Dal Ponte sullo Stretto al cinema: la simbologia del ponte in 5 film

Il Ponte sullo Stretto si fa, almeno questa è l’ennesima promessa del nuovo governo che fa seguito a una lunga serie negli ultimi anni. E quale modo migliore di farvi arrivare cosa ne pensiamo, se non usando il cinema (che di ponti è pieno, più da distruggere che da costruire) come formidabile simbologia di denuncia.
Dal ponte sullo Stretto al cinema: il ponte come simbologia

E così, una nuova notizia – ma l’abbiamo sentita mille altre volte – solca le prime pagine dei nostri giornali. Il Ponte sullo Stretto di Messina, mostro ecologico ma soprattutto buco nero burocratico-edilizio che ha già succhiato infinite risorse, si fa. 

Certo, già da queste poche righe si può intuire quale sia la nostra posizione in merito, quindi la scusa di abbandonare il lato economico-politico per occuparci di quel che conosciamo meglio – il cinema – non vale più. Lasciamo a chi ne sa di più, l’onere e l’onore di commentare puntualmente la notizia.

Ma se vedete ciò che vedo io, se la pensate come la penso io e se siete alla ricerca… come lo sono io”, vi chiediamo di mettervi al nostro fianco. Per un divertissment che sì, partendo dalla semplice simbologia del ponte (molto più ricorrente in realtà, nel cinema, di quanto non si pensi), riesce a offrirvi una rassegna di cinque titoli.

Cinque titoli, a dirla tutta, niente affatto male. Cinque titoli, se chiedete a noi, sicuramente migliori di un Ponte sullo Stretto. Anche perché in molti, il ponte non è affatto un qualcosa da costruire. Ma da abbattere.

I ponti di Madison County

Ponte della Contea di Madison County

Trent’anni nel passato rispetto a quello in cui il film di Clint Eastwood e che lo vede protagonista al fianco di Meryl Streep, viene distribuito nelle sale, insegnando agli spettatori che nell’amor non v’è giudizio, che giudicare è spesso molto più facile per chi d’amore non vive, che per chi lo prova nonostante le remore. Parla di Robert Kincaid (Eastwood), un fotografo del Nation Geographic che si reca nell’Iowa del 1965 per scattare una serie fotografica ai noti e caratteristici ponti di Madison County. Nel chiedere informazioni, incontra Francesca Johnson (Streep), con cui vivrà immense passioni grazie all’assenza del marito e dei figli di lei. Lei che dovrà convivere con il senso di colpa.

Siamo solo al primo dei film talmente legati, in questa rassegna, al tema del ponte, da averlo citato fin nel titolo. Qui il ponte, stranamente, è qualcosa da salvaguardare, perché rappresenta il passaggio gettato dall’arrivo di Robert nella vita di Francesca. Vita ormai arida, senza passione, che riscopre se stessa, l’amore, il piacere, anche se per poco. Guai, in questo caso, ad abbattere quei ponti che non ricordavamo neanche più potessero essere costruiti.

Il ponte sul fiume Kwai come il Ponte sullo Stretto: costruito controvoglia

Collegava Thailandia con Myanmar: un antico Ponte sullo Stretto?

Secondo film con il nostro amato ponte fin nel titolo, lo rende ancor più protagonista di quello che è passato ala storia come un cult immortale del 1975 (e di molti anni a venire, per quanto riguarda i film che mescolino guerra e prigionia). Un gruppo di soldati inglesi, guidato dal colonnello Nicholson – l’Alec Guinness che odiava il suo Obi-Wan Kenobi – è prigioniero dei giapponesi e messo al lavoro su un ponte nella giungla birmana dall’importanza strategica cruciale per il quadro del Pacifico dal lato dei “musi gialli”.

E qui il paradosso, il miraggio. Prima rifiutarsi di costruire quel ponte, ovviamente. Poi costruirlo e meglio di come non avrebbero potuto fare i giapponesi stessi. Ma c’è il trucco: la trappola, la liberazione, (forse) una seconda vita. Lontano dai ponti, lontano dalle costrizioni, lontano da un sistema che sfigura paesaggi solo per costruire ponti che trasporteranno truppe che distruggeranno altri paesaggi (e vite, soprattutto quelle). La catarsi della distruzione, la catarsi dell’inganno e poi del disvelamento, come in un trucco di magia delle dimensioni di un ponte, con le canne di bambù al posto della bacchetta.

