Luc Besson: la nostra intervista al regista di Dogman, Nikita e Léon

Di quarant’anni di carriera, da Nikita a Léon. Del ruolo dell’artista nella nostra società. Del ruolo dell’arte nel salvare le persone. Il regista francese Luc Besson ci ha parlato di questo e di molto altro nel corso di un’intervista sul suo ultimo film, Dogman, al cinema dal 12 ottobre.
Il regista Luc Besson sul set di Dogman

Se chiedi a un amante del cinema nato dopo il 1994 di elencare quella manciata di film che, ancora giovanissimo, hanno acceso questo suo amore, che hanno inaugurato la sua prima “vita cinefila”, fra i tanti ti risponderà Léon. Non tutti, ma molti ti rispondono Léon. Personalmente, ho conosciuto almeno una persona che ha preso il suo nome, Nikita, dall’omonimo, altro film cult di Luc Besson. Poi il regista francese ha spaziato nel cinema hollywoodiano ad alto budget, che gli è valso i più alti incassi di Francia. E ora, con Dogman, presentato all’80esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, in uscita al cinema dal 12 ottobre grazie a Lucky Red, sembra voler trovare una quadra fra queste due anime del suo cinema. Anche se, racconterà nel corso di una lunga intervista, nella sua ricerca cinematografica non c’è stata sempre o soprattutto la ricerca di una quadra. Questo è Luc Besson. E questa è l’intervista al regista di Léon, di Nikita, e da oggi anche di Dogman (con cui vi forniamo anche, di seguito, una clip inedita con cui Lucky Red ha voluto omaggiarne la filmografia).

Luc Besson: 40 anni di carriera e di eclettismo

Il cinema di Luc Besson

Dogman è un mix, o detta alla francese un pastiche. Pastiche di generi, sintesi di carriera (forse), insieme di immaginari che trovano armonia nell’amore e nell’interesse che il suo regista sembra riporre in essi. C’è un po’ tutto quello che gli piace, e lo diciamo perché – se chiedete a chi scrive – è piaciuto anche a noi: trovate qui la nostra recensione di Dogman da Venezia 80. E quindi siamo partiti proprio da qui. Chiedendogli se questo insieme di action, religione, moralità, da Edith Piaf ai Redneck del Midwest, non sia figlio del suo interesse genuino per tutto questo insieme di cose, e per l’insieme che ne poteva risultare:

Vengo da una generazione in cui puoi mangiare sushi mentre ascolti il reggae. Sono andato a scuola a nove anni. La prima volta che ho avuto una TV è stato a sedici. Quindi per tanto tempo sono stato senza una forma definita, forgiato dalla natura, non toccato dalle immagini e dalle sovrastrutture della società. Non avevo cultura cinematografica. Al mio primo film, Le Dernier Combat, un critico ne scrisse citando tre film in particolare da cui, secondo lui, avevo copiato. E io non li avevo mai visti. E anzi ne ho approfittato per vederli (senza mai capire davvero però, e non lo capisco ancora oggi, in che modo il mio film fosse una copia di quelli, quale fosse la relazione). Quindi sì, è così che ho iniziato. Sono eclettico, mi piace mettere tante cose diverse tutte insieme. Mi piace pensare che le persone prendano la macchina, parcheggino la macchina, paghino un biglietto e si siedano in sala per due ore per vedere i miei film. E sono molto grato e felice, che siano venuti. E non voglio che rimangano delusi. Voglio che ci sia sempre cibo a tavola. La mia paura è che dopo dieci minuti si annoino. Quindi cerco di creare film come vedo la vita. La vita non è così catalogata, organizzata. Un momento stai ascoltando la battuta di un tuo amico, ne stai ridendo, e un momento dopo vieni interrotto da una telefonata che ti avverte che tuo zio è morto. That’s life! Un secondo ridi, il secondo dopo piangi. Quindi si, cerco di fare questo nei miei film“.

