Le otto montagne, la recensione: reunion a Cannes fra Borghi e Marinelli

OTTO MONTAGNE: LA RECENSIONE

C’era grande attesa per Otto Montagne, qui alla 75esima edizione del Festival di Cannes. Soprattutto per gli addetti ai lavori battenti bandiera italiana, vista la reunion fra Alessandro Borghi e Luca Marinelli a sette anni di distanza dal film che più lanciò le loro carriere, il Non essere cattivo di Claudio Caligari. Ma ancor di più per i lettori del Premio Strega da cui il film è tratto, il romanzo rivelazione omonimo di Paolo Cognetti. Un’attesa potenzialmente ripagata da ottime premesse che non si limitavano al solo cast, ma che hanno finito per lungheggiare e indugiare in un minutaggio fin troppo spalmato.

Le otto montagne di Bruno e Pietro

Una scena da Le otto montagne
Una scena da Le otto montagne

“Non pensavo di incontrare un amico come Bruno nella vita”

Così recitava il trailer, così inizia Le otto montagne, scritto e diretto a quattro mani da Felix Van Groeningen – già regista di Alabama Monroe e di Beautiful Boy – assieme a Charlotte Vandermeersch. In corsa per la Palma d’Oro, il film con la coppia Borghi e Marinelli però fa gridare a qualcuno, in sala, con fare polemico: “Perché è in concorso?“. Sarà la distaccata sensibilità spagnola del giornalista in questione, immune al fascino di una reunion di questa portata per il pubblico nostrano. Ma se da un lato il sentore della sala sembra essere condivisa – il pubblico di giornalisti si spreca in un applauso più breve di quello concesso al logo della kermesse, a inizio proiezione – dall’altro il film di Van Groeningen e Vandermeersch ha qualcosa in più da raccontare di una semplice reunion: soprattutto, il filtro ottico con cui la racconta, gustosamente tecnico.

Nord Italia, 1984. Quella di Bruno (Alessandro Borghi) e Pietro (Luca Marinelli) è la classica storia di un’amicizia nata sotto il sole di un’estate, ma anche all’ombra di una montagna. I due sono coetanei, ma sono anche, letteralmente, come il giorno e la notte. Pietro: istruito, famiglia benestante, moro, ragazzo di città. Bruno: montanaro, padre muratore assente, madre non si sa, conduce le vacche ma il ciuffo è biondo. La classica storia, insomma, di due bambini agli antipodi che riescono a mettere da parte le loro differenze e a far sbocciare una bellissima amicizia sullo sfondo di un paesino sempre più in abbandono. Anche nel rapporto col luogo, soprattutto nel rapporto col luogo, i due si dimostreranno fin troppo diversi.

Figuratevi uno di quei classici paesini alla Radiator Springs, per attingere a un immaginario forse lontano ma immediato: collegato da una singola strada sterrata, se ne vede costruire una in asfalto, per attrarre nuovi turisti e abitanti. Ma l’effetto sarà l’opposto. La strada uccide la località perché apre alla fuga, riducendo i locali a un centinaio di abitanti, fra cui anche Bruno, che è l’unico bambino. I genitori di Pietro, invece, vi hanno comprato una casa di villeggiatura proprio perché è il più spaesato da-nessuna-parte che potessero scegliere. Il padre di Pietro (Filippo Timi), in particolare, grigio ingegnere di fabbrica coi polmoni bruciati dalle sigarette e dallo smog e dalla pioggia e dallo stress da traffico di Torino, ama quei luoghi perché in montagna ritrova il respiro.

Scendere è più difficile che salire

Alessandro Borghi e Luca Marinelli
Alessandro Borghi e Luca Marinelli

Pietro odia la città, Bruno le ristrettezze della montagna. Ma Pietro si lascerà distrarre dal malessere della borghesia e da un istinto parricida nato quasi per principio, mentre Bruno comprenderà il legame indissolubile con i suoi luoghi di nascita e instaurerà con essi un rapporto destinato a durare finché morte non li separi. Questa e molte altre ragioni porteranno a un lungo distacco fra i due, destinati a rincontrarsi sulla montagna.

