Perché Tony Soprano è il più grande antieroe della televisione

"Woke up this mornin', You got yo'self a gun. Got yo'self a gun. Got yo'self a gun. Got yo'self a gun". Tony Soprano guida tranquillo, guarda la pizzeria di quartiere, le strade in cui ha ucciso, mutilato, spacciato e poi parcheggia nel vialetto di casa. 25 anni fa il debutto di una serie che ha fatto la storia.
James Gandolfini (Tony Soprano) in una scena della serie tv I Soprano

È il 10 gennaio del 1999 quando Tony Soprano fa il suo debutto tra il pubblico cambiando per sempre il mondo della serialità con 6 stagioni e 86 episodi totali. 25 anni fa David Chase, showrunner della serie, introduce al pubblico la famiglia Soprano, lo fa in modo neanche troppo convinto. “Non volevo scrivere l’ennesimo prodotto sulla mafia. Avevo al tempo dei problemi con mia madre”.  E se sua madre era come Livia, la mamma di Tony, inizi a capire perché per Chase la linea di demarcazione tra una serie guidata fondamentalmente dal complesso di Edipo del protagonista e il mondo dei mobster sia incredibilmente sottile. 

Livia, lo sguardo torvo e la risata arcigna, Livia, che rinfaccia sempre al figlio: “di non essere come il padre”, Livia, che riesce a far fuggire ogni badante, che chiude ogni discorso con “e mangia le sfogliatelle e finiscila”, che investe l’amica che non guida più, nel vialetto, “distraendosi”, che da via i gioielli di famiglia perché “Carmela è una maleducata, mai che viene a salutare”, Livia che brucia i funghi in padella mentre Tony è al telefono, Tony, che impiegherebbe 45 minuti a raggiungerla  “Un’altra giornata così e giuro che schiatto”, Livia, che vuole Tony morto. 

Rooting for the anti-hero

James Gandolfini (Tony Soprano) in una scena della serie tv I Soprano

Deve essere estenuante stare sempre dalla parte dell’antieroe”. Non suona tanto strano citare Taylor Swift in un pezzo sui Soprano, che di elementi pop sono disseminati. Pensi a Tony che si ingozza di anelli di cipolla e il rischio infarto sulle note di Don’t stop believing dei Journey, pensi a Tony, che da bravo angelo della morte (seguono SPOILER) mette fine alla vita di Christopher Moltisanti tappandogli naso e bocca mentre ha un’emorraggia in atto. 

È convinto di fare un favore al figlio togliendolo di mezzo, lo fa in modo placido mentre alla radio risuona piano il testo di Comfortably Numb dei Pink Floyd: “There is no pain you are receding” – “Non c’è dolore, ti stai allontanando”. Cos’è un anti-eroe? Un anti-eroe è una figura i cui valori contrastano con quelli della figura archetipica e tradizionale dell’eroe, senza però andare a coincidere con quella dell’antagonista. È quasi una voce nel mezzo, una figura con cui il lettore o lo spettatore non può far a meno che entrare in empatia. 

Lo fa in due passaggi, due operazioni. La prima è fondamentalmente alla base del concetto stesso di commedia e di comicità: è l’atto di allontanarsi dai protagonisti della narrazione. Guardarli da lontano per un attimo, evitare di giudicarli, comprenderne ogni angolo senza smussarne quelli più scomodi per costruirne così l’elemento comico, che coincide sempre con il reale, in fondo. E poi, il processo inevitabile: l’empatia, che spesso, in fondo in fondo, ci porta a simpatizzare persino con un boss della mala. 

