Licorice Pizza da Oscar, la recensione: amore, petrolio e bimbi sperduti

LICORICE PIZZA: RECENSIONE NO SPOILER

Fra cinque giorni soltanto, sapremo. Sapremo se uno dei più grandi se non il più grande cineasta statunitense vivente – nel senso classico del termine – riuscirà o meno a strappare il suo primo Academy Awards con Licorice Pizza. Undici volte candidato nel corso di più di vent’anni (Cinque Miglior Sceneggiatura e tre Miglior Film e Miglior Regia), Paul Thomas Anderson è sicuramente da Oscar nonostante gli altri meritevolissimi aspiranti alla statuetta più ambita, con questa storia di una tenerezza infinita che parla di amore, petrolio e bimbi sperduti.

Wendy e Peter a parti invertite

Gary e Alana in Licorice Pizza
Gary e Alana in Licorice Pizza

Potrebbe ricordare l’Isola Che Non C’è di J.M. Barrie, la Fernando Valley del 1973 così ben affrescata da P.T. Anderson sullo sfondo della sua dolcissima storia di amori e di generazioni. Di amori impossibili e di altri che è solo l’età a rendere tali. Di generazioni agli antipodi che vestono i rispettivi ruoli, interpretando l’una le maturità (o immaturità) dell’altra. E che si incontrano a metà, alla berlina di chi sta nel mezzo e non sa a quale mondo appartenere. Troppo vecchia per i primi, troppo matura per i secondi. La Alana Haim che porta su schermo il suo vero nome e le sue vere sorelle per un personaggio che è un modello di scrittura dell’eroina femminile.

Ma di un’eroina (post)moderna, di quelle che non sanno cosa fare della propria vita, se dare retta a questo roscio paffutello di dieci anni più piccolo, ma di venti o trent’anni avanti, per ambizioni. Il Cooper Hoffman che interpreta Gary Valentine ed è il figlio di Philip Seymour, compianto feticcio d PTA, di anni in realtà ne ha 19, contro i quindici dichiarati. Va al liceo ma già fa l’attore e ha sua madre come impiegata della propria azienda, almeno così racconta lui. In realtà è un bambino che gioca a fare l’adulto oppure che è già troppo grande per giocare ancora a fare il bambino, per essere uno di quegli enfants prodiges che cantano allo Zecchino d’Oro.

Si da delle arie, è normale. Ma nel frattempo sembra più bravo a fiutare qualunque nuovo affare in crescita e a farci un sacco di soldi. A vendersi, appunto, almeno fino a che il mercato del petrolio regge e la materia prima c’è. Alana invece di anni ne ha 25 – quella vera 30, ma il pareggio è presto fatto – e sembra essere l’unica immune al fascino di questo Valentino (quasi un pappa o un “intrallazzino”) che le chiede di uscire e ordina due bottiglie di Coca Cola con cannuccia e poi respira affannosamente quando la guarda con estasi.

I veri bambini di Licorice Pizza

Bradley Cooper in Licorice Pizza
Bradley Cooper in Licorice Pizza

Alana è Wendy e Peter Pan insieme, non vuole crescere ma nemmeno restare bambina. Gary è forse Campanellino, per le sue scene di gelosia, forse uno dei Bimbi Sperduti che raccatta dal palco e mette a vendere materassi ad acqua: i mitici Soggy Bottom di Fat Bernie’s, lui sarebbe Fat Bernie.  La loro è letteralmente una storia di adulti in cui la scuola non esiste, anche se le foto dell’annuario con cui si incontrano e la Guerra dello Yom Kippur con cui si allontanano, fanno pensare sia appena cominciata. Quando poi conosciamo i veri adulti, scopriamo che in questo limbo immaginario sono rimasti bloccati anche loro, come Uncino in Barrie. Sono loro, i veri bambini.

