La zona d’interesse, la scena della bambina che nasconde il cibo spiegata dal regista

La zona d'interesse è già chiaro a tutti che sia un grande film fra quelli degli ultimi anni e forse una voce definitiva sulla vicenda dell’Olocausto.. Per questo alcune scene vanno indagate a fondo e ci sembrano inspiegabili per il loro significato simbolico. Ecco, ad esempio, perché la bambina nasconde il cibo in una sequenza ricorrente del film!
Una scena del film La zona d'interesse

Più un film è una grande opera, più è stratificato. Più è stratificato, più ci sono scene e concetti che restano inspiegabili. Almeno finché qualcuno, in questo caso il regista, non si assume la briga di spiegarli. La zona d’interesse è il film di Jonathan Glazer che, dopo Roma e Cannes, è arrivato nelle sale italiane e sta per sbarcare (o sbancare?) agli Oscar. La storia del mondo si somma a quella individuale, e a sua volta la storia mondiale è fatta di piccole storie individuali. Per questo ne deriva un grande film pieno di sfumature, piccole verità, consuetudini e vicissitudini che tengono insieme le vicende di tante e tanti donne e uomini che sono stati travolti da una storia tanto grande quanto perfida.

Durante la visione del film, più di una volta capita di trovarsi davanti ad una scena in negativo. Una bambina che nasconde del cibo fra la terra, forse, o in mezzo ad un mucchio di foglie? Insomma, lo nasconde. Senza alcuna spiegazione e senza un apparente legame con le vicissitudini che precedono e seguono la scena stessa. Ci aiuta Jonathan Glazer a capire cosa sta a significare, e soprattutto a darci almeno una lontana idea della fatica e del dolore di realizzare un film come La zona d’interesse.

Leggendo l’intervista del regista al Guardian potremmo dire che quella scena è il simbolo della crisi interiore di un regista che vuole fare un film sull’Olocausto per renderlo presente ma è continuamente tentato dal desistere per l’oscurità in cui lo avvolge l’avere a che fare con una storia tanto buia. Quel negativo è l’appiglio di Glazer per continuare a persistere nel progetto del film, la speranza di uscirne vivo e non risucchiato, anche quando intorno è tutto così nero.

Il cibo della giovane donna sono mele. E le mette sotto la terra sperando che i prigionieri il giorno dopo le trovino e abbiano da mangiare. Ecco perché è l’appiglio di Glazer: in un film disperato e senza possibilità di rinascita – perché la storia, ahinoi, è già scritta – quella scena rappresenta la speranza e la fede in qualcosa di ancora umano.

Nell’intervista il regista spiega, fra pause e silenzi, che la speranza nel film è il riflesso della sua speranza nella realizzazione. Più volte è stato intenzionato a smettere, spesso si è trovato prontissimo a tirarsi indietro. Poi ha incontrato Alexandria. È una donna polacca di 90 anni, quando Glazer la incontra, e durante l’Olocausto aveva 12 anni. Prendeva parte alla Resistenza polacca, nonostante la giovane età, e andava in bicicletta vicino al campo per lasciare le mele. Proprio quelle mele che nasconde la figura anonima nelle scene in negativo del film. La casa in cui hanno girato il film era la casa in cui viveva Alexandria, la bicicletta della scena è sua, e anche il vestito dell’attrice. Poco dopo aver parlato con Glazer – e aver tramandato la sua storia, verrebbe da dire – è potuta morire.

Il regista, provato da questa storia, dice: “Quel piccolo atto di resistenza, l’atto semplice, quasi sacro, di lasciare il cibo, è cruciale perché è l’unico punto di luce. Pensavo davvero di non poter fare il film. Continuavo a chiamare il mio produttore, Jim, e a dirgli: ‘Me ne vado. Non posso farlo. È semplicemente troppo buio’. Sembrava impossibile mostrare l’oscurità totale, quindi stavo cercando la luce da qualche parte… e l’ho trovata in lei. Lei è la forza del bene“.

Alexandria non è soltanto il simbolo dell’umanità che resiste e cerca di continuare ad essere solidale anche quando è circondata dalla morte. È anche l’unico appiglio per chi intende farsi portavoce e testimone di una storia così tanto oscura da avere paura di interiorizzarla per saperla raccontare. Se esiste La zona d’interesse e se Glazer è arrivato fino alla fine del suo lavoro, probabilmente è proprio grazie a lei. Qui trovate la nostra recensione al film, che vi aspetta in sala!

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