Pat Garrett e Billy the Kid: tempus fugit, anche nel West

Pat Garrett e Billy the Kid è senza dubbio una delle opere cinematografiche di Sam Peckinpah più amate e apprezzate. Grazie al Cinema Ritrovato 2024 l'abbiamo visto e recensito. Ecco cosa ne pensiamo!
Kris Kristofferson e James Coburn in una scena del film Pat Garret e Billy the Kid

Uscito nelle sale sul finire del 1973, Pat Garrett e Billy the Kid è un western sui generis, diretto da colui che ha fatto dei western sui generis una vera e propria ragione di vita: Sam Peckinpah. Regista di grande innovazione (riconosciuta più dai posteri che dai suoi contemporanei), attivo perlopiù tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli Ottanta, Peckinpah fu l’uomo che rinnovò il genere western, dandogli caratteristiche più violente e crude, ma senza mai lasciare in disparte l’aspetto psicologico e umano dei puoi personaggi. Sanguinosi ma a modo loro poetici, i film di Peckinpah sono quasi tutti entrati nella storia del genere e, più in generale, del cinema.

Ebbene, restaurato in occasione del cinquantesimo anniversario dall’uscita Pat Garrett e Billy the Kid è tornato nelle sale italiane. O, meglio, in una sala italiana, quella del Cinema Arlecchino di Bologna, in occasione del Cinema Ritrovato 2024, per due proiezioni speciali. Finalmente, nella versione più vicina possibile a quella che voleva il regista, in lotta per tutta la sua vita con censura e tagli apportati dalle produzioni. Film sorprendentemente introspettivo, dai ritmi pacati (relativamente, almeno per il genere) e “decisamente diverso da Il mucchio selvaggio, così come da altri film di Sam” (come dice durante la presentazione uno dei montatori del film, Roger Spottiswoode, poi diventato regista a sua volta). Ecco quindi cosa pensiamo del film di Sam Peckinpah.

Di cosa parla Pat Garrett e Billy the Kid

Kris Kristofferson è Billy the Kid in una scena del film Pat Garrett e Billy the Kid

Seconda metà del XIX secolo. Nuovo Messico. Due pistoleri, l’esperto Pat Garrett (James Coburn) e il giovane Billy the Kid (Kris Kristofferson), precedentemente alleati in numerose scorribande contro i proprietari terrieri della zona, si trovano improvvisamente contrapposti. Il primo, ormai eletto sceriffo della cittadina di Lincoln, ha scelto di “passare dall’altra parte” per diventare vecchio e “sopravvivere”; il secondo, invece, in compagnia di altri cowboys ha scelto di continuare con la vita di prima. Garrett, precedentemente incaricato dai suoi superiori di prenderlo prigioniero o ucciderlo, incontrato l’amico, gli concede cinque giorni per fuggire in Messico.

Nonostante l’avvertimento, Kid continua a vivere negli Stati Uniti come se nulla fosse. A questo punto, Garrett è costretto ad intervenire e, dopo una sparatoria, riesce a catturare l’amico. Durante un momento di assenza di Garrett, Kid riesce a fuggire e a tornare dai compagni a Fort Sumner. Nonostante le rimostranze della moglie e spinto dal governatore del Nuovo Messico, Lew Wallace (Jason Robards), Garrett inizia così una caccia all’uomo attraverso lo stato. Una caccia all’uomo che lo spinge ai limiti di sé stesso e delle sue convinzioni. Una vera e propria esplorazione di passato e futuro del west che si concluderà inevitabilmente con un nuovo faccia a faccia tra i due pistoleri.

La nostalgia nel West

Kris Kristofferson e James Coburn in una scena del film Pat Garrett e Billy the Kid

Terminata la visione del film, la sensazione che rimane è quella di una grande nostalgia, una nostalgia che stritola le viscere e che toglie il respiro. Un po’ come quando si recupera una vecchia foto, si rivede un film ammirato per la prima volta in infanzia o si rispolvera un ricordo da tempo sopito. Quel rimpianto di un tempo, di un modo di vedere le cose che, inevitabilmente, non tornerà. Uno sguardo al passato che nessuno può sopportare, nemmeno il cinico Pat Garrett, impersonato da un malinconico James Coburn, del quale ogni ruga, ogni tratto, sembra rimarcare il tempo passato.

