Philadelphia compie 30 anni: il contagioso virus del pregiudizio

30 anni fa debuttava nelle sale cinematografiche Philadelphia, film diretto dal grandissimo Jonathan Demme. Una pellicola dolorosa ma necessaria che riflette sui limiti della nostra società, malata perché contagiata da uno dei virus più letali in circolazione: il pregiudizio.
Denzel Washington e Tom Hanks sono i protagonisti del film Philadelphia

Sono passati 30 anni dalla prima uscita nelle sale cinematografiche di Philadelphia, pellicola partorita dalla penna di Ron Nyswaner e diretta dal maestro Jonathan Demme.

Philadelphia è un mix tra legal movie, dramma sentimentale e melodramma incentrato sulla piaga dell’AIDS e sulla percezione della malattia da parte di chi non ne è affetto. Il film presenta un cast stellare che vede primeggiare le performance attoriali di due mostri sacri del cinema come Denzel Washington e Tom Hanks, quest’ultimo vincitore con Philadelphia del Premio Oscar per il miglior attore protagonista. Oltre all’Oscar a Tom Hanks, di cui abbiamo stilato una classifica dei migliori 10 ruoli, l’opera si è aggiudicata anche un secondo Premio Oscar per la migliore canzone a Streets of Philadelphia di Bruce Springsteen. 

Tra le strade di Philadelphia

Nei titoli di testa la voce del “Boss” Bruce Springsteen ci accompagna in un tour guidato per le strade di Philadelphia: giriamo tra i luoghi storici della città, ma osserviamo anche la gente nella sua quotidianità, passiamo dai quartieri centrali a quelli più periferici, attraversiamo strade povere e malfamate per poi risalire al cuore pulsante della vita economica e finanziaria della città. 

È proprio qui, all’interno di uno degli imponenti edifici della zona, che ci viene presentato Andrew Beckett (Tom Hanks), brillante avvocato della Wyant & Wheeler licenziato con il pretesto di inadempienza professionale, dietro la quale si nasconde un evidente caso di intolleranza nei confronti di un individuo omosessuale affetto da AIDS.

Andrew prende atto delle reali ragioni alla base del licenziamento e decide di citare in giudizio i suoi ex datori di lavoro per discriminazione, con l’appoggio e la difesa dell’avvocato di colore Joe Miller (Denzel Washington).

Denzel Washington e Tom Hanks (il quale ha dichiarato che oggigiorno non potrebbe più fare Philadelphia) più che spalleggiarsi danno vita ad una vera e propria fusione scenica. Evidenti e all’apparenza insormontabili i limiti culturali che separano i loro personaggi. Una distanza che gradualmente verrà colmata dalle fragilità e dalle paure che accomunano entrambi: splendida la sequenza in cui Andy fa ascoltare a Joe l’aria La mamma morta dall’Andrea Chénier di Umberto Giordano cantata da Maria Callas, brano di musica lirica che diviene metafora dell’accettazione della morte, ma anche una sorta di rivendicazione della bellezza dell’amore e della vita.

L’empatia si tradurrà in un’effettiva vicinanza fisica ed emotiva tra Joe e Andrew che culminerà nella carezza finale con cui l’avvocato saluterà il suo caro amico. Un semplice gesto che racchiude tutta la bellezza e l’importanza del film.

La “nuova” malattia dell’AIDS si diffonde su scala globale

Denzel Washington e Tom Hanks in una scena del film Philadelphia

La Dichiarazione d’Indipendenza Americana è stata firmata nel 1776 proprio a Philadelphia, la cui etimologia greca rimanda al concetto di “amore fraterno”. Una città che dovrebbe assurgere a simbolo della democrazia americana e che invece diviene per Jonathan Demme una lente d’ingrandimento per esaminare i limiti dell’umanità.

Banco di prova di questi limiti diventa la diffusione su scala pandemica del virus dell’HIV, etichettato a tutti gli effetti come una nuova malattia dal 1981, sebbene in realtà già ampiamente diffuso come infezione negli anni precedenti. Il virus si allarga a macchia d’olio nel corso del decennio: al periodo “nascosto” circoscritto soprattutto ad alcune zone dell’Africa e per questo difficilmente analizzabile, subentra una seconda fase che con l’entrata in scena degli USA contribuisce a fare da cassa di risonanza ad un fenomeno ormai non più trascurabile. Il moltiplicarsi dei casi e le percentuali di mortalità vicine al 100% accendono i riflettori assicurando una copertura mass-mediatica su scala globale. Con tutti i pro e i contro.

La possibilità di isolare alcuni soggetti affetti dalla malattia consente uno screening più dettagliato da cui emerge ben presto l’individuazione di gruppi specifici di individui ad elevata contagiosità. La correlazione tra virus, sfera sessuale e tossicodipendenza squarcia la coltre di comprensione e tolleranza, innescando un cortocircuito di odio e discriminazione.

Caso emblematico è il ragazzo emofiliaco Ryan White, che contrae il virus dell’HIV in seguito a una trasfusione di sangue. Nonostante la mancanza di pericolo scientificamente provato di possibile contaminazione, Ryan viene espulso dalla scuola. Il suo caso di discriminazione smuove l’opinione pubblica facendo del ragazzo un vero e proprio simbolo della lotta all’HIV negli Stati Uniti. A suo favore si sono esposte personalità importanti del mondo dello sport e dello spettacolo, tra cui il cestista Magic Johnson e i cantanti Elton John e Michael Jackson. 

Le insormontabili barriere del pregiudizio in Philadelphia

Tom Hanks e Denzel Washington in una scena del film Philadelphia

Il passo tra la discriminazione nei confronti dei portatori di AIDS e il trattamento spesso riservato ai membri della comunità LGBTQIA+ è più breve di quanto si possa immaginare. Basti pensare a quanto sia ancora attualissimo l’odio radicato in larghe fasce della società nei confronti di chi manifesta diversi orientamenti sessuali. Un paradosso che apre ad una più profonda riflessione: forse la paura di contrarre l’AIDS è piuttosto una paura del “diverso”. Una paura che esprime un evidente problema culturale capace di innescare perversi e distorsivi meccanismi di odio e intolleranza. È proprio questa la battaglia che Jonathan Demme ha cercato di portare sul grande schermo.

In Philadelphia Demme sfrutta i canoni del legal movie per analizzare e smascherare il virus più letale e pericoloso che affligge la nostra società: il pregiudizio. Gli stereotipi sono vagliati come scorciatoie della mente che illudono di poter etichettare il mondo e tutto ciò che contiene in un ristretto numero di nozioni. Non esiste nulla all’infuori del bianco e nero, non esistono le sfumature di grigio.

La causa giudiziaria raccontata in Philadelphia è soltanto apparentemente incentrata sull’AIDS: i veri imputati siamo noi uomini con il nostro odio, la nostra ripugnanza nei confronti dell’omosessualità. Malati di AIDS discriminati e isolati, costretti a morire socialmente ancor prima che sopraggiunga la morte fisica. Per quanto ci si sforzi di nascondere e di comprendere, la paura del diverso continua a spaventare e a logorare dall’interno la nostra realtà:

– “In questa aula giudiziaria sono irrilevanti le diversità di razza, credo, colore, religione e tendenze sessuali”. 
– “Con tutto il rispetto vostro onore, noi non viviamo in quest’aula giudiziaria”.

E voi cosa ne pensate di Philadelphia? Fateci sapere la vostra!

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