Limonov, recensione: fedelissimo al romanzo di Carrère, o quasi

Limonov: The Ballad faceva sorgere una grande domanda: quanto si sarebbe appoggiato al romanzo di Carrère? Risposta: in tutto e per tutto, e ha fatto benissimo. Nel processo si perde tutto il discorso formidabile sulla Russia putiniana, ma ne guadagna in mainstream.
Ben Whishaw in una scena del film Limonov: The Ballad

Ci sono due modi per approcciarsi alla visione di Limonov: The Ballad – il nuovo film di Kirill Serebrennikov tratto dal romano di Emmanuel Carrère e presentato in concorso al Festival di Cannes – e porteranno a recepirlo in modo molto diverso: avendo letto il romanzo di Carrère e non avendolo letto. Perché la grande domanda di partenza era proprio capire quanto il biopic sarebbe stato direttamente ispirato alla vita di Eduard Limonov e quanto invece al racconto-resoconto che ne rese Carrère nel 2011, perché le due operazioni sono molto diverse. Perché ogni volta che lo scrittore francese ha pubblicato una biografia o una cronaca – Limonov, L’Avversario e Io sono vivo, voi siete morti sono forse i capolavori di uno dei più grandi scrittori in circolazione – ha creato in realtà dei viaggi ulteriori, non le classiche biografie, non i classici biopic.

I romanzi di Carrère parlano per immagini e attraverso queste, scelte oculatamente e raccontate con tono da fiction, ora da romanzo di spionaggio ora di fantascienza, riescono a cogliere l’anima vera delle figure eccentriche cui sono dedicati. Molto più di quanto farebbe un asettico resoconto. Raccontare insomma il personaggio Eduard Limonov – poeta, esule, provocatore, presunto criminale di guerra, operaio di fabbrica a Kharkiv e maggiordomo nei salotti di New York, filo-stalinista e anti-putiniano, comunista e fascista insieme – attraverso le immagini e i momenti salienti della sua vita selezionati a suo tempo da Carrère, avrebbe fatto tutta la differenza del mondo.

Vi farà piacere sapere che Limonov: The Ballad ha la lungimiranza di fare proprio questo, di risultare un adattamento fedelissimo quantomeno ai “momenti” del romanzo di Carrère, di ripercorrerli l’uno dopo l’altro senza perdersi nulla. Questo permette, per estensione, di ottenere un ritratto incredibilmente autentico di un personaggio impossibile da categorizzare come Eduard Limonov. Ma dall’altro lato qualcosa si perde per strada: nel tono, e in quello spaccato sulla Russia prima e dopo URSS che fu Limonov di Emmanuel Carrère, ma che non è a tutti gli effetti Limonov di Kirill Serebrennikov.

Una scena per capire Limonov: The Ballad

Eduard Limonov

Da lettore ossessivo, si sarà già capito, di Carrère – leggevo Limonov proprio un anno fa, proprio qui, allo scorso Festival di Cannes; ho un tatuaggio de L’Avversario sulla coscia – mi sono focalizzato su una scena che mi aveva molto colpito del romanzo. Una scena che non ci va affatto per il leggero e che anzi a molti potrà rimanere indigesta. Ma proprio una di quelle scene, o meglio di quelle frasi, attraverso cui Carrère è sempre riuscito a enucleare personaggi altrimenti inclassificabili. In un certo senso è la scena madre del romanzo.

In quella scena Limonov è a New York, insegue il sogno di diventare un grande scrittore nel panorama dei sovietici fuggiti esuli in America. Lui odia tutte le sue controparti, tutti gli altri scrittori russi a New York, proprio lui che in realtà meno di tutti era dovuto fuggire per avere salva la pelle, lui stalinista, lui con un padre del KGB e che non aveva nulla da ridire in realtà contro il regime sovietico. Era fuggito solo perché questo gli avrebbe donato un’aura di fama.

In questa scena è in compagnia di Tanja, una bellissima giovane alto-borghese e assolutamente al di sopra delle sue possibilità economiche e come uomo, che però aveva abbandonato tutto per stare con lui, in nome di una passione travolgente. Due pazzi allo sbaraglio, senza alcuna prospettiva né futuro. In questa scena sono entrambi sul letto, davanti a un piccolo televisore su cui a un certo punto compare il faccione di Aleksandr Solženicyn, l’autore di Arcipelago Gulag che era dovuto fuggire – lui sì, pena la morte – per aver svelato tutto il meccanismo concentrazionario dell’Unione Sovietica. Ed Emmanuel Carrère descrive la scena così:

“Quando lo accendono [il televisore] compare Solženicyn, ospite unico della puntata speciale di un talk show. Uno dei migliori ricordi della vita di Eduard è quello di avere incula*o Tanja davanti alla televisione, alla faccia del profeta che arringava l’Occidente e ne stigmatizzava la decadenza”.