Ma nel frattempo, la classica storia di chi ha il pane e non i denti e di chi i denti e non il pane, del topolino di campagna e del topolino di città, si è trasformata. Dal lato di Pietro, nella storia di Michelino, il figlio minore del Marcovaldo di Italo Calvino che nell’episodio estivo Un viaggio con le mucche si reca sulle montagne perché non ne può più della città. Anche lì ci troviamo a Torino. Dall’altro, nella storia di Cosimo Piovasco di Rondò, che in questo alternativo Barone Rampante sale sulla montagna, invece che sull’albero, e non vi scende più.

Un paesino che muore, sotto di lui, in mezzo alle montagne. Un uomo che muore, più a valle ancora, da solo, in una grigia autostrada di città. Un’amicizia che finirà, poi si ricongiungerà, infine morirà anche lei, stavolta nella neve fredda, sulla cima di quella montagna. Rendendo ancor più tragica una frase pronunciata da Bruno in riferimento a un piccolo arbusto, ma che in realtà condensa l’intero senso del film: “È forte quando cresce dove è nato, ma viene su fragile se lo metti da un’altra parte”. Lui è come quell’arbusto o almeno crede di non poter essere altrimenti.

Non tirarla per le lunghe

Pietro e Bruno da bambini
Pietro e Bruno da bambini

“È forte quando cresce dove è nato, ma viene su fragile se lo metti da un’altra parte”

Senso tragico, ma che diventa metatestuale più si procede, arrancando, nello svolgersi di quelle due ore e mezza di pellicola. Sul nascere, i due giovani arbusti che fanno qui da protagonisti sono dolci, ancora malleabili, capaci di essere indirizzati nella crescita prima di diventare fermamente irremovibili nelle loro idiosincrasie, negative come positive. Non stiamo più parlando di tematiche, quanto di tecniche. I bambini scelti per interpretare l’infanzia di Bruno e Pietro sono genuini e dolcissimi come la fase che devono ripercorrere, tanto da non farci scalpitare affatto in attesa delle star per cui, in fondo, eravamo in sala fin dall’inizio. E che si dimostreranno poi interpreti preziosissimi, soprattutto Borghi, che abbandona l’accento romano che sembrava ormai insopprimibile in favore di un credibilissimo dialetto valdostano.

Al loro fianco una regia e una fotografia paesaggistiche altrettanto genuine, curatissime senza per questo suonare presuntuose, intelligenti ed estremamente valorizzanti delle ambientazioni del romanzo. Infine, a musicare il tutto, una colonna sonora indie folk che viene giù benissimo, sul dorso di quelle montagne. Ma l’indie folk, purtroppo, somiglia sempre a sé stesso. Un po’ come il film cui fa da accompagno. Anche per chi non abbia letto il romanzo infatti, quello di Bruno e Pietro appare un percorso, se non esattamente prestabilito, facilmente intuibile. Regia, fotografia e interpretazioni a valorizzarlo, certo, ma non più di questo. Che sarebbe stato abbastanza per una pellicola – dispiace dirlo, ma in alcuni casi è l’unico grande problema di certi film e di Le otto montagne sicuramente – cinquanta o quaranta minuti più breve.

I registi, da una buona metà di film, sembrano diventare consapevoli degli ottimi traguardi tecnici e tematici portati avanti fino a quel momento, ma proprio per questo finiscono per indugiarvi e per strafare sul minutaggio, spalmando ed esasperando per amor di tecnica una storia che per amor di trama, invece, si era esaurita diversi minuti prima della fine. Guai alla troppa sicurezza: farà la differenza fra un film bello e un film che sa di esserlo. Ed è una differenza abissale che spinge, in questo caso, chi scrive – che invece di tempo a disposizione ne ha poco – a voler solo congedare il lettore quanto prima e passare ad altro, di cui magari, di qui a qualche anno, ci si ricordi ancora. Avessi avuto più tempo, avrei scritto una lettera più breve.

Questa e molte altre recensioni su tutti i prossimi film della 75esima edizione del Festival di Cannes sempre su CiakClub.it

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