Le cose cambiano ma i locali rimangono gli stessi: due Martini al posto della Coca Cola. Gli spasimanti, soprattutto, cambiano. Questi adulti-bambini così ridicoli, coi loro giocattoli rombanti e il loro umorismo che non fa ridere, fa solo ribrezzo. Ridicoli, viscidi. Esponenti di una generazione e di un cinema che ha fallito e allora è il caso di tornare alla fanciullezza, come P.T. Anderson ha sempre fatto: dieci passi avanti, ma a passo di gambero, in adorazione di un’Epoca d’Oro di Hollywood che lo rende tanto ostico al grande pubblico. Ma tanto unico, nel suo modo di fare cinema. Alla maniera con cui si creano i capolavori: senza crearli, ma lasciandoli essere.

A partire da come un cameo illustre quale quello di Sean Penn o quello di Bradley Cooper dovrebbe apparire: non gigantografie su un cartellone per cinque minuti di comparsa, ma freaks memorabili che valgono quanto un’intera pellicola, mentre ci ricordano la (loro) paura della morte. Che ci rammentano quanto sia importante restare bambini, ma nel modo giusto, perché l’età dell’innocenza non ha età. Licorice Pizza è anche questo, nel suo essere un capolavoro. Non un folle, unico piano sequenza iniziale a ricordarci la statura di un regista che non ha bisogno di ricordarla. Ma una serie dolce di piani appena accennati, costanti, di chi non sente il bisogno di dimostrare nulla. Un film di colori a olio, di accostamenti leggeri, di contrasti umorali da un capo all’altro della cornetta di un telefono. E di questi due debuttanti memorabili che non hanno bisogno di fare la prova della vita, perché invece loro hanno tutta la vita davanti. Devono essere solo sé stessi: innocenti innamorati.

C’era una volta Licorice Pizza

Cooper Hoffman in Licorice Pizza
Cooper Hoffman in Licorice Pizza

A un certo punto uno di quegli adulti che non riesce a smettere di ridere, asmatico, per cose puerili, si fa improvvisamente serio. Guarda Alana e le dice: “Hai un sorriso caldo. È una cosa molto potente“. Il modo in cui Licorice Pizza si guadagna (forse) il titolo di capolavoro, è proprio questo. Quest’aura semplice eppure incredibilmente vitalistica, come vuole uno dei più gettonati aggettivi affibbiati a PTA. Licorice Pizza è un film che lavora di storie, indimenticabili ed episodiche, che trovano coerenza nell’unica storia possibile, quella d’amore. È un film che, a differenza del più volte paragonato C’era una volta a… Hollywood di Quentin Tarantino, riesce a dare coerenza alla frammentarietà di trama, utilizzandola solo in secondo tempo come affresco di un’epoca. In parallelo, certo, ma sullo sfondo, appunto.

Un affresco che non sta solo negli arredi, ma nelle viscide pacche sul sedere delle dipendenti e negli arresti violenti dei penitenziari di Attica – quella della rivolta, gridata da Al Pacino in Dog Day Afternoon, gli anni sono gli stessi. E poi il Vietnam e la Crisi Petrolifera, oggi così tremendamente attuale e fonte nel film di scene che si stampano nel ricordo dello spettatore e stampano sul volto della Haim un’espressione della serie: “I’m too old for this shit“. Infine le storie d’amore, quelle veramente e drammaticamente impossibili, di cui rimaniamo spettatori col cuore spezzato, in compagnia di uno dei Fratelli Safdie, a lume di candela e con un delatore ad aspettarci al varco.

Ma noi, che possiamo uscire, è forse ora che smettiamo di rimanere spettatori passivi delle nostre stesse vite. E che ci mettiamo a correre, per dove non si sa, per chi lo sapevamo fin dall’inizio. Anche se questo, ci sembrerà, significa relegarsi al mondo dei quindicenni. E invece no, è l’amore a renderci grandi, a rendere grande questo film. A farci ricominciare a correre a perdifiato anche se la gente dice che non sei il mio tipo, cantavano Sonny & Cher. E anche se c’è sangue per le strade e ci arriva alle ginocchia in questa fantomatica Los Angeles, cantava un ragazzo, tale Jim Morrison, che adulto non sarebbe diventato mai.

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