Ecco, la grande domanda prima di entrare alla proiezione di Limonov: The Ballad era: “Ci sarà questa scena?“. La risposta: “Se c’è, ha vinto“. Se c’è, ha colto il senso di Eduard Limonov, uno che andava in giro come se “si volesse incu*are il mondo“, scrive sempre Carrère e dicevano di lui. Bene, vi farà piacere sapere – o magari no – che quella scena c’è. Ed è la prima, marginalissima quanto fondamentale dimostrazione che il film di Serebrennikov ha l’intelligenza di sfruttare un materiale preziosissimo di partenza, unico che sia mai stato in grado di cogliere il personaggio tanto respingente, complesso, ma imprescindibile per capire la nostra epoca, che fu Eduard Limonov.

La fedeltà a Carrère reca salute: riuscita!

La copertina del romanzo Limonov di Emmanuel Carrère

Quella della televisione e di Tanja non rimarrà l’unica scena presente nel romanzo che ricorre anche nel film. I riferimenti sono continui e si ritrovano nei dettagli: una bottiglia di vino che Limonov utilizzerà in modo improprio; sua madre che tiene accesi i fornelli del gas in Russia per scaldarsi, perché tanto paga mamma URSS, e suo padre che si indigna dei Paesi capitalistici “tanto avidi da far pagare il gas“; lui che sogna di sparare al ricco uomo per cui fa da maggiordomo a New York, che serve ma in realtà disprezza, con un fucile ad alto potenziale stile Lee Harvey Oswald; lui che si scopre bisessuale con un clochard afroamericano nella notte newyorchese, esperienza da cui maturerà il titolo del suo romanzo capolavoro, Il poeta russo preferisce i grandi neg*i.

In Limonov: The Ballad ci sono tutte quelle scene assurde e provocatorie indispensabili a comprendere una figura che fu assurda e che fu provocatoria, una via di mezzo fra Lou Reed e Rasputin – e infatti sentiamo le danze sovietiche, e infatti sentiamo Walk on the Wild Side e Sunday Morning dei Velvet Underground a fare da colonna sonora.

Insomma: il film ripercorre passo dopo passo tutte le scene fondamentali con cui Carrère ci ha trasmesso, a modo tutto suo, il personaggio Limonov. Non se ne perde neanche una, e questo è un merito; di lungimiranza, certo, ma comunque un merito. Ovviamente chi non ha letto il romanzo non ci farà caso, in questo senso la visione cambia radicalmente a seconda di questa condizione di partenza. Ma a chi non abbia letto il romanzo di Carrère consigliamo vivamente di farlo: sia perché capolavoro, sia perché, altrimenti, difficilmente capirà chi era Limonov e perché era tanto interessante dedicargli un biopic.

E cosa manca (ma non sembrerà)

La crisi costituzionale in Russia del 1993

Qualcosa si perde ovviamente nel viaggio. Si perde nel linguaggio, nel senso che ciò che rende capolavori i romanzi di Carrère non sono solo (o primariamente) i protagonisti scelti, ma l’eleganza di scrittura con cui vengono descritti. Limonov: The Ballad non ha quell’eleganza e si risolve piuttosto in un linguaggio più mainstream, più da miniserie televisiva, fra piani sequenza e virtuosismi cinematografici che però, sicuramente, possono meglio raggiungere il grande pubblico.

L’altro aspetto a perdersi, forse il più importante, è quell’incredibile spaccato della Russia di Boris El’cin prima e putiniana poi nella transizione dall’economia comunista all’economia di mercato, e come questa transizione improvvisa e mal preparata portò al disfacimento di uno stile di vita in favore della corruzione e del disastro sociale più dilagante. Come Underground di Kusturica, per fare un esempio, era in realtà un gigantesco spaccato della Jugoslavia dalla Seconda Guerra Mondiale alla caduta del blocco comunista, allo stesso modo Limonov è stato in realtà un romanzo che ha usato la figura di un uomo per rappresentare tutte le contraddizioni di un Paese. Ma anche questa è operazione letteraria difficilmente trasponibile in un biopic verticale.

Per il resto Ben Whishaw fa buon lavoro interpretativo, anche se guadagna confidenza via via che si procede nel film e sicuramente, anche a livello di mimiche e somiglianze, somiglia più al Limonov degli ultimi anni che a quello di New York. Con qualche stereotipo grafico di troppo a fare il verso all’estetica sovietica, Limonov: The Ballad rimane comunque un buon prodotto in cui, di nuovo, chi non ha letto il romanzo non ravvederà nemmeno grandi carenze, semplicemente perché non sarà portato a fare il confronto col materiale di partenza. Non avvertirà che manchi qualcosa. E forse è anche giusto così. Perché fra i due c’è lo iato della scrittura e dello stile di Carrère, che fa la differenza fra un prodotto solido, e un capolavoro.

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