Perfect Days, recensione: Wenders firma un capolavoro di semplicità

Perfect Days di Wim Wenders è uno dei migliori film dell’anno. Secondo l’opinione di chi scrive, il migliore. Un capolavoro alla riscoperta della semplicità, dell’essenzialità, dell’inestimabile nelle piccole cose, di fronte a un cinema e a un mondo dimentichi di tutto questo.
Kōji Yakusho in una scena del film Perfect Days

Ma quand’è che il cinema ha perso la capacità di raccontare storie semplici? Quand’è che si è dimenticato di parlare di noi, gente comune? Quando ha smesso di essere umano, creando un abisso fra sé e chi dovrebbe guardarlo, l’umanità, con la sua ricerca d’immedesimazione, mai sopita? E quando tornerà, nello scegliere personaggi semplici – perché non si può dire che tanto altro cinema non lo stia facendo negli ultimi anni – a raccontare però le loro storie con un’impostazione visiva, un’essenzialità, che segua di pari passo quella semplicità? Che il cinema stia vivendo una crisi è innegabile, ma forse la colpa non può che essere nostra, che abbiamo perso la capacità di farci bastare l’essenziale, quando viviamo o quando andiamo a vedere un film. Che sia l’una o l’altra, ecco che arriva Wim Wenders e il suo Perfect Days, un film che riporta tutti a scuola di semplicità e perfezione: il cinema, e noi.

Perfect Days viene presentato in concorso a Cannes 76, dove il suo meraviglioso protagonista Kōji Yakusho vince il meritatissimo premio alla Miglior interpretazione maschile. E io, era a Cannes che avrei dovuto vederlo. Ma la mattina della proiezione a buttarmi prepotente giù dal letto è una sveglia dal trillo troppo forte, e non il rumore delle foglie spazzate per strada, come succede ogni mattina al protagonista Hirayama. Così, invece di alzarmi e andare alla ricerca di quella dose di bellezza della giornata, inconsapevole che ne avrei trovata ben più che in una dose guardando Perfect Days, mi rimetto a dormire. Partecipo, consapevolmente e colpevolmente, a quel disinteresse del grande pubblico nei confronti proprio di quei film che dovrebbero fare le sale piene invece.

Poi lo recupero. E la mia sensibilità, di persona che si vede molto vicina a Hirayama, alla costante ricerca di un’essenzialità come di un cinema che di quest’essenzialità faccia un punto di forza, mi porta oggi a considerarlo il miglior film dell’anno. Dell’anno in cui avrei dovuto vederlo, e anche di quello in cui poi l’ho visto, come preferite. Quindi non fate il mio stesso errore. Non parlate di morte del cinema, se lasciate non visti film così. Oggi, domani o il giorno dopo ancora, non importa: quello in cui andrete a vedere Perfect Days, sarà un giorno perfetto.

The House of the Rising Sun

Hirayama è uomo taciturno, alle volte così estremo da far pensare a un voto del silenzio; semplicemente ha scoperto una dimensione in cui le parole non servono. Di lavoro, pulisce i bagni pubblici di Tokyo. Si sveglia ogni mattina, all’alba, al suono di una signora che spazza foglie per strada, più puntuale di una sveglia. Rifà il letto, si rade la barba, si spunta i baffi con le forbicine, innaffia le piantine, raccoglie una manciata di oggetti messi in fila sempre nello stesso ordine su un piccolo scaffale, esce, tira una boccata d’aria, guarda il cielo, sorride, prende sempre la stessa bibita al distributore, entra nel suo furgoncino, sceglie un’audiocassetta fra le varie che possiede, e si incammina in una lunga tratta verso il primo bagno del turno.

Non subito fa partire l’audiocassetta, ma in uno specifico rettilineo, così da ascoltare la prima canzone, la prima cosa bella della sua giornata, mentre assiste a quella che dovrebbe essere la prima cosa bella della giornata di tutti, ma a cui sembra far caso solo lui: l’alba. Ascolta musica d’oltreoceano e d’altri tempi: una mattina The House of the Rising Sun degli Animals, un’altra The Dock of the Bay di Otis Redding. Una volta arrivato inizia il suo itinerario per i bagni, nella cui pulizia investe un’attenzione meticolosa, a differenza del suo giovane collega Takashi (Tokio Emoto), che invece passa la giornata a parlare per lamentarsi: che la ragazza vuole lasciarlo, che i soldi non sono mai sufficienti, che la mattina vorrebbe dormire.

Che schifo di mondo è, se senza soldi non puoi nemmeno amare?“, dice. Hirayama non gli risponde perché ha trovato una dimensione in cui, sa benissimo, non servono affatto i soldi per tornare ad amare ciò che ci circonda, a sorridere a ogni dettaglio che si offra di essere ammirato: le foglie degli alberi, un particolare riflesso di luce o gioco di ombre su una parete. Hirayama inizia tanto presto perché così, per quando ha finito, ha ancora tutta una giornata per fare ciò che ama. Raccoglie una nuova piantina per la sua serra, e sorride. Scatta una foto col la fida Olympus, e sorride. Va alle terme pubbliche, e sorride mentre fa le bolle sott’acqua. Va a mangiare sempre le stesse cose, seduto allo stesso tavolo, nello stesso posto, tanto che non deve fare neanche la fatica di aprire la bocca per ordinare sempre lo stesso; e sorride.