Questa immagine, di un banchetto sempre imbandito, ha molto ha che fare poi con le sua visione ora personale del suo itinerario artistico, ora collettiva del ruolo dell’artista tout court nella nostra società. Sa che i suoi film, che un film come Dogman, potrà essere amato come essere odiato:

Sono 40 anni che non mi aspetto più nulla. Non è il mio ruolo, l’aspettarmi qualcosa. Il mio ruolo è creare e proporre. E alcune persone lo ameranno, altre lo odieranno, altre ancora non lo vedranno neanche il film. Non sto troppo lì a chiedermi che cosa mi guidi. Questo è il modo attraverso cui mi piace condividere e restituire alle persone. Credo che l’artista sia come una spugna“.

La violenza come conseguenza in Dogman

Continuando nell’intervista, Luc Besson ci introduce quindi al suo protagonista, Douglas, interpretato da un formidabile Caleb Landry Jones – secondo l’opinione di molti “derubato” della Coppa Volpi a Venezia. Ma torneremo anche su questo. Doug ha trascorso un’infanzia di abusi che l’ha lasciato, al fine, costretto su una sedia a rotelle. Ma attraverso l’amore per i cani e per l’arte, è riuscito ad alzarsi in piedi quasi miracolato, laddove la spina dorsale gliel’avrebbe impedito.

Tutti possono esperire questo dolore, per piccolo che sia. La domanda è come reagiamo a questo dolore. Ci renderà migliori? Peggiori? Persone cattive? Era importante per me mostrare un personaggio su cui concentrare tutto il dolore del mondo, ma che nonostante questo rimane comunque una brava persona e cerca sempre di essere buono. E questo è il messaggio. Lui cerca di aiutare nel finale, anche se non è stato veramente aiutato. Quindi è un personaggio positivo“.

Perché infatti, nonostante il modo con cui, questa sorta di giustiziere mascherato che sussurra ai cani, reagisce alla società, con una morale sì violenta ma estremamente seducente, nelle sue molte sfaccettature, Besson non riesce a vederci un giudizio. Una ragione di biasimo.

Ciò che è interessante a proposito di questa violenza è che, come Douglas dice nel film, nessuno nasce come delinquente. Lo diventa, per le circostanze. Penso che sia solo una conseguenza. Se non hai da mangiare, se non hai una vita felice, come può essere giudicata malvagia, la violenza? La violenza viene dalla miseria. È un’orribile conseguenza, ma è una conseguenza. Quindi da dove viene questa violenza? Principalmente dalla società che creiamo, non dalla natura. Le persone non nascono cattive, la società le rende tali. Non c’è da stupirsi che la gente impazzisca e compia gesti violenti. Non sono un politico, sono un artista, non giudico, lancio solo delle sfumature su cui riflettere, piccole cose che producano una reazione nelle persone. C’entra la religione? Un po’, sicuramente. Quando vedi i redneck del Midwest lo capisci bene. Sono radicali, contro ogni cosa. Ma rimane sempre una conseguenza“.

Il ruolo dell’artista secondo Luc Besson

Luc Besson e Caleb Ladry Jones sul set di Dogman
Luc Besson e Caleb Ladry Jones sul set di Dogman

E proprio da qui, da questo suo desiderio di lanciare suggestioni che l’ha sempre guidato nel suo cinema, Luc Besson riparte affrontando il ruolo dell’arte nelle nostre vite. L’arte può davvero, come spesso si dice, salvare le persone?

Ne sono assolutamente convinto. Senza l’arte siamo perduti. Prima della politica, prima dell’economia, di qualunque cosa, c’era un tizio in una grotta che disegnava mammuth sulle pareti per dire: “Sono qui, esisto”. Soprattutto in tempi di guerra, la connessione fra le persone sono i film, i dipinti, i libri. Servono a ricordare alle persone che non sono poi così distanti. L’arte è più che mai importante, oggi. Viviamo in un’epoca in cui abbiamo miliardi di informazioni a disposizione, l’intera conoscenza di secoli a portata di click. Eppure viviamo sconnessi. Mettiamo i soldi e noi stessi al primo posto. Sì, sono importanti, ma non dovrebbero esserlo a questo punto, dovrebbero essere al quinto o sesto posto per importanza. I soldi aiutano, servono, non averli è un problema; ma non salveranno nessuno. Ma puoi essere salvato da un buon libro, un buon film, un buon quadro“.

