Ombre rosse: 85 anni dopo viviamo ancora nell’ombra di John Ford

85 anni fa arrivava nelle sale cinematografiche Ombre rosse, capolavoro western diretto da John Ford con protagonista John Wayne. Un'opera capace di instaurare un perfetto equilibrio tra “miti sociali, evocazione storica, verità psicologica e tematica tradizionale della messa in scena western”.
John Wayne e Claire Trevor in una scena del film Ombre rosse

È convenzione far risalire l’introduzione del sonoro nel cinema al 1927 con Il cantante di jazz di Alan Crosland. Il processo di diffusione della tecnologia sonora fu però molto più lungo ed elaborato, ed ebbe importanti ripercussioni sul linguaggio filmico, sullo stile di ripresa e soprattutto sui generi cinematografici. Molti generi dell’era del muto continuarono a esistere anche nel passaggio al sonoro, ma i mutamenti delle tecnologie del settore e le trasformazioni sociali di quegli anni portarono all’inevitabile introduzione di alcune varianti. Emblema di quest’evoluzione di genere fu Ombre rosse (1939) di John Ford, capolavoro assoluto del cinema western che 85 anni fa debuttava sul grande schermo.

Ispirato al noto racconto Palla di sego di Guy de Maupassant, Ombre rosse rappresenta il perfetto equilibrio tra “miti sociali, evocazione storica, verità psicologica e tematica tradizionale della messa in scena western”.

Ombre rosse e il mito del West

Genere americano per eccellenza” secondo la celebre definizione del critico francese André Bazin, il western è il racconto della conquista dell’Ovest in forma di epopea, la descrizione dello scontro tra lo spazio chiuso della civiltà e il territorio sfuggente della wilderness in cui la brutalità, la vendetta o la legge del singolo la fanno da padrone.

Diffuso già agli inizi del Novecento e incentrato su figure di eroi privi di spessore psicologico, il western raggiungerà la sua maggiore maturità espressiva con l’avvento del sonoro, arrivando a fondere impianto spettacolare e valenze simboliche e dando vita a opere intramontabili come Ombre rosse, inserito tra gli omaggi western in una celebre saga fantascientifica.

Il microcosmo dello “stagecoach”

Ambientato all’interno di una diligenza (lo stagecoach che dà il titolo al film), Ombre rosse racconta il viaggio verso il Nuovo Messico di un bizzarro quanto disomogeneo gruppo di passeggeri: Dallas (Claire Trevor), prostituta ripudiata e cacciata dal suo paese; Josiah Boone (Thomas Mitchell), dottore alcolizzato esiliato anche lui come la prostituta; Lucia Mallory (Louise Platt), incinta e in viaggio per unirsi al marito militare; Hatfield (John Carradine), giocatore d’azzardo spinto sulla diligenza dall’attrazione verso Mrs. Mallory; Samuel Peacock (Donald Meek), omino timido che vende liquori e per questo preso in ostaggio dal dottor Boone; Raffaello Gatewood (Berton Churchill), arrogante banchiere in fuga dopo aver rubato i soldi della sua banca.

A guidare la diligenza ci sono lo sceriffo Charlie Wilcox (George Bancroft) e il vetturino Buck (Andy Devine). Lungo il tragitto si aggiungerà alla carovana anche Ringo (John Wayne), fuorilegge fuggito di prigione per vendicare le morti di suo padre e suo fratello. All’orizzonte incombe però la minaccia di Geronimo, leggendario capo apache.

Alla lotta contro gli indiani va ad aggiungersi la scissione sociale creatasi all’interno della diligenza tra i viaggiatori: da un lato la prostituta, il bandito e il dottore alcolizzato; dall’altro la coalizzazione tra banchiere, il rappresentante, la moglie incinta e il giocatore. Due fronti opposti destinati a scontrarsi in questo sardonico ritratto del perbenismo e del puritanesimo della vecchia America qual è Ombre rosse. Una lucida analisi dell’America del ’39, al tramonto del New Deal e alle soglie della Seconda Guerra Mondiale, ma al tempo stesso una proiezione verso nuove utopie di libertà con il Mito americano e la mitologia di spazi aperti (in senso geografico e mentale).

