Road House, recensione: nostalgia canaglia e botte da orbi

Sono trascorsi 35 anni da quando Patrick Swayze ha difeso con i pugni e con i denti il road house più famoso del cinema. Ora i tempi sono cambiati e il testimone è passato in mano a Jake Gyllenhaal, un testimone che pesa come un macigno, difficile da reggere sulle spalle.
Jake Gyllenhaal e Conor McGregor nel poster del film Road House

La prima cosa che, chi scrive, ha pensato in merito a Road House sono le parole che Brian Griffin utilizza per descrivere il film: “tutti i problemi si risolvono con un calcio”. I Griffin hanno così coniato una delle loro gag più famose, mentre dall’altro lato hanno detto l’ennesima grande verità. Perché nel mondo di Road House la risposta a tutto è sempre un calcio ben assestato. Era così nel 1989 nel film di Rowdy Herrington ed è così ancora oggi nel recente remake diretto da Doug Liman.

Il cineasta non è nuovo nel mondo dell’action. A lui dobbiamo pellicole come Bourne Identity e Edge of Tomorrow. Da grande fan del cult col compianto Patrick Swayze, Liman porta in scena una rivisitazione moderna dell’opera diretta da Herrington. Questa volta a vestire i panni del protagonista è Jake Gyllenhaal che torna a vestire i panni di un lottatore, ma non di boxe come in Southpaw bensì di MMA. Le somiglianze tra i due film si fermano all’incipit, percorrendo da subito strade ben diverse. Scelta questa dovuta anche ai 35 anni che separano i due film.

In questo remake il nostro protagonista è Elwood Dalton (James Dalton nell’originale), un ex lottatore di MMA caduto in disgrazia. Mentre si guadagna da vivere con lotte clandestine, Dalton viene avvicinato da Frankie, proprietaria di una roadhouse nelle Florida Keys, arcipelago del sud-est degli Stati Uniti. L’uomo viene assunto come direttore e buttafuori del locale, frequentato solo da teste calde e criminali che seminano terrore. Ma quello che Dalton pensava sarebbe stata un nuovo inizio, si trasforma ben presto in un turbine di violenza.

L’eredità di Road House

Per quanto il film del ‘89 non si possa lontanamente considerare un capolavoro, e per quanto oggi un film del genere verrebbe massacrato dal pubblico, diversi elementi hanno fatto sì che nel tempo diventasse un cult degli anni ‘80. Road House del 2024 cerca di seguire questa scia, proponendo un titolo che lascia da parte tutto ciò che oggi verrebbe considerato discutibile. Ciò che viene fuori è un lungometraggio per certi aspetti convincente, ma che per altri non regge il confronto con l’originale.

Forse aveva ragione Peter Jackson quando disse che Jake Gyllenhaal era il peggiore attore che avesse mai visto, o forse stava solo esagerando. Certo è che, nonostante di cazzotti ne tiri parecchi, la sua interpretazione è eccessivamente legata a quella di Swezey. Elwood Dalton rimane così ingabbiato nell’ombra del suo predecessore, riuscendo a surclassarlo solo in termini di scazzottate da bar. A differenza però della controparte anni ‘80, il nostro protagonista possiede uno spirito da anti eroe, tormentato dal suo violento passato e dal dilemma se sia giusto usare o meno la violenza in casi estremi.

Ad eclissare l’intero cast ci pensa un malatissimo Conor McGregor, qui nei panni di Knox, psicopatico ingaggiato per uccidere Dalton. The Notorious si sa, è un personaggio discusso. Nonostante si trovi per la prima volta dietro una macchina da presa, McGregor riesce a stupire, catturando tutta l’attenzione su di sé. Questo non è però merito di chissà quali doti recitative. Non è assurdo vederlo a proprio agio nei panni di uno psicopatico. Knox ricalca in tutto è per tutto il personaggio che il lottatore si è costruito negli anni, solo che questa volta non è l’ottagono il palco scelto da McGregor per il suo spettacolo.

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Jake Gyllenhaal in una scena del film Road House

Road House non cambia registro solo con il suo protagonista. A differenza dell’originale, i cui toni mantengono una certa serietà per la maggior parte del tempo, il remake si lascia andare ad uno spirito più ironico, assecondando così personaggi più scanzonati. Questo a discapito dell’atmosfera romantica, quasi assente rispetto al suo predecessore. Ciò che invece è onnipresente è la chiave action.

Ancora più violento e spettacolare, forte della presenza di un vero lottatore di MMA sul set, il film spinge sull’acceleratore, regalando sequenze nelle quali ogni colpo è perfettamente scandito da un sonoro coinvolgente. Le coreografie rapide, imprevedibili e alle volte arricchite da complessi movimenti del corpo restituiscono un dinamismo eccezionale. Il tutto si completa con qualche piccola intuizione di regia che, nonostante una CGI abusata e non sempre ottimale, confeziona un pacchetto completo per tutti gli appassionati dei combattimenti.

Per tirare le somme, il nuovo lungometraggio di Liman rimane nell’ombra del cult con Patrick Swezey, presentando delle sbavature che avrebbero richiesto una maggiore cura per rendere il titolo un prodotto di intrattenimento completo. Forse l’eccessiva ricerca della spettacolarità non ha giocato a favore del film, che rimane nonostante tutto un ottimo titolo per trascorrere una serata in compagnia. La pellicola potete trovarla su Prime Video insieme alle uscite del mese di marzo. Non dimenticate di lasciare un commento con il vostro pensiero, e soprattutto di accompagnare ogni calcio ben assestato con un sonoro “ROAD HOUSE”.

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