Buenos Aires, 1975. Mariano Guerra è un giovane studente di medicina italiano, animato da solidi principi e convinto di poter cambiare le cose. Arrivato in Argentina con il desiderio di “fare del bene”, si scontra con la repressione politica che precede la dittatura militare. L’anno seguente, infatti, il generale Jorge Rafael Videla prenderà il potere. A causa della sua vicinanza agli ambienti dissidenti, i militari rapiscono Mariano, lo umiliano e lo torturano. Poi lo rinchiudono in un centro clandestino e sfruttano le sue competenze mediche, trasformandolo in un ingranaggio della loro macchina di morte. Mariano rimarrà nelle loro mani per due anni e quarantasei giorni. Per curare quelle ferite, però, gliene serviranno più di trenta. Ritorno a Buenos Aires parte da questa tragica premessa per raccontare il suo percorso di guarigione e redenzione.
Presentato in concorso all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il film racconta il dolore mai sopito di uno dei pochi sopravvissuti a quell’orrore. Nel 2008, dopo trentatré anni trascorsi in Italia, Mariano riceve una convocazione da Buenos Aires. Dovrà testimoniare contro gli ex militari responsabili del suo trauma e della morte di molti amici. Adriano Giannini dà corpo a questo tormentato protagonista. A raccontarne la vicenda è invece un autore che ha conosciuto realmente quella ferita. Marco Bechis nacque a Santiago del Cile da padre italiano e madre cilena di origini franco-svizzere. Crebbe tra San Paolo e Buenos Aires. Il 19 aprile 1977, quando aveva vent’anni, la polizia argentina lo sequestrò e lo rinchiuse nel centro clandestino Club Atlético. In seguito lo liberò e lo espulse dal Paese.
Siamo quindi davanti a un’opera di finzione attraversata da una memoria autentica. L’esperienza di Bechis diventa così il punto di accesso a un trauma individuale e collettivo. Il film si muove fra presente e passato, alternando le strade luminose di Buenos Aires agli spazi oscuri che abitano la mente di Mariano. In questo modo assume quasi le forme di un thriller psicologico. Bechis non vuole soltanto mostrare ciò che è accaduto. Vuole soprattutto indagare ciò che quell’orrore ha lasciato nel corpo e nella coscienza del sopravvissuto. Mariano è una vittima, ma anche un uomo che ha collaborato con i propri aguzzini pur di restare vivo. Il film pone allora una domanda scomoda: fino a che punto possiamo giudicare le sue scelte? E noi, al suo posto, avremmo davvero agito diversamente?
Vittima, sopravvissuto o carnefice?

Il film comincia letteralmente da un ritorno alla vita. A bordo di un’ambulanza, Mariano tenta di rianimare una persona della quale non sappiamo nulla e nulla sapremo in seguito. Ma la sua identità non è importante: ciò che conta è il gesto compiuto dal protagonista, ripetizione quasi rituale di quello che era costretto a fare durante la prigionia. Mariano continua ancora e ancora a strappare corpi alla morte, ma con uno scopo ormai completamente diverso. Nel presente cerca di salvare un uomo affinché possa continuare a vivere; nel passato rianimava i detenuti perché i suoi aguzzini potessero ricominciare a torturarli. Attraverso questa tragica simmetria, Bechis racchiude già nella sequenza iniziale il conflitto del film: la medicina come strumento di salvezza e, allo stesso tempo, come complice della violenza.
Durante la prigionia, Mariano era infatti diventato un collaboratore degli stessi uomini che lo avevano rapito e torturato: una vittima costretta, per sopravvivere, a stringere un patto con il diavolo. Quando gli aguzzini calcavano troppo la mano con i dissidenti, rischiando di ucciderli prima di aver ottenuto le informazioni desiderate, era lui a riportarli nel mondo dei vivi e a riconsegnarli al loro inferno. Era sempre Mariano a somministrare il Pentothal (un barbiturico utilizzato come anestetico) ai prigionieri destinati ai voli della morte, prima che venissero caricati sugli aerei e gettati ancora vivi nell’oceano. Spezzato dalle torture, era stato inoltre costretto a fare i nomi di amici e compagni, indicando inconsapevolmente ai militari i loro prossimi bersagli.
Quando, trentatré anni più tardi, Mariano torna a Buenos Aires per identificare e testimoniare contro gli uomini che lo avevano obbligato a commettere quegli atti, al senso di colpa e al timore di riesumare il trauma si aggiunge un sentimento ancora più paralizzante: la paura. Non soltanto quella di trovarsi nuovamente davanti ai suoi torturatori, ma anche di oltrepassare, quasi senza accorgersene, il confine che separa il testimone dall’imputato. Il processo agli ex militari diventa così inevitabilmente anche il suo processo, chiamandolo a rispondere delle azioni compiute quando ogni possibilità di scelta gli era stata sottratta. A prescindere dalla piega che prenderanno gli eventi, Mariano ha finalmente l’occasione di concludere un percorso rimasto aperto troppo a lungo. Ma testimoniare significa esporsi al giudizio degli altri e, soprattutto, al proprio: quale prezzo dovrà pagare per liberarsi?
Ritorno a Buenos Aires è un ritorno al passato

