere e sulla nostra società destinato a rivelarsi in futuro ancora attuale e quali no.
Run, secondo film di Aneesh Chaganty uscito in Italia a tre anni dall’esordio Searching, distribuito da Lucky Red, è un thriller che potrebbe tranquillamente rientrare in entrambe le casistiche che sono state appena elencate.

Trama

Sarah Paulson abbraccia Keira Allen in Run

Una madre (Diane, Sarah Paulson) cresce per diciassette anni nella propria casa, isolata dal resto del mondo, una figlia paraplegica (Chloe, Kiera Allen) che, oltre a essere paralizzata, soffre di vari disturbi cronici. Quando la giovane deve però abbandonare il nido di casa per andare al college dopo anni di home schooling il rapporto fra madre e figlia inizia vertiginosamente a incrinarsi.

Una storia di isolamento e farmaci

Keira Allen e Sarah Paulson in una scena del film

Vedere un film come Run in un periodo come quello pandemico in cui ci troviamo da più di un anno influisce non poco sulla fruizione del film.
La storia infatti si svolge prevalentemente nell’ambiente, apparentemente accogliente, ma sin dall’inizio percepibile come ostile, di una villa isolata nello Stato di Washington. La protagonista, interpretata da Kiera Allen, è una reclusa che non ha mai conosciuto il mondo esterno e che vive in stretta dipendenza di una madre premurosa che le procura i farmaci e la segue passo passo nel suo percorso di formazione.

Il tema dell’isolamento, caro vecchio clichè di molti thriller psicologici sin dai tempi di Shining, trova un elemento di novità soprattutto nell’utilizzo, come tema portante, dei farmaci. Sono proprio questi prodotti che innescheranno la catena di eventi che porterà l’apparente idillio familiare in un vero e proprio incubo senza risveglio
Pur non essendo certamente il primo film a presentare tali elementi, Run riesce sicuramente a far assurgere i farmaci come perno di una narrazione e, implicitamente, a denunciare uno stato di impotenza di un malato di fronte a una situazione che lo vede, inevitabilmente, dipendente da un’altra persona e da alcuni medicinali.

Aneesh Chaganty ha successo nell’individuare come perno del propro film il venire a mancare della fiducia fra l’accudito e l’accudente. I risvolti psicologici di tale evento vengono resi con una giustificata escalation di tensione, gestita egregiamente dal regista grazie a un ottimo processo di accumulazione, che diventa il principale punto di forza di Run.
Più che alla creazione di un quadro complessivo, infatti, Aneesh Chaganty si concentra sul rendere al meglio la rottura del rapporto fra madre e figlia, fatta di iniziali dubbi, poi di inquietudine, di tormento e, infine, di vero e proprio terrore.

Un film che va oltre le barriere

Primo piano di Sarah Paulson in Run

Il principale elemento di interesse di Run è lo stato di Chloe, paralizzata e quindi apparentemente costretta a una vita di dipendenza dagli altri. Il fatto che la giovane sia interpretata poi da Kiera Allen, attrice realmente paraplegica, accresce sicuramente l’immedesimazione dello spettatore nei dubbi e nelle difficoltà del personaggio.
Run è, soprattutto, un film di barriere. La barriera è, innanzitutto, la casa delle due protagoniste, un limite invalicabile oltre il quale si apre un mondo sconosciuto. Barriere sono inoltre quelle che impediscono a Chloe di accedere a una connessione internet o di avere effettivo controllo dei farmaci che prende.
Ma sono soprattutto le barriere architettoniche a costituire il fulcro della vicenda.

Nell’incipit del film si nota infatti sin da subito l’attenzione riposta dal regista nell’allertare lo spettatore che non tutte le cose vanno per il verso giusto. Dopo un’inquadratura che mostra, prima ancora della ragazza protagonista, un manichino, ci si può fare sin da subito una domanda potenzialmente inquietante: per quale motivo una figlia paraplegica dovrebbe vivere al secondo piano di una casa?

Il seme del dubbio viene instillato dal regista sin dalle primissime scene, un seme destinato a fiorire ben presto, ma che mette subito in chiaro di essere dinnanzi a un film che fa delle barriere, del superamento e del non superamento di esse un elemento fondante del film.

Due ottime interpreti per un film che non riesce a evitare i cliché

Kiera Allen a bocca spalancata in Run

Nonostante questi elementi che, pur non essendo del tutto nuovi, sono resi con coerenza e con una discreta dose di originalità, Run, soprattutto nella seconda parte, cede un po’ troppo nei cliché del genere di film che trattano il rapporto di ossessione che si instaura fra una madre e una figlia e, più in generale, negli espedienti narrativi propri del thriller psicologico.
Ciò indebolisce sicuramente la profondità del film, che lascia l’introspezione delle due protagoniste decisamente in secondo piano preferendo la creazione, ben riuscita, di un’atmosfera di terrore.

Aneesh Chaganty, sotto questo aspetto, non riesce ad andare oltre al suo brillante film di esordio, Searching, film sperimentale girato dal punto di vista degli schermi di smartphone e computer che riesce bene ad andare oltre gli stereotipi del thriller per offrire allo spettatore una visione originale della nostra contemporaneità.
Va comunque riconosciuta al regista una capacità di gestire i tempi narrativi, i colpi di scena e le improvvise evoluzioni della narrazione non comune a chi si avventura nel genere del thriller psicologico. Chaganty riesce infatti a tenere altissima la tensione fino alla fine e a far focalizzare l’attenzione dello spettatore sui principali elementi del film fino all’ultimissima scena.

Merito di ciò sono, soprattutto, le due attrici. La ormai veterana nel genere Sarah Paulson (American Horror Story, Ratched), perfettamente a suo agio quando si tratta di interpretare personaggi psicologicamente, affianca l’esordiente Kiera Allen. La giovane attrice riesce a proiettare nel proprio volto l’angoscia e il terrore di una ragazza che si trova improvvisamente a vivere un incubo. Grande deve essere stata la sua immedesimazione nel personaggio, immedesimazione che si riflette perfettamente anche nel pubblico, che ha buon gioco nel sovrapporsi al suo modo di vedere il mondo e a vivere il suo stesso incubo.

Un thriller che tiene con il fiato sospeso fino alla fine

Kiera-Allen-in-sedia-a-rotelle-in-farmacia

Il thriller riesce inoltre a mantenere sempre intatta la propria credibilità per tutta la durata, evitando trovate che vanno contro la logica degli eventi e riuscendo a dare un senso anche a scene che, potenzialmente, potrebbero esserne prive.

Il risultato è un film che intrattiene e che, pur nella prevedibilità di alcuni colpi di scena, è in grado di garantire un’ora e mezza di puro terrore. Può rimanere, a fine visione, il rammarico per alcune potenzialità della trama che non sono state sfruttate al massimo, ma ciò non influisce più di tanto nella godibilità di un thriller che fa bene il proprio mestiere: terrorizzare.

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