Principe Libero: La recitazione di Marinelli e l’importanza di non imitare

Chi vi scrive è nato e cresciuto a Genova. Ha respirato aria di caruggi e pesto fino a quando, con un’inedita dimostrazione di spirito d’iniziativa, ha lasciato casa per andare a provare nuove esperienze altrove. Siamo nelle prime settimane dell’anno passato quando una notizia un po’ originale comincia a volare veloce di bocca in bocca (citazione necessaria): la RAI è alla ricerca di giovani comparse per la prossima realizzazione di un biopic incentrato sulla vita del cantautore Fabrizio De André.

È da capire bene qui che per un genovese è una botta. De André rappresenta, oltre che l’anima poetica della città, una figura idealizzata a tal punto che mostrarne la vita sul grande schermo, incarnarne le membra – pur con fini divulgativi – potrebbe essere considerato alla stregua dell’eresia. Il patrimonio immateriale donato dal Faber ai suoi conterranei supera di gran lunga quello materiale fatto di canzoni, interviste e concerti. Questi medesimi timori trovano maggiore forza quando viene reso noto che, il neanche lontanamente genovese, Luca Marinelli avrebbe dovuto assumersi l’infausto compito dell’interpretazione del principe libero. Un’altra botta.

Passano le settimane e sempre chi vi scrive sta passando una serata come tante a discutere anche di queste cose in compagnia di un manipolo di amici. L’ambientazione è quella del dedalo di stretti corridoi murati di cui si compone il centro storico genovese. Camminando in una delle tante traverse di traverse, però, ecco la scintilla. Una giovane coppia ben bardata per coprirsi della pioggerellina che spesso accompagna le mezze stagioni liguri attira il mio sguardo. Gli occhi di ghiaccio dell’uomo mi catturano come l’amo fa con i pesci. In un attimo l’incertezza è verità: davanti a me ho Luca Marinelli.

Non ci metto molto a decidere di avvicinarmici con un amico. Ora i più potrebbero pensare che un artista andrebbe lasciato quietare almeno mentre si sta godendo una delle poche serate di stacco con la ragazza. Totalmente l’opposto di quanto stavo pensando allora. <<Signor Marinelli buonasera, volevamo farle i complimenti per il suo lavoro. In Non Essere Cattivo è stato eccezionale, ci ha veramente emozionato, siamo contenti che si trovi a Genova, se la goda>>. Disvelando il capo ci guarda e con un laconico sibilo sussurra un appena accennato <<Grazie>>. Seguono momenti d’imbarazzo seguiti da un silenzio che anticipa il nostro congedo.

Quello che all’apparenza potrebbe essere un episodio dimenticabilissimo, in realtà era riuscito a suscitare in me serenità. In pochi secondi di dialogo ho capito che Principe Libero non si sarebbe rivelato un buco nell’acqua come temuto allora.

Chi ha scandagliato su Youtube interviste e dietro le quinte di Marinelli sa che non è un personaggio particolarmente estroverso, pur rimanendo sempre capace di regalare la battuta arguta o il commento interessante anche alle domande più insensate. Eppure in quel fugace incontro si è come percepita la sensazione che l’attore stesse recitando anche fuori dal set per arrivare al livello di schifiltà di cui De Andrè non era principe, ma Re.

Mesi dopo, sedutomi sulla poltrona di un’inaspettatamente gremita sala (i posti disponibili sono terminati con giorni d’anticipo stando al gestore del cinema) ho avuto la conferma di quanto pensavo.

Il De André di Marinelli è perfetto. Passati pochi minuti di proiezione l’attore pare sovrapporsi con l’artista e in men che non si dica ecco che passano in secondo piano i mancati accenti liguri di Faber e soci – eccezion fatta per il Paolo Villaggio interpretato da Gianluca Gobbi. Movenze, tiri di sigaretta e timbro vocale sono stati ricostruiti con una fedeltà unica, il tutto coadiuvato da una corretta scelta delle location (con Boccadasse e Via di San Bernardo si va sempre sul sicuro) e ad un eccellente lavoro svolto dai membri del cast – da sottolineare Valentina Bellè nelle sembianze di una convincente Dori Ghezzi.

Il vero quid che rende la recitazione di Marinelli realmente degna di plauso è la sua capacità di non scadere mai nella volgare imitazione. Vestire i panni di un personaggio noto al pubblico è qualcosa di estremamente complicato (chiedere al vostro amico che fa teatro per conferma). De André in particolare è un osso duro. A causa della voce tanto per cominciare, capace di una profondità unica unita a quelle note dolciastre che caratterizzano ogni suo brano. Nel film la rappresentazione del cantautore avviene senza un tentativo vano d’imitarne le caratteristiche che prima delle altre saltano all’occhio – quasi come farebbe Crozza, un altro genovese – quanto piuttosto facendo proprio il personaggio e fornendo allo spettatore una soggettiva versione dello stesso.

Marinelli, come confermato dai produttori stessi, aveva grande paura e non si sentiva all’altezza di un ruolo simile, tanto che inizialmente era intenzionato a rifiutare. Convinto a partecipare al progetto è riuscito a far sua questa sensazione d’inadeguatezza e a traslarla in forma filmica. Come noto, lo stesso De André ha rifiutato per gran parte della sua carriera i luccicanti riflettori – specie dei palcoscenici – preferendovi la ben più semplice vita di campagna. Questo per la medesima sensazione d’inadeguatezza provata dall’attore romano. Marinelli è riuscito quindi a trovare un punto in comune fra sé e il ruolo che non voleva interpretare e lo ha sfruttato per regalare agli spettatori una recitazione quanto più possibile veritiera.

Il risultato è stato sotto gli occhi di tutti coloro che sono riusciti ad acquistare per tempo un biglietto per le proiezioni del 23 e del 24 gennaio. Per i ritardatari la Rai trasmetterà il lungometraggio di Luca Facchini il 13 ed il 14 febbraio. Per chi invece avesse voglia di offrire un Negroni all’autore del pezzo basta farsi trovare in Piazza San Cosimo a Genova dalle 22 in avanti.

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