Oh, Canada recensione: una poesia interrotta che sa di tristezza

Oh, Canada è un racconto sessantottino fra il beat di Bob Dylan e la poesia di Allen Ginsberg. Richard Gere e Jacob Elordi interpretano un baro scambiato per eroe con riecheggi di Barry Lyndon. La dimostrazione (imperfetta e troncata) che Paul Schrader ha un cuore.
Jacob Elordi in una scena del film Oh, Canada (I tradimenti)

Oh, Canada è un film strano. Per qualche motivo piace, seduce, scalda; anche se non si sa spiegare il perché. Passeggiando per i corridoi del Festival di Cannes all’indomani della proiezione del nuovo film del maestro Paul Schrader, sentirete in molti condividere queste parole. Ma di nuovo, è una sensazione rarefatta, che molti non si spiegano. Forse è un po’ come il co-protagonista Jacob Elordi: piace, e noi dobbiamo ancora capire perché.

Qui la vera stella è un redivivo Richard Gere, che non spiccava su schermo da tempo e che qui interpreta un personaggio tutt’altro che redivivo, Leonard Fife, un documentarista che ha fatto la storia della controcultura e della contestazione sessantottina statunitense e che ora sta morendo di cancro terminale, in una grande casa dalle pareti impregnate di menzogne e gli scaffali ricolmi di premi e riconoscimenti cinematografici. Nel suo ultimo giorno di vita si presterà a una lunghissima intervista per un documentario su di lui. In realtà: una confessione, l’ultima occasione per raccontare a sua moglie che tipo di uomo sia stato in realtà.

Oh, Canada sembra una poesia beat

Il poster del film Oh, Canada (I tradimenti)

Tratto dal romanzo di Russel Banks, scomparso l’anno scorso, il nuovo film di Paul Schrader sembra parlare, a momenti, anche dello stesso regista. Come Schrader negli ultimi anni, Leonard Fife è un uomo scorbutico, ruvido e spigoloso, che insulta e schernisce ogni persona gli capiti a tiro, vantandosi di essere uno che “dice sempre quello che pensa” quando in realtà non ha mai confessato nessuna verità. La sua è una vita piena di bugie e tradimenti. È un falso d’autore.

Un suo vecchio studente (il Micheal Imperioli de I Soprano), diventato anch’egli mediocre documentarista da Premio Oscar, vuole raccontare la carriera del suo maestro. Per rendergli omaggio, dice; in realtà per aumentare il proprio prestigio. Ma a Leonard non importa, perché deviando dalle domande preparate inizierà un racconto che nulla avrà a che fare con la propria autorevole carriera, ma soltanto con una porzione infinitesimale della sua vita, un viaggio compiuto nel ’68, che diventerà specchio e simbolo di una vita intera. Destinataria di quella confessione sarà sua moglie, Uma Thurman, anche lei sua ex studentessa molto più giovane di lui.

Oh, Canada è un film dal sapore beat, vissuto tra l’asfalto dei romanzi di Kerouac e il lirismo delle poesie di Allen Ginsberg. Però è difficile da inquadrare. Somiglia a una poesia lasciata a metà e che in tempo per il finale sembrerà menzognera anch’essa, fatta di salti temporali, rielaborazioni e troppo breve per suonare davvero testamentaria. La promessa infranta di un racconto di vita che si perde – volontariamente – in una parentesi tanto significativa quanto di difficile interpretazione. Cosa avrà voluto dire, di se stesso, Leonard Fife, raccontando quel viaggio in macchina nel ’68, ancora una volta in fuga verso il confine canadese?

Leonard Fife come Barry Lyndon

Richard Gere e Uma Thurman in una scena del film Oh, Canada (I tradimenti)

Oh, Canada è un film tanto bello a vedersi quanto, apparentemente, fuori tempo massimo. Il suo protagonista è diventato documentarista quasi per sbaglio, riprendendo aerei agricoli che rilasciavano pesticidi, per poi scoprire che si trattava di un programma segreto del governo per testare l’Agente Arancio in vista della Guerra del Vietnam. Guerra cui lui non parteciperà mai e questo, si intuisce, è il grande specchio della persona che è. Non un contestatore, non un disertore: un codardo, un uomo in fuga, assurto a eroe solo perché tutti gli altri erano impantanati nel Mekong, mentre lui passava le notti al caldo fra le gambe di una moglie a quelle di un amante.

Leonard Fife è un bugiardo, un baro, qualcuno che ogni volta che avrebbe dovuto prendersi una responsabilità, è scappato. E scappando, è diventato un falso profeta. In un certo senso è il grande tema che fu di Barry Lyndon: un pusillanime in fuga che cade sempre in piedi, perché ha la fortuna dalla sua parte. Questo, Leonard Fife, vuole raccontare di se stesso. Cosa volesse raccontare Paul Schrader invece, è da capire. Sicuramente, rispetto ai suoi ultimi film, tanto solidi quanto asettici – pensiamo a Il collezionista di carteOh, Canada è la prima dimostrazione dopo tanti anni che anche Paul Schrader ha un cuore.

Per il resto, Richard Gere regala una delle sue migliori interpretazioni dopo tanti anni, mentre Jacob Elordi torna a dimostrarsi purtroppo – dopo la fortunata parentesi di Priscilla, in cui era il ruolo a ritagliarsi apposta su di lui e non viceversa – un attore ancora molto acerbo. Per fortuna, Schrader adotta la scelta un po’ destabilizzante ma sicuramente salvifica di alternare continuamente Gere a Elordi anche nel racconto di gioventù. E possiamo assicurarvi che Gere sembra molto più freshman di Elordi, recita ancora come un ragazzino. Ed è già un motivo sufficiente per guardare Oh, Canada, prossimamente nelle sale italiane con il titolo I tradimenti. Non sappiamo scegliere quale dei due titoli sia meglio: I tradimenti aiuterà forse a gettare un fil rouge su un racconto non immediatamente comprensibile, ma potrebbe vanificare quell’aura malinconica che rende Oh, Canada un film ammaliante proprio nel suo ermetismo poetico.

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