Rocco e i suoi fratelli, il romanzo popolare di Visconti: la recensione

Rocco e i suoi fratelli, capolavoro del grande regista italiano Luchino Visconti, torna al cinema in occasione dell'anniversario della casa di produzione Titanus. La storia di una famiglia di emigranti italiani del Sud Italia portati alla disgregazione durante il boom economico.

La stazione centrale di Milano apre il capolavoro di Luchino Visconti, uno scenario che prometteva speranze, sogni, la possibilità di cambiare vita a chi proveniva dal Sud Italia, accolti dalle vetrine e dalle luci accecanti del capoluogo lombardo. Rocco e i suoi fratelli torna al cinema dall’11 al 17 luglio in versione restaurata grazie a Nexo Digital in quanto uno dei massimi rappresentanti della Titanus, casa di distribuzione italiana fondata a Napoli nel 1904 da Gustavo Lombardo e che in centoventi anni di storia ha portato in sala oltre 1500 titoli, tra i quali proprio il film di Visconti del 1960.

Una di quelle storie che parlano degli usi e costumi del tempo, che mostrano il passaggio generazionale con tutte le difficoltà che comporta, soprattutto territoriali. Uno delle più grandi opere del ‘900, un romanzo cinematografico popolare a tutti gli effetti, alla pari dei grandi testi del secolo e dei drammi del secolo precedente, per come riesce a raccontare l’urbanizzazione e le periferie, la famiglia e l’individuo. Il regista milanese si discosta parzialmente dal neorealismo abbracciando il melodramma e la tragedia, risultando appunto una mescolanza di Dostoevskij e Mann ma anche di Verga su pellicola.

Di cosa parla Rocco e i suoi fratelli

Rocco e i suoi fratelli racconta le vicende dei Parondi, una famiglia lucana emigrata nella grande Milano per raggiungere il primogenito Vincenzo, ormai stabile al Nord e prossimo alle nozze con Ginetta. Qui ognuno dei fratelli intraprende il proprio percorso: Rocco inizia a lavorare in una lavanderia, Ciro in fabbrica, Luca rimane a casa con la madre e Simone intraprende una carriera nella boxe. Gli sviluppi personali e di famiglia, l’incontro con peculiari personaggi, su tutti la prostituta Nadia, alimentano tensioni interne portando alla disgregazione dei Parondi.

In particolare il rapporto maggiormente messo a dura prova è quello tra Simone e Rocco, con il primo sempre più tendente ad atteggiamenti violenti e ingannatori che lo portano verso la demolizione di sé stesso. Nonostante questo Rocco insiste nel suo tentativo di salvare il fratello e riunire una famiglia incrinata, sfilacciata, e coinvolta, schiacciata, dal boom economico, la cui unità è legata ai caldi e nostalgici ricordi lucani sepolti e persino rinnegati dalla freddezza milanese.

Milan l’è un gran Milan

Alain Delon e Annie Girardot in una scena del film Rocco e i suoi fratelli

Luchino Visconti racconta innanzitutto la sua Milano, lui che vi è nato e cresciuto, servendosi però di un diverso punto di vista, di chi dalla grande città è giudicato, allontanato e inevitabilmente assorbito. La questione meridionale con tutte le difficoltà del caso sono il traino del film (la condizione, l’adattamento, l’integrazione) che pur rappresentando una realtà sociale è volto a indagare i rapporti familiari di una famiglia, sì meridionale, ma soprattutto italiana e delle sfide che vi si dipanano dinanzi.

Il miracolo economico è quindi raccontato ma l’attenzione del regista è seguirne le conseguenze all’interno delle case, dei rapporti complessi e delicati dei suoi protagonisti. Rocco e i suoi fratelli si inserisce anzi, è tra gli apripista del filone con Fellini e la sua Dolce Vita, anticipando il tema diversamente trattato anche da De Sica e Risi. Un’Italia apparentemente prospera, felice, finalmente uscita dalla crisi del dopoguerra ma in realtà corrotta e dove gli italiani risultano smarriti e in cerca di una propria strada.

Una famiglia sul ring

Spiros Focas, Max Cartier, Alain Delon e Renato Salvatori in una scena del film Rocco e i suoi fratelli

Come altri dopo di lui, basti pensare a Toro scatenato di Martin Scorsese (qui la nostra recensione per il ritorno in sala in versione restaurata), lo sport, in questo caso ancora la boxe, anche se meno presente, è metafora della vita che come un ring ti porta costantemente sulla difensiva e costringe a sfoderare il miglior montante possibile per non finire al tappeto. A indossare i guantoni sono i componenti della famiglia Parondi, sfidati dal viaggio, dal cambiamento ma anche sfidanti tra loro stessi, con i round scanditi dalle cinque parti in cui è suddiviso il film con i nomi dei cinque fratelli.

Posizionati ai rispettivi angoli troviamo Rocco, più sensibile e romantico, interpretato da un giovane Alain Delon che con Visconti collaborerà nuovamente ne Il Gattopardo (altro film che racconta la contemporaneità ma attraverso il passato), poi Simone, baldanzoso ma fragile interpretato da Renato Salvatori, Vincenzo da Spiros Focas, Luca da Rocco Vidolazzi e Ciro da Max Cartier. A supportare o interferire nelle dinamiche sono Annie Girardot nel delicato e magnetico ruolo di Nadia, Katina Paxinou in quello di Rosaria Parondi e Claudia Cardinale, qui Ginetta moglie di Vincenzo, che continua la sua ascesa attoriale.

Rocco e i suoi fratelli può quindi contare su un cast in grande spolvero, su un comparto tecnico impeccabile espresso da un bianco e nero splendido, per l’ennesimo titolo d’autore prodotto dalla Titanus. Un capolavoro senza tempo, uno degli apici del nostro cinema ad aprire una delle decadi più prolifiche, che con i tipici tratti della tragedia dipinge impietosamente l’Italia racchiusa nella fredda Milano. Visconti porta così avanti la sua idea di cinema, influenzato dai grandi autori letterari, realizzando il suo romanzo sul popolo e per il popolo.

Facebook
Twitter