Un’altra serie di attività fra l’utile e il rilassante, fra la cura della mente e quella del corpo, e torna a casa. Legge un libro fino ad addormentarsi. E poi sogna, sogna, sogna di ciò che ha vissuto in quella giornata. Per noi, le sue giornate potranno sembrare ripetitive, noiose, sempre uguali: eppure Hirayama sogna sempre qualcosa di diverso. La mattina si sveglia e ricomincia tutto da capo, tanto meticolosamente da fare pensare, alla seconda giornata mostrata nel film, che qualcosa si sia inceppato, sì, ma nel film. E non in noi invece, incapaci di accettare non già la routine – perché di routine, e nient’altro, molti di noi vivono in questo mondo, e ne sono schiavi – ma la bellezza di assistere alle piccole cose, e notarle, nel mezzo di una routine.

Sunny Afternoon

Arisa Nakano e Kōji Yakusho in una scena del film Perfect Days

Nel suo giorno libero, la routine di Hirayama cambia, ma resta sempre bellissima routine. Va a pregare; fa il bucato; mangia nel suo posto preferito gestito da una donna, l’unica con cui sembra scambiare parola, che vestita di kimono intona la versione giapponese della canzone degli Animals. Unico angolo di passato e tradizione nipponica, pur venata dal cosmopolitismo di Wim Wenders, in mezzo al cemento.

Poi compra il nuovo libro della settimana, con la libraia che concorda con le sue scelte e aggiunge sempre un commento sullo scrittore, senza mai ottenere risposta. Torna a casa, cataloga le foto della settimana, riavvolge tutti i nastri delle audiocassette, si sdraia e ascolta. Ascolta Sunny Afternoon dei Kinks e – ovviamente – Perfect Day di Lou Reed.

Si potrebbe andare avanti a descrivere i dettagli di una sola giornata, in Perfect Days, all’infinito. Era importante farlo, almeno in parte, a costo di risultare pedissequi, non solo per far arrivare quantomeno una porzione della calma trasmessa da questo film. Ma anche per far capire cosa succeda, a Hirayama, quando questa routine venga rotta. Quando banalmente non può più sedersi allo stesso posto, o molto più importante quando sua nipote che non vede da anni viene a bussare alla sua porta perché è scappata di casa.

Da cosa scappa, invece, Hirayama? Come può un uomo “così colto” – come si ama dire – essere “finito” – come non si ama dire, ma si finisce per dirlo lo stesso – a lavare i bagni? A cosa ha rinunciato, ma perché nel farlo ha riscoperto tutto? E in che modo quindi la sua diventa una lezione di vita, di calma, di bellezza piena e tanto insostenibile, alle volte, da fuoriuscire dagli occhi sotto forma di lacrime, che risuona come mai cuore aveva battuto più forte? Quand’è l’ultima volta che ci siamo fermati ad ascoltare il battito dei nostri cuori? Perfect Days è come una camera del vuoto dopo anni e anni di rimbombo.

Perfect Days

Kōji Yakusho in una scena del film Perfect Days

Wim Wenders – tedesco, con la passione per i suoni d’America, ma che stavolta gira in Giappone un film pienamente nel solco del cinema e della cultura giapponese – ci ricorda con Perfect Days una quantità incalcolabile di cose che abbiamo dimenticato. Prima di tutto, la bellezza del cinema. Lo fa con un cinéma vérité intriso del suo essere cosmopolita, nonché uno dei più grandi registi del secolo scorso. E a giudicare da questo film, anche di questo.

Lo fa con un finale di una bellezza e di una semplicità spiazzante, retto dallo sguardo di un attore perfetto, Kōji Yakusho. Ancor più spiazzante perché in controtendenza con tutto ciò che ci si aspetterebbe e ci si aspetta dal cinema di oggi. A titolo esemplificativo, ma senza fare “spoiler” – che poi, anche qui, siam sicuri che sarebbe parola odiata da Hirayama – ero convinto che in ogni momento Perfect Days potesse trasformarsi in tragedia.

Assistevo allo svolgersi della vita di Hirayama e mi chiedevo: “Ora cosa succederà? Un terremoto? Una tragedia? Cosa può stravolgere tutto questo? A cosa mi stai preparando, Wim?“. La risposta: a niente, così da riscoprire tutto. Perfect Days è una capsula del tempo. È una seduta di meditazione. È l’odore di pagine sfogliate. È tutta la bellezza che abbiamo dimenticato, tutta racchiusa nel miglior film dell’anno e che al contempo, guai a pensarlo, non potrà mai essere racchiuso in nessuna di queste singole immagini. E guai a pensare sia solo un film di buoni sentimenti: è un film di sentimenti autentici.

È un film talmente bello e talmente conforme, nel suo impianto, alla sua storia e ai suoi significati, da precludersi alla possibilità di essere restituito con le sole parole. Basta parlare, dal 4 gennaio è arrivato il momento di tornare ad ammirare. Oggi, domani o il giorno dopo ancora, non importa: quello in cui andrete a vedere Perfect Days, sarà un giorno perfetto. In cui tornare a essere grati di vivere. E di aver vissuto almeno un giorno in più, quello in cui avrete visto Perfect Days.

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