Oscar, Io Capitano vincerà Miglior Straniero? Gli italiani premiati

Gli Academy Awards 2024 sono alle porte. Le nominations sono state annunciate la scorsa settimana, e l'Italia c'è con Io capitano di Matteo Garrone. Ma quali sono i film del nostro Paese ad aver portato a casa la statuetta più ambita nella categoria dedicata ai migliori film "internazionali"? Eccoci qua con la lista completa!
Io Capitano potrebbe vincere l'Oscar a Miglior Film Straniero come Mediterraneo, Nuovo cinema paradiso, 8½ e Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto

Io Capitano è stato candidato agli Oscar. Una bellissima notizia sia per il movimento cinematografico italiano, sia per l’importanza incalzante del messaggio lanciato dalla pellicola di Matteo Garrone. Inserito nella categoria dedicata ai migliori film stranieri, oggi definita ufficialmente “Oscar al miglior film internazionale”, il film vincitore del Leone d’Argento al Festival di Venezia (per la regia) se la vedrà con Perfect Days (Giappone), La società della neve (Spagna), The Teachers’ Lounge (Germania) e con il favoritissimo, viste anche le candidature a miglior film e miglior regia, La zona d’interesse (Regno Unito, ma girato in tedesco). Il trionfo di Io Capitano è difficilissimo (quasi impossibile, ad oggi) ma niente è deciso e la vittoria è ancora possibile. E non sarebbe certo la prima volta per una pellicola italiana.

L’Academy of Motion Picture Arts and Sciences (l’ente che ogni anno conferisce gli Oscar: qui i candidati del 2024) ha infatti da sempre un occhio di riguardo per il nostro Paese. Più volte pellicole nate e cresciute in Italia hanno infatti avuto il meritato riconoscimento (talvolta più che in Italia stessa) in quel della “notte” degli Oscar, sia all’interno della categoria preposta (ne parleremo tra poco), sia nelle altre categorie, perlopiù popolate da pellicole statunitensi. Tra le vittorie più clamorose si ricordino ad esempio il riconoscimento all’interpretazione di Sophia Loren nel film La ciociara (1962), quello alla sceneggiatura di Divorzio all’italiana (Oscar 1963) e le statuette vinte dalle pellicole di Federico Fellini (migliori costumi per La dolce vita e 8 ½), oltre a una valanga di candidature sparse qua e là (otto a Fellini tra regie e sceneggiature: zero vittorie prima del riconoscimento alla carriera nel 1993; la regia di Lina Wertmuller; le interpretazioni di Marcello Mastroianni, Giancarlo Giannini e Massimo Troisi, per fare qualche nome).

Ma, dicevamo, la categoria dedicata ai migliori film stranieri. Ecco, qui l’Italia ha pochi rivali. A parte la Francia (38 nominations), il nostro Paese detiene il secondo posto nel numero di candidature (30) e il primo come maggior numero di vittorie (14). Nelle quattordici vittorie sono però compresi anche i riconoscimenti “speciali” conferiti dall’Academy prima della creazione della categoria. Tre i film ad aver vinto questo premio: Sciuscià di Vittorio De Sica, Ladri di biciclette, sempre di De Sica, e Le mura di Malapaga (condiviso con la Francia, da cui proviene tra l’altro il regista del film: René Clément). Undici quindi le vittorie ufficiali nella categoria dedicata alle pellicole non in lingua inglese. Ebbene, qui di seguito le potete trovare tutte, con l’anno della vittoria (spesso parecchio successivo all’uscita italiana del film, vista la differita con cui arrivavano negli States) e un nostro commento.

