Ripley, recensione: una serie che brilla anche in bianco e nero

Ripley è una nuova serie Netflix realizzata dal premio Oscar Steven Zaillian (per la sceneggiatura di Schindler's List ). Uscita il 4 Aprile 2024, la serie sta già riscuotendo molti successi, grazie alle scelte del regista e all’interpretazione degli attori su cui spicca Andrew Scott nel ruolo di protagonista. Ecco la nostra recensione entusiasta!
Andrew Scott in una scena della serie Ripley

Patricia Highsmith è una scrittrice texana che ha rivoluzionato e dominato il noir, la suspance narrativa e l’inquieta e contraddittoria caratterizzazione dei personaggi dei suoi romanzi. Il più caro all’autrice è proprio Tom Ripley, per cui ha prodotto la “Ripliad” – un ciclo di cinque libri su di lui. Al cinema la storia di Tom è stata allettante per molti registi ed attori: è stato adattato per lo schermo cinque volte. Ripley – che è ora su Netflix – è la sesta volta, è una serie, e non è affatto superflua. Anzi, ne avevamo bisogno.

Chi è Tom Ripley?

Tom Ripley è un po’ Mattia Pascal, un po’ Oliver di Saltburn, un po’ Lupin e pure Frank Abagnale e Rupert Pupkin. Troppi? Non bastano, perché Ripley è caleidoscopico e ha tante personalità quante le lettere che scrive – false – per ingannare la gente e fare i soldi con le truffe. Questo fino a che il signor Greenleaf non lo manda a chiamare: si ricorda che è stato compagno di scuola di suo figlio – Dickie – e ora vuole affidare a Tom l’incarico di convincerlo a lasciare l’Italia e tornare per sempre a casa. Viaggio, permessi a lavoro e spese per il soggiorno? Tutto pagato, Tom non se lo lascia scappare.

Arrivato in Italia trova Dickie su una spiaggia con la sua fidanzata, Marge, e fatica anche a riconoscere Tom quando gli chiede “ti ricordi di me?“. In quel momento, nel primo incontro con Dickie, nella testa di Tom salta qualcosa. La sua imbattibilità, la sua incondizionabilità e il suo successo indubitato nell’ottenere ciò che vuole vengono messi in crisi. Con Dickie non funzionano, Dickie è qualcosa di diverso. Allora Tom vuole diventare Dickie: inizia la sua ossessione per quel giovane, che lo porterà a terribili conseguenze.

Perché avevamo bisogno di questa serie?

Andrew Scott in una scena della serie Ripley

La storia di Patricia Highsmith è finita tante volte al cinema, lo abbiamo detto, ma forse ogni volta – com’è giusto che sia – ha riportato lo sguardo del regista di chi ha lavorato volta per volta a quel progetto. Nel caso di Ripley c’è un solo sguardo e non è quello di Steven Zaillian. C’è lo sguardo di Patricia Highsmith, c’è il romanzo nel profondo non soltanto la trama. La psicologia, la caratterizzazione dei personaggi e la lentezza della serie sono tratti del romanzo che viene, per la prima volta, proposto in immagini per le sue tensioni dense di significati e inquietudini. Patricia Highsmith è la regina dei personaggi equivoci, delle contraddizioni interne agli individui delle ambivalenze: Ripley sa portarle in scena grazie ad alcuni aspetti.

Sicuramente il bianco e nero: è essenziale, è hard-boiled come Highsmith, priva le immagini di fronzoli e rimanda alla simbolicità di ognuna di quelle immagini. Poi la durata: la serie si spalma su più di sette ore e non è affatto un punto a sfavore. Si prende il giusto tempo, si concede lo spazio pere indagare, per martellare su alcune ossessioni e abitudini, per farci conoscere i personaggi non tanto per il loro ruolo nella trama quanto per le loro attitudini e conformazioni interiori. Poi gli attori, Andrew Scott su tutti è eccezionale nell’interpretare Tom Ripley: fonde insieme mistero e ottimismo nella sua prova attoriale, che sono i due aggettivi con cui Highsmith più volte descrive Tom nel libro.

Un tema su tutti: l’italianità

Andrew Scott in una scena della serie Ripley
Andrew Scott as Tom Ripley in RIPLEY. Photo Credit: Lorenzo Sisti/NETFLIX.

Un aspetto del romanzo Il talento di Mr. Ripley ci interessa particolarmente. Gran parte della storia, infatti, è ambientata in Italia, dove Dickie vive la sua età dell’oro mentre i genitori lo rivorrebbero a casa. È in Italia che Tom si mette nei casini e sono italiani gli investigatori che indagano su di lui. Il punto è che Tom Ripley, in realtà, sta meglio in Italia. In America vive la “strangeness“, rispetto agli americani si sente sempre estraneo e straniato; in Italia no.

Come viene rappresentata, però, l’Italia? Maccheronicamente. Highsmith lo fa, scrivendo, con gli inserti in italiano che creano una confusione linguistica dall’effetto potentissimo. Il film di Minghella, del 1999, è molto attento a riprodurlo, ma anche la serie Ripley non è da meno. L’incapacità di comprendersi con Ripley è un dato che, sì, nel concreto, rimanda alla questione linguistica, ma nel profondo riflette l’equivocità del suo personaggio e la sfuggevolezza davanti al tentativo di inquadrarlo e conoscerlo. A questa babele linguistica va aggiunta la goffaggine e la scarsa qualità che vengono attribuite alla lingua italiana: se parli italiano saprai fare male il tuo mestiere. E infatti il signor Greenleaf, che vorrà indagare su Tom e sulla scomparsa di suo figlio, manderà un detective americano in Italia (qui la spiegazione del finale). Perché gli italiani si fanno fregare da Tom, per questo sta meglio in Italia: è più facile trionfare.

Nel complesso Ripley è una serie che riporta in auge la storia di Patricia Highsmith e lo fa con una freschezza retrò: un ossimoro che descrive molto bene il fascino della serie e il motivo per cui dovreste andarla a guardare. È fresca perché rinnova il modo in cui ripresentare questa storia con originalità, ma retrò perché le modalità di rinnovamento tengono conto di tecniche e attenzioni forse anacronistiche ma che permettono al prodotto di cogliere la vera anima noir della storia. Ripley vi aspetta su Netflix, e già possiamo chiedercelo: una seconda stagione proseguirà la Ripliad di Highsmith?

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