Perché Kendall Roy di Succession è tutti noi

Per il compleanno di Jeremy Strong, abbiamo deciso di ricordare il personaggio che lo ha portato al successo: Kendall Roy, protagonista della fortunata serie della HBO Succession. Cosa ci ha conquistato di Kendall e l’ha reso l’icona che conosciamo oggi? Leggete per scoprirlo!
Jeremy Strong è Kendall Roy in una scena della serie Succession

Auguri di buon Natale a tutti e auguri di buon compleanno a Jeremy Strong, che, il 25 dicembre 2023, ha compiuto 45 anni. Siamo pronti a scommettere che, se conoscete questo attore, è per il ruolo di Kendall Roy, nella fortunatissima serie della HBO Succession, conclusasi quest’anno. D’altronde, per buona parte della sua carriera, Strong ha interpretato ruoli minori, da dieci battute o poco più. Poi, nel 2018, tutto è cambiato. A quarant’anni, Strong non soltanto si è ritrovato protagonista di uno dei migliori show dell’ultimo decennio, ma il suo personaggio è diventato, in soli quattro anni, un paradigma dei nostri tempi e un’icona della cultura pop.

Per il suo compleanno, omaggiamo Jeremy Strong ricordando il ruolo che ha cambiato la sua vita. A qualche mese dal finale della quarta stagione di Succession (qui trovate la nostra recensione), ritorniamo a mente lucida sul personaggio di Kendall Roy ed è quasi scontato domandarsi: perché abbiamo tifato per lui? Lui, il più becero esempio di nepotismo, multimiliardario figlio di papà buono a nulla che avremmo dovuto godere a veder fallire, e invece no. Lo abbiamo amato, compatito- ci siamo rivisti in lui. Eventuali lettori multimiliardari si considerino esonerati dal rispondere, ma, noi gente comune, cosa ci abbiamo visto in Kendall? Cosa c’era di amabile o affascinante in questo uomo patetico, a tratti ridicolo, aspirante eroe tragico, ma senza un briciolo di grandezza di spirito?

Se ancora non siete riusciti a darvi una risposta, ci pensiamo noi. Ecco chi è Kendall Roy, ed ecco perché è anche tutti noi.

Figlio di

Brian Cox (Logan Roy) e Jeremy Strong (Kendall Roy) in una scena della serie Succession

Se poteste entrare nel mondo di Succession e chiedere a chiunque “chi è Kendall Roy?”, ricevereste sempre la stessa risposta: “è il figlio di Logan Roy, il fondatore della Waystar” e via dicendo. Il tratto fondamentale di Kendall è essere un figlio di. Non un dirigente, un proprietario d’azienda, un impresario, non un uomo a se stante. Il più importante traguardo della sua vita l’ha tagliato vincendo una corsa tra spermatozoi: è essere nato figlio di uno degli uomini più potenti del pianeta. È l’aspetto più straordinario e caratterizzante di Kendall. Nulla di quello che potrà mai realizzare eguaglierà, per importanza, fare di cognome Roy.

Kendall è un figlio, in eterno. La sua esistenza è un’appendice alla biografia di suo padre. Molti farebbero bene a ribattere che ci sono tragedie peggiori di nascere in una famiglia ricca e famosa- basterebbe guardarsi un po’ intorno di questi tempi-, ma è difficile rimanere del tutto indifferenti alla deriva esistenzialista di Succession. Vedere nella vita una condanna perché bisogna essere all’altezza dei propri genitori oggi lo potremmo definire un “first world problem” (problema da gente del primo mondo, mica come la guerra, la siccità, la carestia), ma rappresenta un’ansia universale.

È Plutarco a raccontare, ne Le vite parallele, di come Alessandro Magno, nel quarto secolo avanti Cristo, si disperasse di fronte alle imprese paterne, pregando il padre di “lasciare a lui un po’ della gloria”. Kendall è costretto ad un perenne stadio infantile, di certo non aiutato da un padre che non lo considera mai alla sua altezza. Per sempre, agli occhi di tutti, un bambino impacciato. Quando prova a fare la voce grossa o a dare ordini alla Waystar, suscita sempre un sorriso: come quei bimbi che si mettono ai piedi le scarpe troppo grandi dei genitori e li imitano in modo grossolano, producendo un effetto teneramente grottesco.

