Sean Baker è un nome che oggi dovrebbero tutti conoscere. Left-Handed Girl è il secondo film da regista di Shih-Ching Tsou, il primo in solitaria. Storica collaboratrice dell’indipendente regista americano, Shih-Ching Tsou ci mostra quello che, ad oggi, secondo noi è il miglior film della Festa del Cinema di Roma e forse dell’anno. L’anima del film è quella del Nuovo Cinema Taiwanese, un movimento degli anni Ottanta con un’attenziona alla vita quotidiana e alla società contemporanea (con tutti i suoi difetti). Ma è nella sua fusione con la sensibilità di Baker verso il nostro mondo che si trasforma, ancora forse, in un capolavoro.
Sean Baker (che l’anno scorso qualche oscar l’ha vinto) coscrive, coproduce e monta il film. Accompagna Tsou stringendole la mano, ma allo stesso tempo la lascia pedalare sola nella sua splendida cultura. I personaggi sono bakeriani, ma Tsou li rende veri, li osserva come Baker non potrebbe, sa come far valere le proprie radici in un film così legato a Taipei, sua città natale. E così esordisce con un film con un’identità fortissima, proletario, profondo e luminoso.
The Taiwan Project
Taipei è nota per i suoi mercati notturni, e in uno di questi Shu-Fen apre uno stand. È una madre single con due figlie: I-Ann ha circa diciott’anni, è ribelle, irriverente, intelligente e irrequieta; la piccola I-Jing ha cinque anni, è curiosa, adorabile e mancina. L’entusiasmo iniziale viene rotto dalla chiamata che avvisa Shu-Fen del ricovero del suo ex marito. Decide così di prendersi carico delle spese per curarlo, mettendo in mostra uno squarcio tra lei e I-Ann, che invece non vorrebbe che lei lo aiutasse “dopo quello che le ha fatto“. Iniziano i primi problemi economici (che intuiamo esserci da un po’), e Shu-Fen si trova alle prese con debiti e depressione. Non viene aiutata realmente nemmeno dalla sua famiglia, composta dalla madre, dalle sue sorelle, e da suo fratello. Mentre l’unico che si interessa al suo bene è il vicino di stand innamorato di lei.
Il film mette in luce le fragilità e le ingiustizie della società taiwanese con un occhio di riguardo alle questioni familiari. È una società in cui avere un figlio maschio è ancora importante. Figlio maschio che sarà anche privilegiato negli studi e nell’eredità. È un mondo che quindi si trova a galla tra la modernità e la sua matrice arcaica, dove essere mancini può ancora venire considerato un simbolo del diavolo. “La mano sinistra è quella del diavolo“, glielo dice il nonno a I-Jing, che ci crede, interiorizza questa informazione, e si comporta di conseguenza.
Conflitti generazionali

Il trio di protagoniste è fatto di personalità ben definite e in continua opposizione. Proprio il distacco generazionale, il rifiuto delle idee dei genitori, la disobbedienza, e l’incapacità di comunicare in mezzo a questi elementi, compongono il film. La disperazione di Shu-Fen fa pena a I-Ann che quasi disprezza sua madre (per molti motivi in realtà). I-Jing è spesso ignorata da Shu-Fen che la lascia da sola per il mercato. Le scelte irresponsabili e sbagliate di I-Ann fanno vergognare sua madre davanti alla famiglia. Nessuno comunica in maniera sana e ci si continua a colpevolizzare finché la bolla non scoppia. C’è un non detto che per tutto il film agita, smuove e scuote le coscienze delle protagoniste. Tranne quella della tenera I-JIng, che è costretta a subire il mondo dei grandi. Che non può sapere cosa si nasconde nella sua vita e non può comprendere il dolore di sua madre.
Siamo rimasti felicemente sorpresi dalle grandi interpretazioni di tutti gli attori coinvolti, anche della piccola Nina Ye. Ma è tutto frutto della splendida regia di Shih-Ching Tsou. Oltre a portarci nelle paradossali dinamiche taiwanesi, Tsou ha delle intuizioni veramente geniali e sa narrare con le immagini come una grande regista. E ora sappiamo che lo è.
Left-Handed Girl ci ha completamente rapito, ammaliato. Fa sembrare semplice raccontare una storia che in realtà è complessa, andando a toccare, anzi, a suonare delle corde nascoste nella nostra profondità. Una storia tutta al femminile, come solo Sean Baker le sa scrivere (vedere The Florida Project), con il suo ritmato montaggio, ma vista dagli occhi di una vera taiwanese che dona al racconto un grado di realtà palpabile al di qua dello schermo. Il film arriva al cinema il 22 dicembre con I Wonder Pictures. Prendete questo regalo di natale e scartatelo in sala.









