NAZA, il genocidio palestinese spiegato dall’IDF: la recensione

“NAZA” sono i civili che è lecito uccidere in un attacco contro Hamas. Un solo combattente ne vale fino a 500. La macchina del genocidio spiegata per filo e per segno da 24 militari israeliani, tra profilazione e Intelligenza Artificiale. “Siamo come i nazisti”, confessano.
Un soldato dell'IDF nella striscia di Gaza

A Gaza è in corso un genocidio senza precedenti che affonda le sue radici da ben prima del 7 ottobre, su cui fra l’altro una recente inchiesta di Haaretz dimostrerebbe che Benjamin Netanyahu sapesse e l’abbia lasciato accadere. Punto. Per molti di noi sono fatti pressoché assodati da anni, ma se siete fra chi deve ancora “capire alcuni punti socio-economici” di questa affermazione – come certi co-conduttori di questa Mostra del Cinema di Venezia – non è più nostra responsabilità di spiegarvela, ma solo della vostra ignavia e cecità. Tanto più che adesso, ad ammettere la definizione di genocidio, ci sono le confessioni di 24 tra ufficiali dell’IDF e dell’intelligence israeliana raccolte da NAZA, il nuovo agghiacciante documentario dai registi di No Other Land.

Dopo la vittoria all’Oscar, i giornalisti investigativi Yuval Abraham e Rachel Szor – stavolta senza i palestinesi Basel Adra e Hamdan Ballal – raccolgono in un concentrato asciuttissimo di 90 minuti di interviste, effettuate di notte sui tetti di Tel Aviv e a volti oscurati, le testimonianze di chi quel genocidio sta compiendo. E ammette che sì, la parola è “genocidio”, senza più ombra di dubbio. Lo sapevamo. Ciò che non sapevamo è il livello di fabbricazione dello sterminio raggiunto per mezzo della tecnologia, capace di surclassare – non per numeri forse, ma per efficienza e glacialità – persino i nazisti. Tanto che uno si paragona a loro.

Non lo diciamo noi, ma uno di loro. Cos’altro vi serve da sapere?

500 dei loro per uno dei nostri

Soldati dell'IDF nella striscia di Gaza

Con il termine NAZA, i militari israeliani indicano le vittime civili che è “accettabile” assassinare in un attacco “mirato” per colpire un membro di Hamas. “Non sono esseri umani, sono NAZA”, dice uno dei testimoni spiegando la terminologia deumanizzante di cui si serve la macchina d’indottrinamento. Ogni NAZA – donna, bambino o neonato che sia – rappresenta un’unità e per definizione, ogni NAZA è un innocente. Semplicemente un familiare, amico o vicino di condominio (magari di dieci piani sopra) di un combattente di Hamas o supposto tale.

Per ogni combattente, a seconda del suo grado, si calcola un numero di NAZA che è accettabile muoiano nell’attacco. Un soldato semplice di Hamas vale 20 NAZA, un ufficiale 50 NAZA o più. Uno dei testimoni ricorda un bersaglio a cui corrispondevano 500 NAZA, la popolazione di un intero quartiere: sterminati tutti. E anche così, il più delle volte, il bilancio può essere di 50 a 0, cioè di tutti i NAZA morti senza che il combattente di Hamas fosse davvero lì o che fosse effettivamente un combattente di Hamas. E anche se lo fosse, a chiamare “terroristi” l’ultima linea di difesa rispetto a un massacro di queste proporzioni, avreste un bel coraggio. Io non ce l’ho, ma di certo non ve lo invidio.

Se invece siete fra quelli che: “Lo sai come Hamas tratta gli omosessuali?”, sappiate che NAZA affronta anche il tema della macchina del fango israeliana a partire dall’orientamento sessuale. Oltre a fornire una famosa definizione di “terrorista” data da Benjamin Netanyahu, futuro criminale di guerra, durante un’intervista in cui si autoaccusa per sua stessa bocca:

“Terrorismo è il deliberato e sistematico attacco, assassinio, minaccia e mutilazione di civili innocenti per scopi politici e con finalità intenzionali, non accidentalmente e non come prodotto collaterale di un’azione militare”. [Benjamin Netanyahu, “Mixer” con Giovanni Minoli, 1986]

How to kill a NAZA

Palestinesi a Gaza

Ognuno dei 24 ufficiali, pennarello e taccuino alla mano per illustrare ciascun passaggio, spiega con estrema dovizia di particolari ogni tassello e meccanismo di questa fabbrica genocidaria, anche più spietata e distaccata di un campo di sterminio nazista. Spiegano per esempio come si presuma di individuare un “terrorista”, prima studiando il comportamento di un cellulare di Hamas – tragitto, collocazione in zone di combattimento, orari di uscita e ritorno a casa – poi applicando quell’algoritmo ai cellulari di tutta la popolazione di Gaza per mezzo di un’Intelligenza Artificiale di nome Lavender. Sulla base del comportamento dei cellulari si individua il presunto combattente di Hamas, spesso sbagliando perché, come spiega uno dei 24, è “un perfetto allenamento per il machine learning”. Impara per errore. Quando Lavender ha finito, entra in azione una seconda IA chiamata Where’s Daddy?, che ordina il momento perfetto per attaccare al soldato dell’IDF.