La strada (1957)

Giulietta Masina è Gelsomina e Anthony Quinn è Zampanò in una scena del film La strada

Siamo nel 1957. La prima edizione degli Oscar con la categoria dedicata ai film stranieri sancisce il primo trionfo “ufficiale” per una pellicola del nostro Paese. A conquistare la prima statuetta come “miglior film straniero” è La strada, gioiello manifesto di Federico Fellini (un nome che incontreremo spesso). La dolorosa storia di amicizia e odio tra Gelsomina e Zampanò (interpretati da Giulietta Masina e Anthony Quinn, che, tra l’altro, nella stessa edizione vinse la statuetta come “non protagonista” per Brama di vivere), il loro peregrinare di paese in paese esibendosi come saltimbanchi, la dolce saggezza del Matto (un commovente Richard Basehart), la colonna sonora di Nino Rota e lo stile inconfondibile di Fellini, conquistarono i giurati dell’Academy (più della critica nostrana, spaccata da istanze ideologiche quasi incomprensibili agli occhi di oggi) che da quel momento adottarono il regista riminese a loro pupillo. Il film migliore per iniziare la storia degli Oscar “italiani”: un capolavoro (anche di capolavori, ne incontreremo parecchi) che ha reso manifesto al mondo il talento del regista riminese.

Le notti di Cabiria (1958)

Giulietta Masina in una scena del film Le notti di Cabiria

Altra annata, altra vittoria per Federico Fellini. Gli Oscar del 1958, dominati da Il ponte sul fiume Kwai di David Lean, innalzarono Le notti di Cabiria a miglior “film straniero” dell’anno. Ambientazione romana, protagonisti gli ultimi, intreccio di sacro e profano (stilema che accompagnerà l’autore riminese per tutta la sua carriera), Cabiria racconta vari episodi dell’esistenza della giovane prostituta Cabiria (interpretata dalla moglie e musa del regista, Giulietta Masina): le sue (dis)avventure (amorose ma non solo), l’incontro con vari personaggi del sottobosco povero e trascurato di Roma, le buffe amicizie, la sua dolce ingenuità e la vita di un’intera fascia di popolazione dimenticata ai margini (fisicamente e socialmente) della Capitale. Il film che consolidò lo status di autore internazionale di Fellini è anche l’opera che aprì definitivamente all’autore le porte della Capitale, sede di quello che sarà il film della consacrazione: La dolce vita.

8 ½ (1964)

Marcello Mastroianno in una scena del film 8 ½

8 ½ è tra i film prediletti di generazioni e generazioni di cineasti, cinefili e critici. 8 ½ è l’opera metafilmica per eccellenza, un’analisi ironica e grottesca della crisi artistica di un regista di mezza età. 8 ½ è un film fantastico e metafisico ma è anche un film concretamente (e puntualmente) autobiografico, tanto da prendere pezzi e personaggi della vita del suo regista. 8 ½ è un film che racconta di Fellini, del suo processo creativo e dell’incertezza costante che attanaglia l’artista (impersonato da Marcello Mastroianni, alla sua seconda collaborazione col regista, in tutto il suo carisma) in senso lato. 8 ½ è il capolavoro totale del suo regista. Candidato non solo come miglior film straniero (vinto), ma anche nelle categorie dedicate a regia, sceneggiatura, scenografia (persi) e costumi (vinto), l’onirica e stralunata ricerca di un senso nell’arte e nella vita di Guido-Marcello-Federico è tuttora tra le opere italiane più citate in assoluto, un monumento assoluto del cinema italiano. Di ieri, di oggi e di domani.

Ieri, oggi, domani (1965)

Anno domini 1965, edizione successiva a quella del trionfo di 8 ½. L’Italia vince nuovamente nella categoria dedicata al miglior “film straniero” con un film quanto mai diverso del precedente ma con un un filo rosso a collegarli: Marcello Mastroianni. Diretto da Vittorio De Sica (che raggiunge così i tre trionfi “internazionali” in quel degli Oscar) e interpretato dall’accoppiata Sophia Loren-Marcello Mastroianni, il film, uno spaccato dell’Italia del boom, è composto da tre episodi ben distinti (ma interpretati dagli stessi attori): il primo ambientato a Napoli, il secondo a Milano, il terzo (esatto: quello che comprende lo spogliarello della Loren) a Roma. Iconico e citatissimo, il lungometraggio di De Sica sancì il trionfo internazionale della “commedia all’italiana” (il film è l’unico del filone ad aver vinto la statuetta), dopo alcune candidature andate a vuoto.

