L’arte di vincere, recensione: Brad Pitt in un romantico fuoricampo

Un film sul baseball non riesce a trovare molto pubblico in Italia, e infatti L’arte di vincere non ha visto molti biglietti staccati nelle nostre sale. Eppure, al di là dello sport, il film racconta più di quanto si possa immaginare, attraverso un tono che supera tutti i confini.
Brad Pitt in una scena del film L'arte di vincere

Immaginate un campo da baseball. Il silenzio abbraccia gli spalti, mentre una leggera brezza smuove erba e granelli di terra. All’improvviso si sente un tonfo secco, che rimbomba per tutto lo stadio. Una palla in cielo che schizza via mentre un boato si solleva: è un fuoricampo. Non saprei come descrivere meglio l’immagine nata dal cercare di capire cosa intendesse Billy Beane quando definì il baseball “…uno sport romantico…”. Eppure, L’arte di vincere, è un film che racconta il suo amore per questo sport dal primo momento.

È vero, ogni sport offre una dose di romanticismo. I biopic americani lo raccontano da anni, con storie di riscatto nelle quali chi viene dato per sconfitto a priori riesce a ribaltare completamente le sue sorti. La ricerca di un sogno all’apparenza irraggiungibile è ciò che muove questi personaggi, mentre lottano da soli contro il mondo. In questo, L’arte di vincere non si dimostra diverso in quanto biopic, ma il suo approccio allo sport che racconta lo rende una piccola perla per tutti gli appassionati.

Tratto dall’omonimo libro di Michael Lewis, il film diretto da Bennett Miller mostra il suo miglior battitore con la sceneggiatura, firmata da Steven Zaillian e Aaron Sorkin, di cui qui trovate la nostra TOP 10. A servire la palla ci pensano invece Brad Pitt e Jonah Hill, che guidano un cast che comprende Phillip Seymour Hoffman, Chris Pratt e Robin Wright. L’arte di vincere mette insieme una squadra vincente per usare il baseball come metafora della vita, per mandare un messaggio di cambiamento ad una società troppo legata al passato.

Uno per tutti e tutti per uno

Il baseball è un protagonista nascosto, celato ma mai lasciato in disparte. Non vedrete mai allenamenti, e le partite, nelle quali si alternano girato e immagini di archivio, si contano sulle dita d’una mano. Ciò che Miller vuole mostrarci sono i protagonisti di questo sport, le anime che lo vivono e che lo alimentano. Il campo lo sfioriamo a malapena, stando sempre dietro le quinte, nelle palestre, negli spogliatoi o negli uffici. A farci da Cicerone in questo mondo sono Billy Beane e Peter Brand. 

Il primo è un ex giocatore che ha collezionato solo insuccessi, finché non è diventato un talent scout e ora manager generale per gli Oakland Athletics. L’altro è un giovane analista al suo primo impiego. In un ultimo disperato tentativo, Beane decide di affidarsi alle radicali idee di Peter, basate interamente su algoritmi statistici. Se prima si puntavano tutti i soldi su unico giocatore, considerato il vero motore della squadra, ora le cifre vengono divise per ottenere un gruppo che possa lavorare all’unisono e portare a casa il risultato. 

La prima parte del film si concentra su questo nuovo sistema adottato da Billy, che a fatica riesce ad ottenere la collaborazione del suo team. E mentre i minuti avanzano, sullo schermo i numeri iniziano ad essere sostituiti dai personaggi e la loro umanità. Giocatori ritenuti difettosi devono ritrovare la fiducia in loro stessi, proprio come Beane, che tra ansie e incubi del passato, si sente ancora il ragazzo tradito dallo sport che ama. Ma un sistema basato su finte promesse non può funzionare in eterno, e Billy è disposto a cambiarlo a tutti i costi.

L’arte di vincere conquista casa base

Il cast de L'arte di vincere in una scena del film

Mentre Billy ci racconta la sua missione per cambiare questo sport, Bennett Miller muove i fili della storia per renderla universale. Il cineasta si rivolge alla società, in primis quella americana, per recapitare un messaggio ben preciso: bisogna cambiare. Siamo troppo legati al passato, a vecchie usanze e modi di ragionare tipici di un sistema che non funziona più. In questo, L’arte di vincere mantiene ancora una forte attualità e si dirige in maniera decisa e costante su questa tematica, sfruttando tutto ciò che possiede per rendere chiaro e incisivo il messaggio.

Ma questo cambiamento assume anche un altro valore. I nostri protagonisti, che siano Billy, Peter o i giocatori della squadra, sono in cerca di riscatto. I dimenticati di questo sport uniscono le forze per evolvere, per dimostrare agli altri che si sbagliano. Ma questo cambiamento non avviene nello status sportivo o sociale, ma nel loro modo di vedere loro stessi. Non è importante il valore che ti attribuiscono gli altri o la cifra dell’assegno, solo tu puoi decidere quanto vali.

L’arte di vincere ci insegna ad essere dei grandi perdenti, a trasformare quella che a noi sembra una sconfitta in una vittoria, raccogliendo i frutti del viaggio. “You’re such a loser dad” è solo una parte della canzone cantata dalla figlia di Billy, la cui battuta finale ci ricorda cosa conta davvero: “Just enjoy the show. L’arte di vincere vi aspetta su Prime Video, insieme a tutti i titoli in arrivo a giugno 2024. Noi invece vi attendiamo nei commenti per conoscere la vostra opinione sul film.

Facebook
Twitter