Ogni cosa è illuminata, una storia vera ha ispirato il film?

Un viaggio a bordo di una semidistrutta macchinina celeste. Tre uomini stranieri tra di loro. Un collezionista, uno strambo ucraino e suo nonno. Una fotografia da cui partire alla ricerca di una donna che ha avuto un ruolo fondamentale nel passato del protagonista. Ogni cosa illuminata è una storia di formazione, di riconquista di sè e della scoperta delle origini. Basato sul romanzo di Foer, la storia è tutta vera.
Eugene Hutz, Elijah Wood e Boris Leskin in una scena del film Ogni cosa è illuminata

Con il freddo invernale e l’uggiosità che copre tutta la penisola, un film che scalda il cuore è quello che ci vuole. Stasera 13 dicembre 2023, Warner TV (Canale) alle ore 21.30 offre al pubblico la visione di un piccolo gioiellino come Ogni cosa è illuminata.

Immaginate uno dei più discussi casi letterari dei primi anni 2000, l’omonimo romanzo scritto da Jonathan Safran Foer a soli 22 anni, trasportato su celluloide da un attore come Liev Schreiber (Salt,The Butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca, Il caso Spotlight) nei panni di regista alle prime armi.

La storia è stramba e dolcissima come il suo protagonista, il giovane ebreo americano Jonathan Safran Foer, e viene raccontata attraverso un viaggio on the road durante il quale si instaurano discorsi ironici ma anche profondi con Alex, cittadino del villaggio ucraino di Trochenbrod. Un esilarante incontro tra due culture distanti, a tratti coperto da un’insuperabile tristezza dovuta alla malinconica voglia di crogiolarsi nei ricordi.

La cosa che più stupisce è che tutto questo racconto di formazione alla scoperta delle origini e della propria identità, è la storia vera dello stesso autore del romanzo, terza generazione di narratori della Shoah. Nel 1999, infatti, decide di partire per l’ Ucraina alla ricerca di informazioni sulla vita di suo nonno e sulla donna che durante la Seconda Guerra Mondiale lo ha salvato nascondendolo durante un raid dei Nazisti.

Moltissimi ebrei nel corso della storia sono partiti verso l’Est europeo per tentare di riavvicinarsi al proprio passato. Foer decide attraverso la sue personali vicissitudini di far luce e quindi illuminare (come dice il titolo ispirato ad un passo di Kundera) anche i racconti, dal Settecento fino al regime nazista, del disastro e del dolore subito dagli ebrei, dei soprusi e dei poteri che che finirono col radere al suolo diversi villaggi fantasma.

Elijah Wood, interprete dello hobbit Frodo nei film de Il signore degli Anelli che di recente si è dichiarato entusiasta in merito al reboot della saga, indossa senza troppa fatica e con grande viridicità, il paio di occhialoni caratteristici del personaggio. È minimalista ma complesso nella sua interpretazione del meticoloso acerbo collezionista di ricordi di famiglia.

Proprio come accade in altri film, uno fra tutti l’italianissimo La vita è bella di Benigni che per una serie di motivi è uno dei migliori per ricordare, la memoria le reminescienze si fanno scheletro della narrazione. Ogni cosa è illuminata serve a non dimenticare, è da vedere, amare e magari rivedere.

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