Napoleon, la recensione: colpi di cannone e matrimoni virulenti

Napoleon è uscito ieri nelle sale italiane. Il film di Sir Ridley Scott era uno dei titoli più attesi della stagione cinematografica. Anche noi lo abbiamo visto e recensito. Per sapere cosa ne pensiamo, non vi resta che continuare a leggere l'articolo.
Joaquin Phoenix è Napoleone Bonaparte in una scena del film Napoleon

Chi scrive è attanagliato da alcune domande. Cosa avrebbe fatto Abel Gance, regista di una delle prime trasposizioni cinematografiche della storia di Napoleone, pur di poter mettere le mani sul budget a disposizione di Ridley Scott per il suo Napoleon? Di quanti arti del corpo si sarebbe privato per ottenere il potere produttivo del regista britannico, le sue maestranze e i suoi attori? E, soprattutto, cosa ne sarebbe uscito fuori?

Le domande sono in realtà piuttosto vacue e rimarranno per sempre senza risposta. Abel Gance realizzò il suo film alla fine degli anni Venti del Novecento ed è deceduto nel 1981. Non sapremo mai dunque cosa avrebbe realizzato il regista francese con le possibilità di Scott. Quello che abbiamo in mano sono due sole cose. Un film muto di cinque ore e mezzo (che tra l’altro si interrompe moncone all’inizio della campagna italiana di Bonaparte) e il nuovo film di Ridley Scott, che il regista inglese ha realizzato utilizzando effettivamente quel budget, quelle maestranze e quegli attori che tanto avrebbero fatto comodo a Gance. Nonostante questo, il risultato che ne ricaviamo non rispecchia le aspettative che il mondo si era fatto. E che anche noi ci eravamo fatti.

La storia di Napoleone secondo Ridley Scott

Partiamo da un presupposto: la storia di Napoleone è lunga, complessa, intrecciata con alcuni degli eventi storici più dirompenti della storia umana e sfumata in svariate direzioni. C’è l’aspetto politico, che comprende le relazioni di Bonaparte con la Rivoluzione, quelle con le numerose potenze straniere e quelle con i suoi (meno numerosi) alleati. C’è l’aspetto coniugale, con il matrimonio tormentato con Giuseppina e quello “conveniente” con Maria Luisa d’Austria. E c’è l’aspetto personale: la gelosia e l’ambizione, l’astuzia e l’arroganza. E c’è, infine, l’aspetto militare, quello più geniale della sfaccettata figura di Napoleone.

In Napoleon, tutti questi aspetti ci sono, ma forse nessuno approfondito davvero. La storia è raccontata rimanendo in superficie. Accenna a tutto, ma non affonda in (quasi) niente. Tutta la vita di Napoleone, dall’inizio della sua ascesa tra i ranghi militari fino alla sua morte sull’isola di Sant’Elena, viene narrata in due ore e mezza in cui il tempo si dilata e si restringe, i fatti accelerano e rallentano senza lasciare il tempo alla figura del protagonista di modellarsi a dovere. I quadri sono per lo più sconnessi e l’imponenza delle battaglie (comunque meno di quelle che ci erano state promesse) non riesce a collegarli.

Scott fa sua la storia di Napoleone e la rielabora a suo modo, facendo il processo opposto rispetto a quello di Gance nel 1927. Alcuni personaggi entrano ed escono dal film senza lasciarsi nulla alle spalle. Il rapporto con il popolo francese è poco approfondito e manca di scintilla, la motivazione dietro all’idolatria che risiedeva nella figura di Bonaparte. La relazione con Giuseppina di Beauharnais (Vanessa Kirby), punto centrale di tutta la pellicola, è un’angolatura interessante da cui osservare una figura come quella di Napoleone, ma pecca forse un po’ di coraggio. L’imperatrice avrebbe potuto essere il pretesto per lanciare tantissime tematiche (un po’ come il regista fa con Jodie Comer in The Last Duel), ma manca sempre quel guizzo che la possa elevare a simbolo.

Il Napoleone di Pheonix tra psiche traballante e trionfi militari

Vanessa Kirby e Joaquin Phoenix in una scena del film Napoleon

L’uomo che è al centro di tutta la storia, Napoleone Bonaparte (interpretato da Joaquin Phoenix), non è certo rappresentato come il grande condottiero che incita le truppe in groppa ad un nobile purosangue bianco. Il cavallo ce l’ha, è bianco, ma viene abbattuto dopo dieci secondi di battaglia a Tolosa da una palla di cannone che il futuro imperatore conserva come prova tangibile del suo successo da consegnare all’ambiziosa madre.

Al centro di Napoleon, ancora prima dell’uomo militare, c’è invece l’anima di Bonaparte. Attraversata da una folle arroganza e tormentata da gelosie incontrollabili, la psiche di Napoleone è traballante fin dalle prime battute della pellicola. Tra problemi sessuali (a questo punto fissazione conclamata di Scott), sfrenata ambizione e una leadership tutt’altro che convincente, il Napoleone Bonaparte di Phoenix ci viene mostrato come un uomo piccolo piccolo, quasi insignificante. A farne le spese in modo diretto è Giuseppina, inchiodata a un marito abietto e manipolatore, ma ad esserne vittima è tutta la Francia, soggiogata al potere di un militare la cui ambizione non sembra avere confini.

A essere vittima dell’anima di Napoleone non sono solo Giuseppina e il popolo francese, ma anche le sue imprese militari, sacrificate al ruolo di interludi interlocutori (bellissimi, va detto, nel loro realismo e nella loro brutalità) al servizio della narrazione del Napoleone privato. Scott ne narra i trionfi miliari senza affondare nella genialità strategica che invece ha caratterizzato una figura controversa come quella del generale francese. “Sì, Barras, ti vinco la battaglia”. La vince, e finisce lì. Ed è un peccato. Le mischie messe in scena da Ridley Scott sono molto violente e affascinanti. In particolare lo scontro finale, quello di Waterloo, con cui la supremazia di Bonaparte viene definitivamente spezzata, è un vero gioiello che sarà da esempio anche ai film che verranno.

Fuoco e fiamme sull’Europa: cosa ci rimane?

Joaquin Phoenix è Napoleone Bonaparte in una scena del film Napoleon

Napoleon non rispetta le enormi aspettative che gli si erano create attorno. Non tutto è da buttare, è chiaro (bellissime le battaglie campali, lo abbiamo detto; interessanti costumi e scenografie, che aiutano a ricostruire fedelmente l’ambientazione), ma non si può certo dire che quello di Ridley Scott sia un film riuscito. Il regista britannico persevera negli errori di Tutti i soldi del mondo e House of Gucci, facendo rimanere la vicenda in superficie e non scavando mai, nonostante il dispendio di tempo, nella psiche dei suoi personaggi. Anche Joaquin Phoenix, solitamente una certezza dal punti di vista performativo, appare un po’ spento (non finirebbe nella nostra TOP 10 dei suoi ruoli).

Sulla interpretazione storica delle vicende non ci dilunghiamo. Ogni autore ha il diritto (entro certi limiti) di leggere i fatti dal proprio punto di vista. Scott voleva che Napoleone prendesse a cannonate una piramide? Ci può anche stare. Siamo però certi che tra la pedissequa e iper-fedele trasposizione di Abel Gance e la (paradossalmente) frettolosa ricostruzione di Ridley Scott ci sia una via di mezzo ancora (relativamente) inesplorata. La figura di Napoleone è quanto mai cinematografica e, al di là del giudizio sulle sue sanguinose imprese, meriterebbe una trasposizione più accorata e convincente di quelle finora realizzate.

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