L’orizzonte perduto di Ford tra simboli e scavalcamenti di campo

John Carradine, Louise Platt e John  Wayne in una scena del film Ombre rosse

Ombre rosse ribalta gli assunti ideologici della società americana e contemporaneamente trasgredisce le regole e le modalità dello studio system. Gran parte delle scene del film sono state girate in teatro di posa con l’ausilio del “trasparente”, ovvero un pannello che fa scorrere immagini sullo sfondo.

Unica sequenza davvero impegnativa risulta quella dello scontro con gli indiani, caratterizzata da un’esplosione di comparse, stuntman, campi lunghi, camera car e inquadrature di cavalli che passano sopra la macchina da presa. Per il resto si tratta di un film di interni, anche nell’apparente viaggio lungo il deserto. Un film di interni e soprattutto di simbolismi.

Le barriere fisiche e di classe in Ombre rosse

Analizziamo la sequenza della prima fermata della diligenza. John Ford disegna una chiara geografia della stanza e delle posizioni dei personaggi. La lunga tavolata diventa una barriera fisica e di classe, con il fuorilegge e la prostituta da un lato e i buoni borghesi dall’altro. In un momento centrale della scena accade però qualcosa di strano. Durante uno scambio di sguardi tra Mrs. Mallory e Dallas, la signora “per bene” dovrebbe girarsi verso sinistra per osservare Dallas, ma guarda invece da sinistra a destra causando un effetto di straniamento nello spettatore.

Si tratta di un evidente scavalcamento di campo, ossia un’infrazione cinematografica che si verifica quando non c’è continuità di posizione tra gli sguardi dei personaggi. Dopo questo breve momento di disturbo della grammatica codificata tutto torna normale con Dallas che risponde alla signora Mallory con uno sguardo da sinistra verso destra, ristabilendo le regole della sintassi e creando un bellissimo duello combattuto con gli occhi.

Lo “strabismo” del magnetico John Wayne

John Ford in una scena del film Ombre rosse

Lo scavalcamento del campo torna però anche in altre occasioni, ad esempio nella sequenza del voto sul proseguimento del viaggio, quando lo sceriffo si rivolge a Mrs. Mallory per avere il suo parere guardandola da destra a sinistra, mentre nell’inquadratura successiva lo sceriffo pare voltarle le spalle guardandola da sinistra verso destra; o ancora, nella seconda tappa del viaggio, quando comincia la romance tra Ringo e Dallas e i due si scambiano occhiate “strabiche” cariche di promesse sentimentali.

Diventa perfino comico l’effetto scavalcamento nella scena dell’irruzione nel film di Ringo: l’arrivo della diligenza in campo lungo e poi in campo più ravvicinato, fino alla bellissima inquadratura in primo piano del fuorilegge che guarda verso destra, nonostante lo spettatore abbia percepito che la diligenza si sia fermata in realtà alla sua sinistra. Protagonista della scena un John Wayne iconico e magnetico, che sarebbe tornato a collaborare con John Ford in un altro cult western.

Gli scavalcamenti di campo, insospettabili in un film della Hollywood classica, sono per Ford un modo per dissacrare da un punto di vista formale tutto ciò che è già stato messo in crisi da un punto di vista ideologico: dopo aver ribaltato i ruoli tra i bravi borghesi che nascondono in realtà tensioni negative e gli emarginati della società che invece ne rappresentano la parte pulita, Ford stravolge anche le regole della regia canonica rovesciando i principi base della messa in scena.

A noi non resta altro da fare che guardare Ombre rosse con occhi nuovi, magari “strabici”, scavalcando insieme a Ford la siepe per dirigerci verso l’ultima frontiera. Verso la conquista del West.

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