Peggio di Trump? Ecco 10 film sulle Presidenze USA

Gli Americani hanno votato: Donald Trump tornerà alla Casa Bianca. Questa notizia ha sconvolto il mondo, ma a conti fatti, è solo l'ultimo capitolo di una lunga storia di presidenze controverse. Scorri qui sotto e scopri 10 titoli che hanno raccontato il lato oscuro della politica americana, tra potere, segreti e verità nascoste.
Vice, Nixon - Gli intrighi del potere, W. e I colori della vittoria tra i migliori film sulla presidenza USA da vedere dopo l'elezione di Donald Trump

In questi giorni, i social, i media e il mondo intero sembrano sul punto di esplodere: Donald Trump ritornerà alla Casa Bianca come presidente degli Stati Uniti. L’attenzione è alle stelle, tra primati storici e forti reazioni di ogni genere, ma forse vale la pena di fare un passo indietro per riflettere. Prima di cedere a reazioni allarmistiche, chiediamoci: quante amministrazioni nella storia sono davvero state trasparenti? Quanti presidenti possono definirsi irreprensibili? Cosa succede davvero dentro lo Studio Ovale quando la sua porta si chiude?

Ogni epoca ha avuto le sue controversie, indipendentemente dai protagonisti. Guardiamo allora oltre Trump e lasciamoci guidare da uno dei media che insieme ai quotidiani e ai telegiornali ha raccontato la storia della politica Americana attraverso i decenni: il cinema. Ecco 10 film che tra luci e ombre raccontano le presidenze più importanti degli Stati Uniti e ci ricordano che dietro la facciata della Casa Bianca esiste una realtà molto più sfumata e talvolta non così limpida come ci aspettiamo.

Lincoln di Steven Spielberg

Iniziamo da colui che ha portato il nome del primo uomo sulla Terra e che, ironicamente, fu il primo presidente assassinato (Trump a differenza sua ci è andato molto vicino) nella storia degli Stati Uniti: Abramo Lincoln. Molti potrebbero chiedersi perché partire proprio da lui, il leader celebrato come il salvatore della schiavitù, l’uomo che ha restituito diritti a migliaia di afroamericani. La risposta ce la offre Steven Spielberg con il suo Lincoln che, oltre a ottenere due Oscar, ci mostra una grande verità: la strada verso la più grande conquista d’America non è stata del tutto limpida.

Spielberg ci svela come persino il “cittadino più integerrimo d’America” abbia dovuto ricorrere a compromessi, giochi di potere e persino atti di corruzione per raggiungere l’obiettivo dell’abolizione della schiavitù. Il film insinua anche un dubbio: c’erano forse altri interessi oltre all’ideale di libertà? È possibile che dietro la battaglia per i diritti si celassero ambizioni politiche e motivi strategici più complessi e meno nobili di quanto siamo abituati a pensare? Mai come con questo film riecheggiano quindi le parole “Sic Semper Tyrannis“, le ultime che ha udito Abramo Lincoln stesso un secondo prima del suo assassinio.

Truman di Frank Pierson

I più lo conoscono come il presidente “eletto col botto” per una delle azioni più devastanti della storia americana: lo sgancio della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki. Il film Truman, diretto da Frank Pierson e interpretato da Gary Sinise (che vinse un Golden Globe per la sua interpretazione), racconta la complessa figura di Harry S. Truman, il presidente che ha messo fine alla Seconda Guerra Mondiale ma che ha anche aperto l’era nucleare. Il film segue la sua carriera politica e il difficile passaggio dalla vice-presidenza alla guida del Paese, approfondendo l’uomo dietro le decisioni cruciali che hanno cambiato il mondo.