Perché forse, più che il West, gli spari, il logorante inseguimento e le ingiustizie di un mondo che si sta sgretolando e ribaltando (comunque messi in scena con magistrale coerenza da Peckinpah, in tutta la loro cruda e lercia violenza), il vero centro di Pat Garrett e Billy the Kid è il tempo, il tempo che cambia uomini e, di conseguenza, amicizie, cambia i valori e rende necessario voltare di gabbana per sopravvivere, ingrigire e diventare vecchi. Più che un giudizio morale, quello che dà Sam Peckinpah è un dato di fatto, un malinconico racconto di un’amicizia rovinata e mortale, attraverso cui passa buona parte della Storia americana.

Da un lato portata avanti dal cinico opportunismo (non senza una sorte di etica primordiale, crisi di coscienza, sguardi malinconici verso un alleato che muore di fronte alla moglie dinnanzi al fiume: che scena magnifica!); dall’altro dall’ingenua e strenua fedeltà a valori ormai sorpassati e prossimi a entrare in disuso. Inutile chiedersi quale delle due vie sia quella giusta, Storia è infatti ormai scritta: il vincitore è chiaro, ma il reciproco riavvicinarsi in corso d’opera (il crescendo di violenza di Garrett, l’umanità manifesta di Kid, nonostante le sue furbizie) mostra che i confini non sono affatto così netti.

Bob Dylan: il collante tra passato e futuro

Bob Dylan è Alias in una scena del film Pat Garrett e Billy the Kid

C’è poi un altro elemento, a nostro avviso, molto significativo nell’opera di Sam Peckinpah. Elemento che porta volto (e voce) di Bob Dylan. Oltre al ruolo (evidente, anche cinquant’anni dopo) a livello pubblicitario, la presenza di Dylan all’interno del film non sembra affatto essere solo questo. Autore in solitaria della colonna sonora, elemento fondamentale nel rafforzare la malinconia e la sensazione da “fine dei tempi” che permea il film, il cantautore statunitense figura anche come personaggio del film.

Nel suolo di Alias, spettatore della vicenda, Dylan sembra quasi il testimone di un passaggio di consegne, di un cambiamento definitivo nella vita statunitense. Un ruolo che, attraverso la sua musica, ispirata dalla tradizione folk statunitense (da Joe Hill a Woodie Guthrie, cantori delle lotte operaie americane, a loro volta ispirati e ispiranti dalla cultura statunitense) e poi diventata grande distaccandosene, aveva già ricoperto con successo nel decennio precedente.

Pat Garrett e Billy the Kid, pistoleri con un’anima

James Coburn è Pat Garrett in una scena del film Pat Garrett e Billy the Kid

Sanguinoso ma non troppo, rabbioso verso il tempo che scorre, intriso di onore cavalleresco (almeno nel rapporto tra i due protagonisti) e pietà per ciò che è stato (un po’ come un altro grande western moderno, Gli spietati di Clint Eastwood), Pat Garrett e Billy the Kid racconta una storia di un mondo che se ne sta andando (così come, in un certo senso, lo stesso Sam Peckinpah, all’epoca nella fase iniziale di una tremenda spirale autodistruttiva), sopraffatto da interessi capitalistici ed economici spersonalizzanti. Un mondo oramai sommerso che però va ricordato, se non altro con un film.

Attestato indiscutibile del talento di un regista incomparabile ma forse incompreso, che aveva più da raccontare di quanto non sembrasse, così come i mondi che raccontava, il nono lungometraggio televisivo di Peckinpah è in fin dei conti il certificato di un grande amore per i personaggi e per un filone, troppo spesso ridotto a prodotto commerciale con poca anima ma con, potenzialmente molte più sfumature, politica e umanità di quanto non appaia. Anche i (film di) pistoleri hanno un’anima, almeno nei film di Peckinpah. E questo nemmeno il tempo potrà cambiarlo.

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