Que ma volonté soit fait, recensione: tra Carrie e The Witch al TFF

Que ma volonté soit fait di Julia Kowalski è un horror rurale che intreccia racconto di formazione e parabola spirituale. Tra traumi ereditati, colpe familiari e poteri sopiti, il film evoca Carrie, The Deer Hunter e The Witch, costruendo un’atmosfera claustrofobica e tesa.
Maria Wróbel in una scena del film Que ma volonté soit faite

C’è un fuoco, all’inizio, e non è solo quello che brucia una strega. È un fuoco simbolico, primigenio, che promette da subito una storia di ereditarietà del trauma, di colpa trasmessa come una malattia del sangue. Que ma volonté soit fait, secondo lungometraggio di Julia Kowalski dopo Crache cœur, presentato alla Quinzaine des Cinéastes del Festival di Cannes, è un film che cammina sul filo sottile tra horror rurale, racconto di formazione e parabola spirituale. 

Lo fa con grazia volutamente respingente, prendendo chiaramente ispirazione da titoli come Carrie per il senso di possesso e liberazione attraverso poteri sopiti, The Deer Hunter per l’ambientazione rurale dominata da rituali e mascolinità tossica, e The Witch per l’ossessione religiosa e l’atmosfera tesa e claustrofobica.

Nawojka, vent’anni appena, vive in una fattoria ai margini di tutto: geograficamente nella provincia francese, emotivamente in un esilio interiore che ha il peso di una condanna. È figlia di immigrati polacchi, prigioniera di una famiglia che la ama come si può amare da dietro una prigione culturale. Il padre è affettuoso e terrorizzato, i fratelli sono rozzi, crudeli senza nemmeno rendersene conto. Su tutto grava l’ombra della madre, morta in circostanze che odorano di superstizione, di possesso, di qualcosa che nessuno osa nominare davvero. Maria Wróbel presta al personaggio un corpo stanco, chiuso, che sembra sempre trattenere qualcosa.

Desiderio, ambiguità e liberazione in Que ma volonté soit fait

La regia di Kowalski costruisce questo mondo con un’ascetica severità. Il quotidiano è fatto di stalle, mucche, fango, silenzi. La macchina da presa osserva senza mai concedere conforto. Poi, all’improvviso, l’irruzione dell’alterità: crisi mistiche, visioni, liquidi bianchi, animali che muoiono senza spiegazione. Il film non sceglie mai apertamente se stare dalla parte del delirio o del soprannaturale, e fa bene a non farlo. L’ambiguità non è un vezzo, ma la vera materia narrativa dell’opera.

La scelta del 16mm, gli zoom improvvisi, i flash onirici che tagliano la linearità del racconto, gli effetti artigianali direttamente impressi sulla pellicola: ogni decisione visiva sembra gridare un rifiuto dell’estetica levigata. Qui il cinema è materia sporca, instabile, vulnerabile. E proprio per questo coerente con l’anima della protagonista.

Il cuore del film, però, non è tanto il demonio quanto il desiderio. L’incontro con Sandra, figura magnetica e malvista dal villaggio, accende in Naw una tensione nuova, un richiamo che non è solo erotico ma esistenziale. Sandra rappresenta tutto ciò che Naw non può essere: libera, ambigua, fuori dall’ordine. La loro relazione non è mai spiegata, ma attraversa il film come una corrente sotterranea. E lì Que ma volonté soit fait diventa soprattutto un racconto di emancipazione femminile travestito da racconto satanico.

Non tutto però funziona con la stessa intensità. Alcuni snodi restano sospesi non per scelta poetica, ma per una certa ritrosia a sporcarsi davvero le mani con il conflitto. Anche l’epidemia che colpisce la mandria, potentissima sul piano simbolico, rimane più evocata che realmente sviluppata. Il risultato è un film che costruisce una tensione costante, ma che raramente osa farla esplodere.

Violenza e liberazione: l’audacia sensoriale di Kowalski 

Maria Wróbel in una scena del film Que ma volonté soit faite

Eppure, quando Kowalski decide di affondare, colpisce con precisione. La lunga sequenza del matrimonio, un delirio collettivo tra festa popolare e sabba pagano, è uno dei momenti più potenti del film: corpi, alcool, violenza, desiderio, religione e superstizione si mescolano in un impasto viscerale che dice più di mille dialoghi sulla mascolinità tossica che circonda Naw. Anche la “caccia al cervo”, grottesca e brutale, diventa una macabra liturgia patriarcale, reminiscente di The Deer Hunter.

Que ma volonté soit fait è un film che non chiede allo spettatore di capire tutto, ma di lasciarsi attraversare. Non sempre l’esperimento riesce fino in fondo, e alcune scelte rischiano di suonare compiaciute nella loro oscurità. Ma sarebbe ingiusto non riconoscerne la coerenza interna, la radicalità dello sguardo, la tenacia con cui Kowalski difende un’idea di cinema fisico, sensoriale, imperfetto.

Que ma volonté soit fait, in fondo, non è un film sul male assoluto, ma sulla fatica di diventare se stessi in un mondo che ti preferisce posseduta, piuttosto che libera. Un’opera sincera. E oggi, al cinema, non è affatto poco. Scopri anche le altre recensioni dal TFF 2025!

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