Anti-Edipo

Jeremy Strong è Kendall Roy in una scena della serie Successsion

Ormai è chiaro: il perno di Kendall è il rapporto col padre. Questo evoca decine di archetipi letterari, ma su uno vale la pena soffermarsi: Edipo. Se la tragedia di Edipo è aver ucciso suo padre, quella di Kendall è non esserci riuscito. Il secondo carattere fondante di Kendall Roy è il suo proverbiale insuccesso. Non c’è progetto che si metta in testa che non fallisca miseramente. Non è una nuvola di Fantozzi a gravare il suo capo, ma una tendenza all’auto-sabotaggio. È vero, quello di Succession è un mondo di belve, in cui sono tutti pronti a metterti i bastoni tra le ruote; ma, ogni volta che una catastrofe si abbatte sui progetti di Kendall, è sempre lui ad aver spinto la prima tessera del domino.

Dal suo matrimonio, all’azienda di famiglia, ai rapporti coi fratelli e col padre: messo ad un bivio, Kendall si incammina sempre per l’ovvia strada sbagliata. Sì, a volte è frustrante, ma il nocciolo di tragedia greca contenuto in Succession lo richiede. La storia di Orfeo e Euridice non è racchiusa nel loro amore, ma nel momento inevitabile in cui Orfeo, di sua spontanea volontà, si volterà verso l’amata. Gli auto-ammutinamenti di Kendall permettono di avvicinarlo ai protagonisti della grande tragedia e provare per lui quella stessa compassione che riserviamo ad Orfeo, Edipo o Aiace, o talvolta addirittura noi stessi, quando siamo artefici e vittime dei nostri mali.

Cringe culture is (not) dead

Jeremy Strong è Kendall Roy in una scena della serie Succession

Nonostante tutti i suoi patemi d’animo, Kendall resta una persona orribile. È incapace di rendersi conto dei suoi privilegi, di anteporre chiunque ai propri interessi personali o di provare compassione per qualcuno che non sia se stesso. E, soprattutto, è incapace di notare tutte queste cose. Questo lo rende, spesso e volentieri, protagonista di momenti inavvertitamente comici, e l’unica spiegazione al perché non si renda conto di mettersi in ridicolo è che sia del tutto privo di qualunque consapevolezza di sé. In quale altro modo giustificare la sua fiera pubblica performance di un pezzo rap composto da lui in onore dei cinquant’anni di carriera del padre?

È ben poco letterario, ma non c’è altro modo per dirlo: Kendall è fastidiosamente cringe, come confermano le numerose “Kendall Roy Cringe Compilation” su Youtube. Non si può non provare imbarazzo e disagio nel sentirgli dire, senza un filo di autoironia, cose come “Sono in cerca di figa come un fottuto Gatsby della techno”. La sua totale mancanza di filtri, però, oltre a renderlo una grossa fonte di comicità involontaria, lo rende anche estremamente vulnerabile. Kendall non riesce a nascondere il suo costante bisogno di essere apprezzato, amato, voluto, necessitato, spesso facendo la figura del patetico e del disperato.

Ma i suoi bisogni non sono diversi dai nostri e, in questo riguardo, l’unica differenza tra noi e Kendall è che noi abbiamo imparato a mendicare affetti con maggiore dignità. O almeno, così crediamo. Servirebbe osservarci dall’esterno per averne la conferma, ma né noi né Kendall possiamo farlo.

Siamo tutti Kendall Roy

Jeremy Strong è Kendall Roy in una scena della Stagione 4 della serie Succession

C’è, in fin dei conti, qualcosa di attraente nel personaggio di Kendall Roy, nel modo in cui si nasconde nelle zone grigie fra gli archetipi narrativi. Troppo tragico per essere un buffone qualunque, troppo ridicolo per meritare il rango di eroe. Umano, troppo umano, con i suoi traumi familiari, le sue bassezze morali, le sue credibili contraddizioni. Forse la sua inadeguatezza alle categorizzazioni non è altro che un riflesso dell’assenza di un suo posto nel mondo.

Chiunque osservi Kendall troppo da vicino, corre il rischio di scorgervi uno specchio deformante, che rimanda la propria immagine. Cosa abbiamo rivisto di noi il lui? Il rapporto fallimentare coi nostri genitori, l’incapacità di far fruttare le occasioni messeci a disposizione, la mancanza di autocritica, l’egocentrismo, l’egoismo, l’ipocrisia, la dipendenza, la debolezza, la risibilità. Kendall abbraccia un intero spettro di meschinità umane ed è impossibile non ritrovarne almeno una di cui autoaccusarsi. Se è vero, come diceva Proust, che le colpe che ci ispirano maggiore indulgenza sono quelle che comprendiamo, allora non possiamo che mostrarci comprensivi nei confronti di Kendall come lo saremmo verso noi stessi. Preferiremmo di gran lunga avere in comune con lui il conto in banca, ma, a meno di non far cognome Murdoch, ci dovremmo accontentare.

E a voi piace il personaggio di Kendall Roy? Siete stati felici di come si è conclusa la sua storia o avreste preferito il finale alternativo svelato da Jeremy Strong? Ditecelo nei commenti!

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