Non riattaccare, recensione: un Locke italiano al TFF41

Con Non riattaccare, Manfredi Lucibello si rifà un po’ a Locke e un po’ a La voce umana di Cocteau. Irene e Pietro non sono più in contatto da 7 mesi ormai, ma quello che hanno vissuto insieme non può che riemergere e portarli a confrontarsi un’altra volta. In una notte di angosce e tensioni nel pieno del lockdown.
Barbara Ronchi in una scena del film Non riattaccare

Ore 14:30. Giorno 4 del TFF. Nella sala 2 del cinema Massimo, a pochi passi dalla Mole, abbiamo visto Non riattaccare. La pellicola diretta da Manfredi Lucibello è l’unico film italiano presentato in concorso alla 41esima edizione del Torino Film Fest. Adattamento dell’omonimo romanzo di Alessandra Montrucchio, del 2005. Lucibello e Jacopo del Giudice ne spostano però l’ambientazione nel cuore della pandemia. In una notte del lockdown del 2020. Inutile dire che questa circostanza sarà di ulteriore ostacolo alla situazione dei protagonisti, ma il Covid non costituisce in alcun modo il centro della narrazione.

Il fulcro è ciò che è contenuto in quelle due parole del titolo, “non riattaccare”. Tutta l’angoscia e la tensione che ci coinvolgono nelle vicende di Irene e Pietro si dipanano attorno alla promessa delle due voci in chiamata di rimanere in contatto a qualunque costo.  E noi, insieme a loro, rimaniamo appesi a quella speranza che sembra doversi spegnere da un momento all’altro.

Lei è una convincente Barbara Ronchi, vista di recente in Era Ora, al fianco di Edoardo Leo. La pellicola è disponibile su Netflix dal 16 marzo e ne è diventata quella italiana più vista di sempre. Vi lasciamo qui la nostra recensione. La voce che sentiamo all’altro capo del telefono è quella di Claudio Santamaria. L’attore ha preso ora parte a Elf Me, film natalizio disponibile su Prime Video dal 24 novembre. Noi l’abbiamo visto all’anteprima di Roma. Qui trovate le dichiarazioni rilasciate da Santamaria e il resto del cast in occasione dell’anteprima.

Non riattaccare, due vite appese ad una telefonata

Barbara Ronchi, Manfredi Lucibello e Claudio Santamaria sul set del film Non riattaccare

La prima scena si apre con un’inquadratura su un’Irene insonne, con gli occhi pieni di lacrime, in un visibile stato di malessere generale. Vediamo che riporta delle ferite e non sappiamo perché. Si alza per assumere degli ansiolitici con dipinta sul volto l’espressione di chi è disilluso dalla vita. Sarà però una telefonata improvvisa a scuoterla dal torpore. Un grido di aiuto che Irene non può e non riesce ad ignorare. Una chiamata che le fa improvvisamente riaffiorare le energie e il coraggio sopiti. Anche se arriva da qualcuno che l’ha fatta soffrire. Perchè forse entrambi hanno bisogno dell’altro per essere salvati. La voce all’altro capo del telefono è quella di Pietro, suo ex fidanzato.

Dopo una prima esitazione, Irene comprende che c’è però qualcosa che non va. Forse Pietro si trova in una situazione più critica della sua, forse sta per compiere un gesto estremo. Irene si mette allora alla guida in una corsa febbrile per raggiungerlo prima che sia troppo tardi. Lei a Roma, lui a Santa Marinella in quella casa al mare dove avevano condiviso tanti ricordi.

Ma la notte è lunga e piena di insidie e quel breve tratto di autostrada si trasformerà in una vera e propria corsa contro il tempo, ostacolata da mille inconvenienti. Irene che nella frenesia dimentica il portafoglio a casa, la macchina quasi a secco, il cellulare al 13% e i poliziotti pronti a chiedere l’autocertificazione. E ovviamente la crescente angoscia di Irene e Pietro che sfocerà in una progressiva rivelazione dei traumi che i due condividono e che li hanno portati a quella situazione. Una rivelazione sulla fine della loro relazione, tra responsabilità, sensi di colpa e verità da dover affrontare.  

Ora, in tutto questo, si percepisce un qualcosa, una scintilla, che manca per essere completamente soddisfatti dalla visione. Non siamo davanti ad un prodotto sfaccettato come lo era Locke con Tom Hardy, pellicola chiamata in causa dalla presentazione di Non riattaccare sul programma del Festival. Però ci prova. E almeno un po’ ci si avvicina. Bisogna, del resto, riconoscere il merito di far rimanere il pubblico coinvolto sino all’epilogo con “solo”, per citare nuovamente il programma, “un’auto, una donna alla guida e la voce di un uomo al telefono”.

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