Sinise ritrae Truman come un uomo pragmatico, ma costantemente combattuto tra il peso delle sue scelte e le pressioni internazionali. Pierson non si sofferma solo sulla decisione della bomba atomica, ma esplora anche i momenti di tensione successivi, in cui Truman si trova a costruire un equilibrio nel mondo postbellico e a gettare le basi per la Guerra Fredda. Per chi oggi teme che Trump possa scatenare un conflitto premendo “il bottone”, Truman rappresenta il precedente storico: è lui ad aver inaugurato l’era nucleare, con un singolo gesto che ha dimostrato come la fine del mondo è uno scenario più possibilistico di quanto si pensi.

JFK – Un caso ancora aperto di Oliver Stone

JFK, vincitore di due Premi Oscar, è il primo film della Trilogia Presidenziale di Oliver Stone che esplora uno dei più grandi misteri irrisolti della politica americana: l’assassinio di John F. Kennedy. La pellicola non solo ha riacceso l’interesse pubblico sul caso, ma ha anche spinto le istituzioni a riaprire le indagini, rendendosi responsabile dell’approvazione del JFK Records Act, che ha portato alla pubblicazione di migliaia di documenti classificati. Stone scava negli intrighi che avvolgono la vicenda, rivelando un lato oscuro della politica americana che va oltre la figura carismatica di Kennedy.

Il film ritrae l’ombra di interessi enormi e potenti che sembrano essersi opposti alla visione del presidente, con particolare riguardo alla sua intenzione di evitare un’escalation nella guerra del Vietnam. Rifiutandosi di seguire la via militare, Kennedy entrò letteralmente nel mirino di figure influenti e di un complesso di interessi industriali per i quali la guerra rappresentava una fonte di guadagno e potere. JFK porta quindi a riflettere su una domanda inquietante: se esistono individui e gruppi abbastanza potenti da eliminare un presidente, chi è che siede davvero dietro la scrivania dello Studio Ovale?

Path to the War – L’altro Vietnam di John Frankenheimer

Path to War è un film profondo che esplora la presidenza di Lyndon B. Johnson, con l’intensa interpretazione di Michael Gambon, premiata da un Golden Globe (non è la sua unica grande interpretazione lo sapete? Scoprite qui le altre quattro). La pellicola ritrae Johnson come un uomo complesso e tormentato, combattuto tra il desiderio di proseguire le riforme sociali e l’inevitabile coinvolgimento nella guerra del Vietnam. Nonostante i suoi successi domestici, tra cui la promozione dei diritti civili come il Civil Rights Act e l’avvio di importanti riforme sociali, Johnson è mostrato come un presidente la cui leadership è stata segnata da scelte difficili e moralmente ambigue.

La sua determinazione a combattere il comunismo in Asia lo porta a prendere decisioni discutibili, alimentando un conflitto devastante che divide il Paese e lascia profonde cicatrici nella sua amministrazione. Il film non nasconde i lati più bui della sua presidenza, offrendo un ritratto realistico e sfumato di un leader che, nonostante le sue buone intenzioni, non ha avuto un mandato “immacolato.” Path to War è in definitiva una pellicola di grande qualità che merita di essere riscoperta. Se siete appassionati di storia e politica, rendetegli giustizia: recuperatelo su NOW, insieme alle altre novità di novembre.

Tutti gli uomini del presidente di Alan J. Pakula

Ora arriviamo a un altro presidente che in quanto a contestazioni non ha nulla da invidiare a Donald Trump: Richard Nixon. Il film Tutti gli uomini del presidente, diretto da Alan J. Pakula e vincitore di due Premi Oscar, porta sullo schermo uno dei più clamorosi scandali politici americani, il Watergate. Interpretato da Robert Redford e Dustin Hoffman, la pellicola racconta la coraggiosa inchiesta dei giornalisti del Washington Post, Carl Bernstein e Bob Woodward, che scoprirono le connessioni tra la Casa Bianca e l’irruzione nella sede del Partito Democratico, rivelando al pubblico una rete di corruzione e abusi di potere.