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1971)

Gian Maria Volonté in una scena del film Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto

Inizio anni Settanta. In Italia il clima è tesissimo. La strage di Piazza Fontana è avvenuta da solo due mesi quando Elio Petri mette benzina sul fuoco facendo uscire nelle sale il suo Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Caustico e grottesco come poche altre pellicole prodotte da noi italiani, Indagine dà corpo a una storia tanto semplice quanto terrificante: un alto dirigente della polizia, il giorno della sua promozione, uccide l’amante e posiziona sulla scena del delitto alcune prove che lo dovrebbero incriminare. Da questo momento, inizia una partita a “gatto e topo” con i suoi colleghi, totalmente ciechi dinanzi agli indizi lampanti e ai suggerimenti che incriminano il loro superiore e che lo stesso protagonista (interpretato da un gigantesco e glaciale Gian Maria Volonté) dà e toglie loro a suo piacimento, evidenziandone la stupidità. Feroce critica alla polizia e alle istituzioni italiane, il film, forse un po’ a sorpresa (ma con assoluto merito), sbancò alla “notte” degli Oscar del 1971, portando oltreoceano il clima di tensione che si respirava in Italia.

Il giardino dei Finzi Contini (1972)

Il cast del film Il giardino dei Finzi Contini

1972. La Nuova Hollywood al culmine della sua influenza. Nelle categorie principali degli Oscar dell’anno trionfano Il braccio violento della legge di William Friedkin, L’ultimo spettacolo di Peter Bogdanovich e Una squillo per l’ispettore Klute, manifesti del movimento e del nuovo divismo che stava emergendo in quegli anni. Nella categoria dedicata ai film “non in lingua inglese” vince nuovamente l’Italia, con una pellicola meno rivoluzionaria rispetto ad alcune delle ultime (8 ½ e Indagine), ma meravigliosa e solidissima: Il giardino dei Finzi Contini. Tratto dall’omonimo romanzo di Giorgio Bassani, il film racconta le vicende della famiglia Finzi Contini, ebrea ferrarese, dalle leggi razziali (1938) alla drammatica deportazione di alcuni suoi membri. Tragico e profondo, il film sancì la quarta vittoria di un film di Vittorio De Sica all’Academy, record assoluto in quel momento. Un record che, però, durerà solo tre anni e che gli verrà soffiato proprio dall’autore del prossimo film in lista.

Amarcord (1975)

Magali Noël è Ninola "Gradisca" in una scena del film Amarcord

Con il film dedicato alle sue origini riminesi (ancora più autobiografico de I vitelloni che, come da più parti notato potrebbe essere il “seguito” del film in oggetto), Federico Fellini raggiunse Vittorio De Sica a quota quattro trionfi nella categoria degli Academy Awards dedicata al miglior film “straniero”. Amarcord (sincrasi del detto romagnolo “a m’arcord”, che significa, “io mi ricordo”), racconta la vita di provincia di personaggi comuni (un giovane in piena esplosione ormonale, Titta, e la sua famiglia, la parrucchiera Gradisca, una tabaccaia, un avvocato petulante), immersi nel folklore delle tradizioni romagnole, nelle sciocche usanza fasciste e nella loro vita quotidiana. Un anno di vita in provincia che proiettò (nuovamente) Fellini nell’Olimpo del cinema statunitense: tre nominations (tra cui quella a miglior regista) e l’ingresso tra i vincitori in un’annata memorabile dominata da Il padrino – Parte II.

Nuovo Cinema Paradiso (1990)

Philippe Noiret è Alfredo e Salvatore Cascio è Salvatore in una scena del film Nuovo Cinema Paradiso

Dopo due decenni di trionfi, Amarcord segna la temporanea interruzione della buona stella italiana agli Academy Awards. Dal 1975, per quindici anni, una pioggia di nominations, tutte andate a vuoto. A riportare “a casa” la statuetta di “miglior film straniero” ci pensa Giuseppe Tornatore con quello che è, ancora oggi, il suo capolavoro assoluto: Nuovo Cinema Paradiso. Dichiarazione d’amore totale alla Settima Arte, l’opera seconda di Tornatore è ancora oggi tra le pellicole italiane più citate e amate in ambito internazionale. La pellicola, sulle note di un Ennio Morricone ai suoi massimi livelli, racconta la vita del (fittizio) regista cinematografico Salvatore Di Vita: la sua infanzia nella rurale Sicilia del secondo dopoguerra, con il cinema come unico svago in paese, le sue “lezioni” (di vita e di cinema) con il proiezionista Alfredo, la sua adolescenza, il suo amore per Elena e il suo addio alla provincia per “fare cinema” a Roma. Una capolavoro ancora oggi. Un’inizio d’anni Novanta di fuoco. E non sarà l’ultima vittoria del decennio.