Ritorno a Buenos Aires è, prima di tutto, un viaggio nel passato. Lo è per Mariano, che torna nella città dove la sua vita si è spezzata e affronta ricordi sepolti per trentatré anni. Lo è anche per Marco Bechis, che riapre una ferita personale mai del tutto rimarginata. Il regista ha però escluso una diretta sovrapposizione tra sé e il protagonista: «Mariano non sono io». Bechis torna in Argentina con una storia diversa dalla propria, anche se nata da un dolore che conosce intimamente. La finzione gli permette così di esplorare ciò che la memoria personale, da sola, non riuscirebbe a raccontare. Il film non ricostruisce quindi la sua biografia, ma restituisce una verità più ampia: quella dei sopravvissuti costretti a convivere con il trauma, la vergogna e la colpa di essere rimasti vivi.
In questo senso, il film segue una strada diversa da Io sono ancora qui di Walter Salles, vincitore del Premio Oscar 2025 come miglior film internazionale. Quest’ultimo ricostruisce la storia reale di Eunice Paiva attraverso il libro di memorie scritto dal figlio Marcelo Rubens Paiva. Ritorno a Buenos Aires, invece, non racconta direttamente la vicenda del suo autore. Mariano è un personaggio di finzione, nel quale Bechis fa confluire esperienze, paure e dilemmi appartenuti a molti sopravvissuti. Questa distanza dalla biografia non rende però il racconto meno autentico o necessario. Al contrario, permette al regista di spingersi nella zona grigia tra vittima e collaboratore, senza vincolare il personaggio alla cronaca della propria prigionia. La verità del film non risiede quindi nella corrispondenza dei fatti, ma nella precisione con cui rappresenta le conseguenze psicologiche della violenza.
Il film costituisce così l’ultimo anello di una lunga catena di film sulla dittatura argentina. In Garage Olimpo del 1999, Bechis mostrava il funzionamento quotidiano e burocratico di un centro clandestino, mentre Buenos Aires continuava a vivere in un’apparente normalità. Con Figli/Hijos del 2001, invece, il regista aveva spostato lo sguardo sulla generazione successiva, raccontando i figli dei desaparecidos sottratti alle famiglie e affidati agli uomini del regime. Il percorso conduce ora dal prigioniero al sopravvissuto e, infine, dal sopravvissuto al testimone.
Un’atmosfera claustrofobica e opprimente

Bechis traduce il tormento interiore di Mariano in una regia che trasforma gli ambienti quotidiani in prolungamenti della sua vecchia prigione. La libertà riconquistata dal protagonista appare soltanto formale, perché ogni spazio sembra pronto a richiudersi intorno a lui. Emblematica è la cena con gli altri sopravvissuti chiamati a testimoniare. Nel ristorante, ormai chiuso, le sedie capovolte sui tavoli costruiscono una trama verticale alle loro spalle. Le gambe di legno ricordano le sbarre di una cella e isolano Mariano all’interno dell’inquadratura. Non occorrono flashback o immagini esplicite della detenzione: è il presente stesso ad assumere la forma del passato. Anche quando si trova tra persone che hanno condiviso il suo dolore, Mariano rimane quindi imprigionato nella solitudine e nel senso di colpa.
Lo stesso principio governa il primo incontro di Mariano con la magistrata che si occupa del caso. La disposizione dei personaggi, la distanza della macchina da presa e il contrasto della fotografia alterano il significato apparente della scena. Mariano dovrebbe trovarsi lì in quanto vittima e futuro testimone, ma Bechis lo mostra quasi come un uomo già sottoposto a interrogatorio. Il suo corpo appare esposto, isolato e schiacciato da uno spazio che anticipa visivamente l’aula di tribunale. La regia rende così percepibile il dubbio che lo tormenta: essere sopravvissuto e aver collaborato con i propri carcerieri potrebbe trasformarlo da accusatore ad accusato. Prima ancora che qualcuno formuli apertamente questa possibilità, sono le immagini a porlo simbolicamente sul banco degli imputati. Mariano non deve soltanto testimoniare contro i suoi aguzzini, ma difendersi dal giudizio degli altri e dal proprio.
Un ruolo decisivo appartiene infine al montaggio, che rifiuta di separare nettamente il presente dal passato. I ricordi irrompono attraverso stacchi rapidi e intermittenti, senza che la fotografia cambi radicalmente o segnali allo spettatore il passaggio temporale. Bechis evita filtri, colori desaturati e altri espedienti convenzionali usati per distinguere i flashback. Le due epoche finiscono così per sovrapporsi, quasi appartenessero allo stesso momento. Un volto, una stanza o un gesto possono riattivare all’improvviso la prigionia e riportarlo accanto alla sua versione più giovane. Il trauma assume quindi la forma di un loop, nel quale ogni ritorno al presente rimane provvisorio. Mariano ha lasciato materialmente il centro di detenzione, ma una parte di lui non ne è mai uscita.
Ritorno a Buenos Aires sorprende per il modo intimo e complesso con cui torna sul tema dei desaparecidos, affrontato da una prospettiva diversa anche in Emilia Pérez. Il film di Bechis si è guadagnato pienamente il proprio posto nel concorso di Venezia 83, pur uscendo senza riconoscimenti dal palmarès ufficiale. Ora il modo migliore per rendergli giustizia è semplice: andare a vederlo al cinema dal 17 settembre, distribuito da Fandango.