Il film si distingue per l’attenzione ai dettagli e per l’accuratezza con cui segue l’indagine, mostrando come Bernstein e Woodward, nonostante ostacoli e intimidazioni, abbiano scavato in profondità per portare alla luce la verità. Tutti gli uomini del presidente non è solo un thriller politico, ma anche un tributo al potere della stampa libera e alla sua funzione di controllo sui potenti. Le scene girate nelle redazioni, i dialoghi serrati e il senso di suspense fanno di questo film un esempio di cinema giornalistico, che continua a ispirare e a ricordarci l’importanza di una stampa che indaga e non teme di sfidare il potere. Se anche voi volete ringraziare questi due grandi giornalisti approfondite qui la storia vera che è stata d’ispirazione per il film.

Gli intrighi del potere – Nixon di Oliver Stone

Proseguiamo di nuovo con Nixon e di nuovo con Oliver Stone parlando de Gli intrighi del potere – Nixon. Qui il regista esplora il lato psicologico del presidente (Anthony Hopkins), un uomo logorato dalla paranoia e dall’ossessione di vedere nemici ovunque. Questa visione distorta della realtà condizionava ogni suo passo, portandolo a prendere decisioni controverse e a isolarsi sempre più fino a distruggere lentamente la sua stessa amministrazione. L’opera si addentra anche nelle relazioni intricate di Nixon con i cosiddetti “poteri forti” (tra cui la CIA, il complesso militare-industriale e potenti gruppi economici) con i quali intratteneva legami ambigui e carichi di tensione.

Sebbene questi rapporti fossero cruciali per sostenere il suo governo, al tempo stesso lo lasciavano vulnerabile, soggetto a pressioni sottili ma potenti. Proprio in questa parte, il film lascia spazio a una teoria mai verificata secondo la quale Nixon sarebbe stato vittima di questi stessi poteri forti: la CIA e influenti gruppi economici avrebbero contribuito a farlo cadere dopo che il presidente aveva scollegato il valore del dollaro dall’oro, ancorandolo alla borsa. Se fosse vero, questo fatto mostrerebbe un’amara realtà: anche l’uomo più potente del mondo è inerme davanti a un dio, il “Dio Denaro.”

I colori della vittoria di Mike Nichols

Il poster del film I colori della vittoria

Terminiamo questa rassegna con I colori della vittoria, l’opera diretta da Mike Nichols e ispirata alla figura di Bill Clinton. Interpretato da John Travolta, il film racconta la campagna elettorale di un carismatico governatore del Sud che, nonostante le sue straordinarie abilità politiche, rivela lati personali molto meno ammirevoli. I colori della vittoria mette in luce la doppia faccia di Clinton: da una parte, un leader competente e visionario, dall’altra, un uomo con fragilità personali e comportamenti moralmente discutibili. Il film evidenzia come Clinton, pur essendo stato un presidente ampiamente riconosciuto per i suoi successi politici, non sia stato altrettanto apprezzato come persona.

In un contesto dove la politica si intreccia inevitabilmente con la vita privata (cosa che Donald Trump conosce bene, come abbiamo sottolineato nella nostra recensione dell’ultimo film su di lui) Primary Colors esplora il prezzo dei comportamenti del singolo sulla carriera pubblica. E se tutto questo può sembrare esagerato, basta ricordare che Clinton è stato effettivamente sottoposto a impeachment proprio per scandali legati alla sua controversa vita privata, dimostrando come la sfera personale possa travolgere anche la più brillante delle carriere politiche.

Fahrenheit 9/11 di Michael Moore

Prendiamoci una pausa dai film più “romanzati” per focalizzarci sui fatti nella loro essenza con Fahrenheit 9/11, il documentario di Michael Moore su George W. Bush di cui trovate qui la nostra recensione. In questo lavoro, Moore esplora i diversi punti critici della sua presidenza, a partire dai controversi legami tra le famiglie Bush e Bin Laden. Come il documentario evidenzia, i Bin Laden infatti possedevano partecipazioni in alcune aziende connesse agli affari dei Bush, incluso il Carlyle Group, un colosso finanziario in cui le due famiglie avevano investimenti.

