La zona d’interesse: per Gabriele Muccino è “intellettualmente disonesto”

Un film come La zona d’interesse deve spaccare l’opinione degli spettatori. Di certo non sul tema e sul “da che parte stai” della storia, quanto piuttosto a proposito della resa cinematografica di un capitolo dell’umanità tante volte proposto al cinema ma forse mai con questa definitorietà. Ecco cosa scrive Gabriele Muccino!
Gabriele Muccino e una scena del film La zona d'interesse

La zona d’interesse è nei cinema italiani dal 22 febbraio 2024. Nel frattempo ha vinto l’Oscar come Miglior film internazionale e anche la statuetta per il Miglior sonoro. Continua ad essere nelle programmazioni di molte sale del nostro paese. E per questo non si smette di parlarne. Anche Gabriele Muccino ha voluto dire la sua sotto ad un post su Instagram. Ecco cosa pensa il regista di Alla ricerca della felicità del film di Jonathan Glazer!

Il film adatta al cinema il romanzo di Martin Amis e racconta la storia del comandante di Auschwitz Rudolf Höß. Ha costruito insieme a sua moglie una casetta del Mulino Bianco per la sua famiglia dall’altro lato del muro del campo di concentramento in cui manda a morire centinaia e centinaia di ebrei. A proposito della sua portata intellettuale e umana, il regista Alfonso Cuarón l’aveva addirittura definito il film più importante del secolo.

Ora qualcun altro invece sembra distanziarsi dalla resa del film, giudicandolo “disonesto intellettualmente“. Qualche settimana fa sotto ad un video su Instagram che stroncava il film attaccando le modalità in cui sono girate le scene e la troppa apatia delle immagini, Gabriele Muccino rincarava la dose. Ecco il suo commento:

Io l’ho trovato un film in cui c’è un tangibile compiacimento del regista in un’estetica che vuole forzatamente essere art house ma non ha una vera onestà. E questa disonestà intellettuale si sente. Anche a me non ha mai colpito.
Quelle cose le sapevo, non l’avevo mai viste in immagini, ma ripeto, il narcisismo estetico mi ha allontanato emozionalmente. Devo anche aggiungere che non sono riuscito a vederlo in versione originale e in tedesco forse avrebbe avuto un impatto più spaventoso.

Qualche giorno dopo ritorna forse sui suoi passi. Con una storia Instagram, invita i suoi follower a vedere il film in lingua originale, appellandosi al meritato Oscar per il Miglior sonoro. Quello che Muccino chiama “narcisismo estetico” all’interno del film di Glazer riguarda la stucchevolezza delle scene. Essa, però, corrisponde al gelo e alla freddezza che percepiamo addosso assistendo all’illogicità nazista. La quotidianità della famiglia Höß, nella sua banalità, è il mezzo attraverso cui Glazer vuole raccontare il nazismo in un modo finora cinematograficamente inedito.

La perfezione verdeggiante e rigogliosa delle immagini e dell’ambientazione è, inoltre, un’ode alla vita che fa ancora più contrasto con la morte che si sta abbattendo su un intero popolo a cinque passi di distanza da quella casa del paradiso.

Per meglio comprendere l’accostamento estetica quasi artefatta-nazismo e essenzialità del bianco e nero-umanità che resiste, dovremmo riascoltare le parole di Glazer a proposito della scena ricorrente della bambina che nasconde il cibo, che più volte torna durante il film. Quella scena spiega con chiarezza quanto lo scopo del regista fosse proprio, attraverso l’estetica autocompiaciuta, associare la normalità di facciata all’assurdità nazista. Mentre la vera autenticità umana è in bianco e nero, altrove, lontano da quella casa dei sogni.

Voi siete team Alfonso Cuarón o Gabriele Muccino a proposito de La zona d’interesse? Secondo noi ha l’onestà intellettuale di cui il cinema, a proposito dell’Olocausto, aveva bisogno.

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