Concordiamo, sottoscriviamo ogni parola. E concordiamo anche quando Besson, in modo molto più pacato e aperto al dialogo di quanto abbiano fatto molti suoi colleghi negli ultimi anni, risponde alla domanda fatidica che ormai si pone sempre più spesso, ai suoi colleghi, negli ultimi anni. Quella sui rischi dell’eccesso di “politicamente corretto” – e qui non si parla di inclusione o rappresentazione, né ne parla Besson, ma dei rischi naturali di offendere e provocare, quando si propone qualcosa di artistico – nel mondo dell’arte:

La società pretende tanto di essere così aperta, democratica, pronta ad accettare tutti. Credo che la cancel culture sia qualcosa di molto buffo, perché l’arte è l’unica nazione in cui possiamo essere tutti liberi. Direi che dovremmo andare esattamente, radicalmente nell’altra direzione. Gli artisti sono forgiati al fine di essere folli. Dobbiamo essere pazzi, aprire porte, mostrare cose, anche se qualcuno dirà: “Sei andato troppo oltre”. Ok, ma è solo arte, è tutto a posto, possiamo gestirla e conviverci. Lasciamo che gli artisti siano artisti. Anzi dovremmo incoraggiarli: “Rischia, prova, sconvolgici, portami fuori dal mio contesto, fammi vedere altro da me”. È solo arte, non uccidiamo nessuno“. 

“Ovunque ci sia un infelice, Dio invia un cane”

La scena iniziale di Dogman di Luc Besson
I cani di Dogman

Inizia con questa citazione di Lamartine, resa anima di Dogman, l’ultimo film di Luc Besson. E Luc Besson conclude parlando del lavoro sul set con queste due (due, a tutti gli effetti) anime interpretative di Dogman. Il suo protagonista, il formidabile Caleb Landry Jones, che arriva a comparare al Gary Oldman di Léon; e i suoi protagonisti, al plurale, attori a tutti gli effetti: i cani.

Il lavoro con Caleb è stato un paradiso. Questo ragazzo è così umile, dolce, tutto nella sua vita è votato all’amore per la musica e per i ruoli che vuole interpretare. Ci siamo incontrati, abbiamo parlato inizialmente della vita e solo dopo del copione. E poi abbiamo lavorato insieme ogni giorno, per sei mesi, ci siamo trovati come due amici. E ha assorbito ogni informazione. E prima di ogni ripresa mi chiedevo se si sarebbe ricordato le migliaia di informazioni e indicazioni di cui avevamo parlato. Ma ogni giorno c’era tutto, anche se poi integrava, aggiungeva. Senza strafare. Come una piccola formica. Accumulava, accumulava. E poi al primo ciak tirava fuori tutto d’improvviso. È mostruoso, attorialmente parlando. Credo che l’ultima volta che ho avuto uno shock simile di fronte a una prova attoriale è stato con Gary Oldman in Léon. È stata l’ultima volta, prima di Caleb, che abbia visto qualcuno con così tanto talento. Gary era incredibile e con Caleb fanno parte della stessa categoria, della stessa famiglia di attori”.

E i cani? Come si gestiscono 115 cani su un set?

Anche se sei un buon Marine, il mare è sempre diverso ogni mattina, non puoi mai saperlo. È lo stesso quando devi gestire 115 cani. Ogni mattina non sai come sarà, cosa succederà. Puoi solo gestirla e organizzare la situazione al fine di ottenere piccoli miracoli. Ma davvero, non sai mai se otterrai quello che vuoi. Ogni mattina ci trovavamo a gestire 80 cani, passavamo un’ora con loro per capire chi era a suo agio con chi. È come invitare a cena 80 persone e cercare di capire come distribuirli, chi parla la stessa lingua, chi ha affinità e vorrà parlare con la persona che gli sta a fianco“.

L’intervista è finita, ma il film deve ancora cominciare, è tutto da scoprire. E non è l’onore di aver preso parte a questo incontro, ma una sincera raccomandazione, a spingerci in questo incoraggiamento finale: che Dogman è al cinema dal 12 ottobre (qui tutto quello che dovete sapere su Dogman). Che come Luc Besson ben sa, potreste amarlo come potreste odiarlo. Ma che secondo noi, non dovreste assolutamente farvi trovare nella terza categoria. Di chi non l’avrà visto proprio.

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