Questi legami sollevano dubbi inquietanti (che farebbero impallidire le accuse rivolte adesso contro Donald Trump), suggerendo possibili conflitti di interesse e questioni di convenienza economica, che rendono opache le circostanze attorno all’attentato dell’11 settembre 2001. Oltre a queste rivelazioni, Moore analizza le controverse elezioni presidenziali del 2000 in Florida, stato governato dal fratello di George W. Bush, Jeb. Attraverso episodi di brogli e presunti errori di conteggio, Moore dipinge un quadro delle elezioni come manovrate per favorire Bush stesso. La combinazione di queste accuse crea un’immagine complessa e controversa della sua presidenza, alimentando domande sulle motivazioni dietro alcune delle sue decisioni più cruciali.

W. di Oliver Stone

Chiudiamo ora la Trilogia Presidenziale di Oliver Stone con il nostro ultimo film su George W. Bush (a cui, proprio come a Trump, staranno fischiando le orecchie per tutte le volte che l’abbiamo nominato). Stiamo parlando di W., un film che, a differenza dei precedenti, offre uno sguardo più introspettivo e psicologico sul 43º presidente degli Stati Uniti. W. insieme a Vice dipinge un quadro complementare della figura di Bush, mostrandolo non solo come uomo di potere, ma anche come un individuo alla costante ricerca di approvazione paterna. Nel film, Stone racconta la storia di un Bush che, per guadagnarsi la stima del padre è pronto a prendere decisioni con conseguenze devastanti, come la scelta di invadere l’Iraq.

La pressione di dimostrare il proprio valore lo porta a intraprendere azioni che lo segneranno e che avranno effetti profondi sulla politica mondiale. A questo punto, vale la pena di riflettere su come una simile vulnerabilità possa ricordare i dubbi sollevati da Donald Trump su Joe Biden, considerato da molti “troppo debole” per il ruolo di presidente. Non potremmo, a conti fatti, dire qualcosa di simile su Bush? È dunque solo una questione di età a determinare se una persona ha la forza necessaria per essere il presidente degli Stati Uniti?

Vice di Adam McKay

Adesso concentriamoci su un’altra delle figure che, insieme a Trump, è tra le più controverse della politica americana, ma paradossalmente non si è mai seduta dietro la scrivania dello Studio Ovale. Non stiamo parlando di un presidente, ma di un vicepresidente: Dick Cheney, protagonista del film Vice, diretto da Adam McKay. La pellicola, che ha vinto un Oscar per il trucco e le acconciature, ha visto Christian Bale ottenere il Golden Globe per la sua straordinaria interpretazione di Cheney (durante la premiazione ha addirittura ringraziato “Satana” per averlo ispirato).

In America, il ruolo di vicepresidente è spesso visto come insignificante (come hanno dimostrato anche le recenti elezioni), tuttavia McKay riesce a ribaltare questa percezione, mostrando Cheney come un astuto burattinaio che ha esercitato un’influenza determinante sull’uomo più potente del mondo. Il vicepresidente ha assunto un potere straordinario, portando avanti politiche che hanno avuto ripercussioni globali. Durante la presidenza di George W. Bush, ha promosso l’invasione dell’Iraq e l’intervento in Afghanistan, decisioni che hanno destabilizzato il Medio Oriente. La sua spinta a perseguire una “guerra al terrore” ha avuto come conseguenza la nascita del terrore stesso, contribuendo indirettamente alla creazione di niente poco di meno dell’ISIS.

Dopo questo lungo viaggio attraverso decenni di politica americana, quale modo migliore per concludere se non con le parole che Donald Trump e molti altri prima di lui hanno usato per chiudere i loro discorsi? “Dio benedica gli Stati Uniti d’America”, ne hanno davvero bisogno.

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