Il Ponte di Do Lung, ciclo infinito di distruzione e ricostruzione

Il ponte: fronte di guerra

Il Ponte è quello di Do Lung, al confine con la Cambogia. Il capolavoro in cui lo troviamo, Apocalypse Now di Francis Ford Coppola, forse uno dei più grandi film di guerra mai fatti e facilmente il migliore sul Vietnam, anche se l’ispirazione viene dalle esplorazioni nell’Africa Nera raccontate da Joseph Conrad in Cuore di tenebra. Qui il cuore di tenebra dei comandi militari trova perfetta rappresentazione nel Ponte di Do Lung, molto simile a un altro che vedrete citato in questa rassegna.

Per Willard (Martin Sheen) e i suoi commilitoni alla ricerca di Kurtz, è solo un episodio nel mezzo della follia della guerra. Ma probabilmente è il miglior esempio di quella follia, regalato in tutto il film. Due fronti da un lato all’altro del fiume. Uomini alienati, che più uomini non sono, spiritati, gli stessi che nella realtà post-bellica degli Stati Uniti Veterani avevano lasciato la loro anima nell’oscura giungla della Guerra del Vietnam. Di notte lo abbattono, di giorno lo ricostruiscono affinché il massacro continui. Fra le altre cose, forse uno dei momenti di maggior valorizzazione della fotografia di Vittorio Storaro.

Il Ponte di Langstone, meritata fine del Ponte sullo Stretto?

Il ponte saltato due volte

Vi abbiamo parlato di un ponte tanto simile a quello di Do Lung. È quello di Langstone, sempre di un capolavoro stiamo parlando – Il Buono, il Brutto, il Cattivo di Sergio Leone – ma la guerra è un’altra. Sempre un altro massacro americano, insensato perché fratricida, anche se di mezzo c’è la liberazione degli schiavi. Tutto il terzo capitolo della Trilogia del Dollaro di Leone è infatti impreziosito e reso ancor più drammatico dallo sfondo della Guerra di Secessione.

Ma l’episodio che più racconta i drammi e l’insensatezza degli “obiettivi bellico-strategici” – sempre di un incontro lungo un percorso stiamo parlando, Arch Stanton di Tuco e il Biondo è un po’ il Kurtz di Willard, sempre di un’ossessione parliamo – è quello con protagonista il magnifico Capitano Clifton di Aldo Giuffré. Il Ponte di Langston DEVE rimanere in piedi, racconta lui alle nuove leve, in onore al massacro. Sempre che qualcuno non lo faccia saltare. Retroscena divertente, per un errore di comunicazione il ponte venne distrutto mentre Leone non stava riprendendo. Il che lo portò, nella realtà, a fare una cosa alla Do Lung: lo ricostruì solo per distruggerlo (e stavolta, riprenderlo anche) di nuovo.

Giù la testa: niente ponti da salvare, per Sergio Leone

Ponte sullo Stretto in Giù la Testa
Ponte sullo Stretto “giù”: come Giù la testa

Sempre in un film di Leone ci troviamo – gli italiani, si sa, fanno ponti da migliaia di anni e hanno fatto il western come se lo facessero da altrettanti – ma la trilogia è un’altra. E anche la centralità del suddetto, ben diversa. Il film è Giù la testa, secondo della cosiddetta Trilogia del Tempo dopo C’era una volta il West e prima di C’era una volta in America. Bene, questa volta, c’era una volta un ponte. E quel ponte va abbattuto affinché, nel contesto della Rivoluzione Messicana del 1913, il cattivo Gunterreza non lo valichi con le sue truppe, mettendo in ginocchio i rivoltosi.

La distruzione di quel ponte non rappresenta solo la salvezza per Leone. È una vera e propria melodia, musica per le sue orecchie, come ci veicola la sempre incredibile colonna sonora di Ennio Morricone che si sostituisce al suono delle esplosioni. Quasi le sovrasta. O forse erano la stessa cosa, dicevamo, giustappunto.

Di tutti i diversi scenari che avete letto, cosa rappresenta per voi (o come si dovrebbe concludere, secondo voi), la vicenda del Ponte sullo Stretto? A noi basta che concordiamo su una cosa in realtà: la bellezza di questi film.

Facebook
Twitter