Palazzina Laf, recensione: “Qualcuno ci salvi dall’Ilva”

Dopo il cinema di Francesco Rosi, dopo il cinema di Elio Petri, l’Italia sembra di recente aver fatto un piccolo, seppure significativo ritorno al cinema di impegno civile. Ci prova anche Michele Riondino con il suo esordio alla regia in cui racconta, in Palazzina Laf, un caso tarantino che ha segnato il primo caso riconosciuto di mobbing.
Michele Riondino in una scena del film Palazzina Laf

Se Palazzina Laf fosse un horror sarebbe Hereditary, Monster House, The Hole e poi La casa. Il dramma, chiuso in una sola stanza, non ha via di fuga: deve venire fuori a tutti i costi. I protagonisti di Palazzina Laf sarebbero iene, iene ridotte a vivere di scarti, iene, come quelle di Tarantino, sempre chiuse in una sola stanza, che arrivano alla degenerazione, arrivano a sospettare di chiunque. Michele Riondino esordisce così dietro la macchina da presa, con la storia di caso italiano (profondamente italiano),  tanto inquietante quanto dimenticato. 

Nel 1998 l’Ilva a Taranto era ancora il centro economico della città. Lo sapeva bene l’ingegnere Riva, passato alla storia come figura di spicco nella storia dell’industria siderurgica italiana. Con il crescere delle lotte sindacali, l’emergere delle denunce contro l’azienda e la privatizzazione della società, ogni voce scomoda doveva essere messa a tacere. Così dai vertici dell’azienda arriva l’idea: tutti i dipendenti ritenuti “fastidiosi” sarebbero stati confinati in una palazzina ormai in disuso, chiamata Palazzina Laf ( laf – laminata a freddo). 79 dipendenti (ingegneri, architetti, segretarie, informatici), furono declassati dalle proprie mansioni e spediti nella palazzina per otto ore al giorno senza far nulla, per tutto il giorno.

Di cosa parla Palazzina Laf 

Elio Germano e Michele Riondino in una scena del film Palazzina Laf

La scorsa Festa del Cinema di Roma ha raccontato in due storie differenti la storia dell’Italia intera: una con il commovente esordio alla regia di Paola Cortellesi, una con l’esordio alla regia di Riondino. La vera protagonista del film è spesso la palazzina stessa, con le sue mura piene di muffa, un telefono predisposto solo a ricevere le chiamate, le pareti bianche, anonime, niente sulle scrivanie, tranne vecchie carte impolverate. Tutti sanno che quello è un manicomio a tutti gli effetti. Ogni nuovo ingresso viene segnalato dai dipendenti, che si affacciano sui due lati dei corridoi, come l’annuncio di un croupier

È arrivata la paziente numero 52. 52: a’ segretaria”. Giorno dopo giorno, come verrà poi raccontato dagli stessi testimoni nel corso del processo, gli impiegati si ammalavano. Si ammalavano non tanto per amianto e diossina, altri elementi fondamentali nella vicenda, ma per la punizione della goccia cinese messa in atto dai vertici dell’azienda. E in una società in cui la qualifica forniva (e purtroppo, fornisce) all’essere umano una forma di etichetta con la quale identificarsi e sentirsi appagato, quelle ore di nulla, immerse nello squallore e in un sindacato assente, furono la rovina per i 79 protagonisti della storia.

I dipendenti pregano, cantano, distruggono i muri di carton gesso a colpi di martello, piangono, giocano a pallone, dormono. Michele Riondino, anche co-sceneggiatore e protagonista della storia, (di recente protagonista di un’altra storia tutta italiana, quella della famiglia Florio), interpreta qui i panni della spia della vicenda: Caterino Lamanna. Caterino è l’unico in possesso della qualifica di operaio. Caterino (un personaggio fittizio, ma ispirato ad un caso similare di un operaio Fiat) non comprende il concetto di sciopero “una perdita di tempo, il giorno dopo è tutto uguale. La verità è che là dentro nessuno vuole lavorare”. 

La storia italiana in una palazzina 

Michele Riondino e Vanessa Scalera in una scena del film Palazzina Laf

Così Caterino si fa spedire volontariamente nella palazzina. In parte per curiosità, in parte per la promessa della qualifica di capo squadra in cambio di informazioni e pretesti per licenziare i colleghi in tronco, ma per lui, quello è sempre lavoro. “Tu lo sai perché stai male lì dentro? Perché hai capito che per uscire di la ti devi mettere la tuta da operaio e andare a lavorare veramente. Ma perché non la puliamo un po’ sta palazzina? Tutta la muffa…” Caterino non dubita neanche per un attimo di ciò, Caterino non crede neanche per un attimo all’attività sindacale

Riondino, che da sempre si era occupato del caso Ilva, decide di raccontarlo ora con la sua grammatica, partendo da quella che ritiene la genesi del problema tarantino. Un problema perfettamente italiano. Tanto italiano che decide di raccontarlo, per la prima volta, non dal lato puramente ambientale e disastroso della vicenda. Ma dal modo in cui l’Italia si approcciava e continua ad approcciarsi al mondo del lavoro. Senza nessun rispetto per i suoi dipendenti, ridotti a pedine o ancora peggio, a pazienti di un manicomio la cui struttura è più malata dei suoi ospiti. 

Per la prima volta il confino in fabbrica fu associato a una forma sottile di violenza privata e per merito di questa sentenza un termine ancora non riconosciuto dal nostro ordinamento giuridico fu finalmente introdotto. Quello della palazzina LAF fu il primo caso di mobbing in Italia”.

L’intersezionalità è la chiave

Michele Riondino sul set del film Palazzina Laf

Caterino è la mia feroce critica nei confronti di una classe operaia che preferisce schierarsi dalla parte del più forte, del carnefice, piuttosto che gridare al mondo intero di essere la vittima, la parte lesa, la parte debole di questa società. Molti tarantini vivono ancora all’ombra di questa utopia. Pensano di rappresentare una classe che un tempo era nobile e che racconta altri lavoratori come nullafacenti, come gente che andrebbe punita. ” ha dichiarato Riondino in una recente intervista.

Riondino affida così la critica al problema tarantino concentrandosi su diverse tematiche. Il lavoro, l’ambiente, il “lamentarsi come francesi e ritirarsi come spagnoli” come afferma il personaggio dell’impiegata disillusa interpretata da Vanessa Scalera – in altre parole, la scomparsa di un’attività propriamente sindacale in Italia. Intersezionalità – diverse tematiche all’apparenza distanti ma che messe insieme, forniscono il quadro completo nella maniera più efficace. Si è parlato spesso di intersezionalità negli ultimi giorni, ma con occhi fin troppo diversi. Lo scorso 25 novembre, dopo la manifestazione contro la violenza sulle donne, si parlava di “femminismo intersezionale” come qualcosa di inappropriato.

O persino, come “qualcosa che danneggia il femminismo vero e proprio”. E lo stesso parlare di femminismo, pure a titolo esemplificativo, in una recensione sul problema tarantino, potrebbe suscitare lo stesso tipo di pensiero manifestato negli scorsi giorni. Eppure Riondino, che ha compreso l’importanza di affrontare il tema non come un problema tarantino ma come un problema italiano, il problema Ilva non come un problema di ambiente ma come un problema di lavoro, ha fatto dell’intersezionalità la chiave vincente del film e del suo esordio alla regia. Palazzina Laf, una storia che ha bisogno di essere ri-portata alla luce è al cinema dal 30 novembre.

Facebook
Twitter