Storia vera. La sera prima di vedere Bucking Fastard in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, non so come né perché, guardandomi intorno mi sono genuinamente chiesto: “Chissà come vede Werner Herzog il nostro mondo”. Con che occhi guarderà questo paesaggio surreale fatto di Intelligenze Artificiali, content creator, acque minerali in lattina e altre stupidità naturali, uno che si è incollato un bastimento su per un fiume dell’Amazzonia? Non faccio a tempo a darmi una risposta che Werner Herzog me la offre, proprio con Bucking Fastard.
Io sono un uomo semplice, ormai si sarà capito che vado in brodo di giuggiole per i film apocalittici, tanto per quelli che invece, sul versante opposto, ci dicono che c’è ancora spazio per inventarsi una nuova fiaba, c’è ancora un posto per l’assurdo, un altro giorno a disposizione per lasciarsi meravigliare, da qualcosa, in qualche posto. E se anche non fosse così, vale la pena provare a crearlo prima che tutto finisca. Di questo parlava All of A Sudden, la nostra ideale Palma d’Oro allo scorso Festival di Cannes. E di questo parla Bucking Fastard, come ha sempre fatto tutto il cinema di Werner Herzog.
Fitzcarraldo, you bucking fastard!
Le Sorelle Mara – Rooney e Kate, che recitano all’unisono per l’intera durata del film, basti la sottolineatura a racchiudere la complessità recitazione – ricalcano la storia vera delle Sorelle Chaplin, due gemelle di New York che facevano tutto (parlare, vestirsi, vivere) come una cosa sola. Ma visto che delle storie vere m’interessa sempre poco, da qui in poi le chiameremo solo “le Gemelle Kessler”. Perché sì.
Nella prima scena le troviamo in una corte dell’Irlanda, come imputate del primo processo della storia che ammetterà due teste a parlare insieme alla sbarra. Il querelante è un Orlando Bloom stranamente in grande spolvero – attoriale, il personaggio è uno straccio. E lo è, prosciugato, perché le Gemelle Kessler si sono innamorate di lui (all’unisono), gli hanno mostrato “la cowgirl che è in noi” (immaginiamo, sempre all’unisono) e ovviamente all’unisono hanno iniziato a perseguitarlo una volta esaurito l’interesse di lui.
Tallonate da un ordine restrittivo per stalking, le Gemelle Kessler fuggiranno da una parte e dall’altra, prima in una località portuale poi in una montuosa, alla ricerca del diritto di amare e di vivere alle loro condizioni. Ma non c’è più un posto per la magia, in questo mondo.
“Dedicato a David Lynch”

Basterebbe questa dedica, riportata a inizio film, per chiudere qui la recensione.
La morte di David Lynch ha significato un’altra fetta di magia che se ne va, un po’ di spazio in meno per l’assurdo e il surreale. Werner Herzog questo lo sa e infatti non solo ricorda: omaggia le atmosfere del “connazionale” scomparso. Due alieni, fra i pochi abitanti di un Paese che non c’è e che sempre più sta venendo colonizzato, schiacciato, da tutto quello che c’è. Avvelenatori di fiumi, stupidità contro natura e quei social network che portano le Gemelle Kessler a dire candidamente – come forse avrebbe detto Herzog prima di farsi un profilo Instagram che riesce comunque a sembrare un’isola che non c’è: “Non possono esserci immagini di noi su internet, perché noi non siamo su internet!”.
Herzog unisce la parabola onirica al naturalismo documentarista, facendoci provare attraverso i suoi occhi quella stessa meraviglia con cui guardava i Ghost Elephants, nello stupendo documentario omonimo passato l’anno scorso a Venezia. Si rifà alla grande tradizione letteraria irlandese, quell’incubo subitaneo e incomprensibile che è la vita per i personaggi di James Joyce e Flann O’Brien. E che infatti può essere interrotto, da un momento all’altro, da un ottuso burocrate che pone fine alla tua storia per una semplice questione di calcolo: “Sono entrati in 1020, sono usciti in 1020. Voi non potete esistere”.
Tutto ciò che è paradossale nuoce alla salute pubblica e quindi deve essere inquadrato o soppresso, sottoposto a eutanasia, tertium non datur. Perciò le Gemelle Kessler si mettono a scavare una galleria nella montagna in cerca di “un Paese dove possiamo amare senza ordini restrittivi, senza persone che ci tagliano i capelli e dove le volpi possano vivere”. E se quel Paese non c’è, vale la pena scavare un tunnel fino a trovarlo. Anche ci volessero una, due o venti vite. Come uno che vuole portare un bastimento su per un fiume e l’opera agli indigeni, chiamato Fitzcarraldo o Werner Herzog. La fatica vale l’impresa del vivere, anzi; è la vita stessa. Prima che la fiaba finisca, da un momento all’altr-…









