L’estranea è l’horror più ambizioso di Paolo Strippoli: la recensione

L’estranea è il quarto film horror (non chiamatelo thriller) diretto da Paolo Strippoli. È il suo migliore? Sicuramente il più ambizioso, la conferma di una carriera in costante ascesa e che si spera faccia finalmente fortuna quanto i suoi corrispettivi d’oltreoceano.
Adriano Giannini, Jasmine Trinca e il resto del cast de L'estranea nella locandina del film di Paolo Strippoli

Nell’arco di soli tre film di cui uno in co-regia, negli ultimi anni e in particolare nell’ultimo periodo il nome di Paolo Strippoli è diventato sinonimo di curiosità, interesse e cinefilia. Giustamente. Perché come si ripete ormai all’esaurimento, non sempre capendo davvero le ragioni a monte come i risultati al botteghino: “Il genere in Italia non lo fa (quasi) nessuno“, mentre nel resto del mondo vende benissimo. Perché? Ecco, Paolo Strippoli è uno di quei nomi con cui si fa l’errore di renderli, anche, sinonimo di risposte e soluzioni, sobbarcandoli di una responsabilità che non dovrebbero avere. Perché la filmografia di Paolo è stata un crescendo costante e L’estranea arriva come il film giusto al momento giusto: non un exploit, ma una conferma, con più mezzi e un impianto più ambizioso che questi possono procurare.

Dopo che La valle dei sorrisi era stato presentato l’anno scorso come fuori concorso a Venezia, sortendo le critiche di alcuni che lo vedevano giusto anche per la competizione ufficiale, non c’erano dubbi: Paolo Strippoli era pronto per fare il salto, per il concorso della Mostra del Cinema e per affermarsi definitivamente come l’autore di punta del nostro cinema horror. Ma chi spera che questo si possa tradurre automaticamente in un successo commerciale – c’è già chi lo chiama “thriller” e non “horror” nella speranza di allargare il pubblico, sbagliando – rischia di illudersi. Ma questo nulla toglie a un film solido, ottimamente scritto e girato, che si diverte e diverte a sua volta. E che, in totale continuità con gli altri elevated horror firmati da Strippoli, usa il genere e le mostruosità soprannaturali come metafora delle ben più familiari mostruosità nostrane.

L’estranea vien di notte, con le scarpe tutte rotte

Bari, Anni ’90. I Colonna sono la tipica famiglia di arricchiti, ossessionati dal giudizio altrui e desiderosi di sfoggiare il loro benessere. Sono gli anni che preparano il berlusconismo, la fine della Prima Repubblica investita da Tangentopoli e l’inizio di un’era in cui tutto ciò che conta è l’apparenza, anche a costo dell’anima.

Anna e Walter, rispettivamente Jasmine Trinca e Adriano Giannini, vivono con due bellissimi figli (e un cane) in questa bellissima casa bianca. Sono invidiati da tutti. Il figlio maschio è il promettente capocannoniere della squadra locale sponsorizzata dalla famiglia, con grande orgoglio di papà. La figlia è stata appena presa per una di quelle ottimistiche pubblicità della Barilla, con grande felicità di mamma che voleva fare l’attrice e non c’è mai riuscita.

Il giorno di Ferragosto, i Colonna organizzano un white party che si macchia di una tragedia rosso sangue, rischiando di spezzare l’idillio familiare. Ed ecco che, nel momento di maggior bisogno, si manifesta ad Anna un’estranea, con un’offerta impronunciabile: salvare il futuro e le prospettiva di una figlia in cambio di quello dell’altro. Una vita ne chiede un’altra. Ma una volta che fai un patto col diavolo, quello torna sempre a riscuotere, creando una catena di eventi che assumeranno proporzioni apocalittiche.

La spirale

Valeria Bruni Tedeschi in una scena del film L'estranea di Paolo Strippoli

Come spesso l’horror d’autore, la sceneggiatura firmata da Strippoli assieme a Salvatore De Chirico è un film a tesi, oltreché a capitoli: la figlia, il figlio, il padre, la madre. Quattro atti che ripercorrono questa caduta di Casa Usher – c’è molto dello scritto di Poe come della vasta cultura di Strippoli in fatto di riferimenti ai classici dell’horror – raccontata da Anna a una figlia ormai diventata grande e interpretata da Romana Maggiora Vergano, già ne La valle dei sorrisi. A chiudere il cast un’azzeccata Valeria Bruni Tedeschi, come sempre sul filo della comicità involontaria, che fa pensare che Strippoli non avesse in mente attrice più indicata per questo suo Belzebù petulante e irridente.

Chi dice che non è un horror non fa un buon servizio al film e a chi legge, visto che L’estranea contiene tutti gli stilemi della grammatica di genere, oltre all’elemento del soprannaturale. Ma come sempre, il genere serve a dire altro, a parlare di noi. Se La valle dei sorrisi faceva un discorso interessantissimo sull’anestetizzazione del dolore nella nostra società, tema particolarmente caro al cinema americano recente, L’estranea muove da radici comuni come l’obesità, la genitorialità irrisolta, il desiderio di modellare i figli a propria immagine e somiglianza o l’erronea convinzione che, agli occhi della società, un disturbo alimentare verrà preso meno di mira di una gamba mozzata. Così non è, e Strippoli è davvero molto bravo a spiegare la cattiveria, il dolore e il totale isolamento sociale che un DCA può produrre. Ma alla resa dei conti, L’estranea si condensa tutto in questa frase qua: “Cosa dirà la gente?“.

È un film sulla paura del giudizio altrui – prima di tutti, quello dei nostri genitori – e i danni che può fare dargli ascolto. Getta in una spirale depressiva richiamata anche dal titolo inglese, tradotto con il ben più evocativo ed esplicativo The Spiral. La speranza è che possa far breccia oltre lo Stivale, ne avrebbe tutte le capacità. Complice anche l’intuizione di non nascondere ma anzi accentuare l’italianità del film, a partire da una scena molto sorrentiniana e nazional-pop nella notte della finale dei Mondiali di Calcio 2026, quando l’Italia vinse contro la Francia e Zidane prese a testate Materazzi. Se poi non saremo noi a premiarlo al botteghino, non basterebbe un saggio a spiegarlo e c’entra il fatto che molto di quel pubblico giovane che foraggia il cinema horror americano è lo stesso che mantiene forti pregiudizi sul cinema italiano tout court, e quindi rimane molto difficile unire le due cose.

È un serpente che si morde la coda. Speriamo che L’estranea di Paolo Strippoli, come si auspica dentro e fuori dal film, sia in grado di spezzare la spirale.

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