Una puntata chiave 

Jamie-Lynn Singer (Meadow Soprano) e James Gandolfini (Tony Soprano) in una scena della serie tv I Soprano

Tifare per l’antieroe. D’altronde, è quello che fa anche Meadow, quando finalmente, in quella che viene considerara una delle più grandi puntate mai scritte nella storia della serialità (quinta puntata, prima stagione), padre e figlia si mettono in viaggio per visitare il college. “Ma tu sei della mala?” Se ne esce dal nulla. Tony sta per frenare l’auto. La guarda, prova ancora a rifilarle la storia dell’addetto smaltimento rifiuti, poi la guarda ancora. “Ma sì, hai capito, del crimine organizzato”. Lo ammette, poi ritratta, poi lo ammette e Meadow, per la prima volta, lo guarda con affetto, perchè le ha detto la verità. È un eroe?

Nella scena successiva, Tony vede un pentito di mafia che fa il giro delle università per raccontare la sua esperienza. Non ha nessuna ragione per fermarlo, sono passati anni, l’uomo ha raccontato ogni dettaglio delle vicende, vive sotto falso nome, non è neanche una questione di rispetto. È una questione di divertimento, divertimento sadico e amore per quello che fa. Lavorare nella mala. Tony non è una vittima di quel mondo. Si ferma ad un telefono pubblico, chiama Christopher, che qualche giorno prima gli aveva detto di voler lavorare nel cinema, magari raccontando la sua vita. 

Tiene il nipote sotto la pioggia senza un reale urgenza. Devono prendere l’uomo. “Ecco che succede se fai le sceneggiature sulla mafia”. Non gli interessa neanche più passare del tempo padre-figlia con Meadow. Deve prenderlo. “Jimmy ti saluta dall’inferno, sorcio!”. È un antagonista? Tony è l’uomo in preda agli attacchi di panico, l’uomo che soffre per una mafia che si allontana dal modello italiano e ne costruisce uno proprio. 

Tony Soprano, Walter White, Saul Goodman e gli altri

James Gandolfini (Tony Soprano) in una scena della serie tv I Soprano

Finisce l’era del contrabbando e inizia lo spaccio delle droghe. Lui non lo accetta e si illude, pensa che in Italia le “famiglie” siano ancora affiatate, con i piedi per terra. Ama le scene di Michael Corleone in Italia, si sorprende quando la figlia gli dice che oggi i ragazzi preferiscono Casinò a Il Padrino. Si lega ad uno stormo di anatre per rimanere legato a qualcosa di concreto, costruisce una sua forma di famiglia e allo stesso tempo, forse senza rendersene conto, mette in atto una soluzione base per reagire agli attacchi di panico, legarsi al mondo terreno per sfuggire alla propria mente. 

Tony è una figura nel mezzo. Tony è allora un antieroe. E noi abbiamo imparato ad amarlo senza neanche rendercene conto, soprattutto davanti ad un finale che ci ha lasciati affamati. Tanto da volerne di più, con un prequel su quei “santi” del New Jersey. Senza rendercene conto abbiamo imparato non necessariamente ad amare, ma a guardare con una forma di distacco e al contempo di empatia a figure chiave della serialità successiva – Walter White, Saul Goodman, Jax Teller di Sons of Anarchy e quella madre ingombrante che ricorda tanto Livia Soprano. E pensandoci, forse in fin dei conti l’antieroe era una figura che avevamo nel sangue senza neanche accorgercene. 

Pensi agli spaghetti western: una delle prime regole fondanti del genere, per Sergio Leone, era quella di annullare la dicotomia americana di buoni e cattivi. È finita l’epoca della frontiera, il western che arriva da noi ha per protagonisti non buoni, non cattivi, ma mercenari, antieroi che agiscono per interesse. E forse, per quanto brutale, questo li rende ancora più umani. Tony Soprano rimarrà sempre, proprio grazie alle sue azioni, alle sue paranoie, agli gli attacchi di panico, ai nemici di cui continua a sorprendersi (e a tratti, noi con lui), uno dei personaggi più umani della serialità odierna. Ma alla fine, lo aveva detto anche Kissinger: “Perfino i paranoici hanno veri nemici”. Intanto Chase, ricordiamo, tornerà presto sul piccolo schermo con una nuova serie

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