Mediterraneo (1992)

Il cast del film Mediterraneo

Oscar 1992, trionfo di Il silenzio degli innocenti. In competizione per la statuetta dedicata ai film stranieri sono in cinque, ma uno è il favorito assoluto: Lanterne rosse Zhang Yimou. Capolavoro conclamato, film bandito dal paese di produzione per via del rapporto complicato tra il regista e il suo Paese. Insomma: tutte le carte in regola per alzare la statuetta. Sylvester Stallone sul palco ad annunciare il vincitore, ma il nome che proferisce non è quello del film cinese, bensì quello di Mediterraneo di Gabriele Salvatores. Film di condanna alla guerra, elogio alla vita semplice, commedia profonda e ironica, il lungometraggio racconta di alcuni bizzarri soldati fascisti che, dimenticati dai commilitoni, rimangono “incastrati” su un’isola greca per tutta la Seconda guerra mondiale. Guardandosi bene dal cercare di tornare in guerra, i militi rimangono così a godersi le bellezze del mare greco, (quasi tutti) senza particolari rimpianti. Un gioiellino. Ebbene sì: un film con Abatantuono e Bisio ha vinto l’Oscar. Chiamatelo, se volete, multiverso…

La vita è bella (1999)

Giorgio Cantarini è Giosuè e Roberto Benigni è Mario in una scena del film La vita è bella

C’è poco da fare, a parte (forse) alcuni film di Fellini e De Sica, La vita è bella è tuttora l’opera cinematografica italiana più amata e ricordata all’estero. E se è così, una buona parte del merito va anche alla “notte” degli Oscar del 1999, dove il film di Roberto Benigni trionfò in ben tre categorie (a fronte di sette candidature, record per un film interamente prodotto in Italia): miglior film in lingua straniera, miglior attore (a Roberto Benigni, l’unico interprete italiano ad esserci riuscito, al primo tentativo) e migliore colonna sonora a Nicola Piovani. Apoteosi assoluta del cinema nostrano in terra straniera, il film tratta con delicatezza, commozione e ironia il tragico tema dell’Olocausto, visto dagli occhi innocenti di un bambino, Giosuè, deportato con i genitori in un lager, dove il padre, per difenderlo dall’orrore, gli fa vivere l’esperienza come un grande gioco. Il momento in cui Sophia Loren annuncia: “And the Oscar goes to… Robbbbbberto!” è probabilmente uno dei momenti più iconici dell’intera storia degli Academy Awards.

La grande bellezza (2014)

Toni Servillo è Jep Gambardella in una scena del film La grande bellezza

Come passa il tempo. Già dieci anni ci separano dall’ultimo trionfo italiano nella categoria dedicata al miglior film, ottenuto da La grande bellezza, di Paolo Sorrentino. Sulle orme tracciate da Federico Fellini con La dolce vita, il regista napoletano esplora la nullafacenza della Roma-bene moderna, tra vizi, superficialità e le (grandi) bellezze della Capitale. Accompagnati da Jep Gambardella (un meraviglioso Toni Servillo), un dandy di origine napoletana trapiantato da decenni a Roma, gli spettatori sono immersi nell’opulenza di una Roma sfrenata e bizzarra, in cui il tempo passa e i rimpianti restano. Dopo una stagione dei premi dominata, Sorrentino (sicuramente l’autore italiano contemporaneo più amato all’estero, e anche da noi: qui la classifica delle sue opere), conquistata la statuetta più ambita, sul palco dedica il premio a “Federico Fellini, Martin Scorsese e Diego Armando Maradona”. Passaggio di consegne? Chissà. Da allora, La grande bellezza rimane l’ultimo film italiano vincitore nella categoria dedicata ai film “internazionali”. Per ora.

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