La premessa è che dopo accurate valutazioni interne, fra i ranghi israeliani si è deciso che il momento migliore per attaccare i combattenti di Hamas e i NAZA è di notte, quando questi dormono nelle proprie case. Questo significa che ogni dichiarato “obiettivo militare” è sempre un obiettivo civile. I civili non sono vittime collaterali: sono compresi nell’obiettivo, già alacremente calcolati dall’IA in proporzione all’importanza del combattente di Hamas. Perché? Perché è più facile che colpirli per strada, e qui entra in gioco Where’s Daddy? Se per esempio un qualunque cellulare “sospetto”, magari quello di una dodicenne, invia il messaggio: “Papà sta tornando a casa” – quello è il momento di attaccare. L’IA dà l’ordine, l’ufficiale IDF apre i microfoni dei telefoni per sentire cosa succede all’interno, e quando nel mezzo del pianto di un neonato o della cena sul fuoco sente aprirsi la porta di casa, rade al suolo centinaia di vite in un colpo.

Terminologia da macchine che hanno completamente preso il posto dell’umano, deumanizzata e deumanizzante, anche quella che ci troviamo costretti a usare noi nell’atto di doverla spiegare. Ma è l’unico modo per farvi capire laddove ancora vi ostinate a non capire, come hanno ben compreso Yuval Abraham and Rachel Szor: se vuoi smascherare un boia, devi farlo confessare nella sua lingua.

Gli israeliani sono i nuovi nazisti?

Benjamin Netanyahu paragonato ad Adolf Hitler in un poster satirico

Il motivo per cui i nazisti introdussero lo Zyklon B nel massacro sistematico degli ebrei, gasandoli in massa, non era solo l’efficienza. Era soprattutto per ragioni logistiche e psicologiche, perché prima adottavano metodi creativi come metterli in fila accanto a una fossa comune e ucciderne quanti più possibile con un solo proiettile, ma avevano notato effetti devastanti sul morale delle SS. L’impiego della tecnologia permette di dissociare l’assassino dall’azione, lasciando all’Intelligenza Artificiale la responsabilità di decidere al posto suo. Un avanzamento dell’efficienza che i nazisti per primi intuirono, ma che rispetto ai livelli raggiunti dagli israeliani non avrebbero neanche potuto sognare.

Non siamo noi a dirlo, ma uno di loro: “Sono cresciuto secondo la mentalità israeliana, sono stato portato nei campi di concentramento in Polonia, mi è stato insegnato che i nazisti erano il male assoluto. E allora noi cosa siamo?”. Si comportano come i nazisti, parlano come i nazisti. Nelle loro voci ci sono timidi tentativi di autoassoluzione (più spesso di autoaccusa) ma mai di fierezza, sarebbe sbagliato crederlo. Solo – e questo è ben più terrificante da accettare – il freddo calcolo di chi sta eseguendo gli ordini, facilitato dallo strumento che gli è messo in mano e indottrinato da anni di propaganda anti-palestinese: “Il mio ruolo è tecnico, non mi è permesso esprimere una posizione morale”. Non uccideremmo bambini palestinesi anche noi, se ci fosse stato insegnato tutta la vita a vederli come numeri e terroristi in erba? Per poi vederci fornito l’innesco perfetto, il 7 ottobre, lasciato accadere o direttamente orchestrato…

“Prima vennero per i NAZA, poi…”

Soldati dell'IDF nella striscia di Gaza

In NAZA c’è tutto quello che diceva Hannah Arendt e il pastore Martin Niemöller: “Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare“. C’è quello che diceva mia nonna, internata nei lager di Buchenwald e Ravensbrück, che ha iniziato a paragonare nazisti e israeliani anni prima del 7 ottobre. Lei l’ha visto coi suoi occhi, io l’ho capito tardi; spero che con NAZA ci arrivino anche gli ultimi cechi e sordi. Il film più schietto e importante di Venezia 83, ma per il quale sembra impossibile usare tutti quegli aggettivi che normalmente si vorrebbe all’atto di recensirlo.

Eppure un film che molti pensano non vincerà nulla – e già questo dice tutto – nonostante riguardi tutti. Non solo come osservatori esterni, ma in quanto future vittime possibili. Perché come ha detto in queste ore il regista palestinese Rashid Masharawi: “Non combattiamo solo per noi stessi, ma per il mondo intero”. I NAZA sono l’ultima linea di difesa contro un nuovo modo di condurre il sistematico sterminio dell’umano, per rimpiazzarlo con le macchine o per renderci tali. Gaza ne è il laboratorio, la prova generale. Se non lo fermeremo lì, i prossimi cellulari saranno i nostri. Sicuramente il mio. E per allora non ci sarà rimasto più alcun briciolo di umanità, in noi, da salvare.

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