La società della neve, recensione: vita e morte in mezzo alle Ande

Su Netflix è approdato un titolo che racconta il disastro aereo delle Ande e l’assurda e agghiacciante storia che vede protagonisti i passeggeri del velivolo rimasti vivi dopo lo schianto. Il film affronta il caso con fedeltà, ponendo l’attenzione sui protagonisti e sul loro desiderio di sopravvivere.
Enzo Vogrincic in una scena del film La società della neve

Tra i titoli pronti ad aprire il nuovo anno di Netflix troviamo La società della neve, film diretto dalle mani di J. A. Bayona. Dopo The Impossible, il regista torna a raccontare i sopravvissuti e la lotta alla sopravvivenza. Questa volta non si tratta di un disastro naturale, ma dell’incidente aereo delle Ande avvenuto nell’ottobre del 1972.

La pellicola, presentata alla cerimonia di chiusura dell’80° mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, andrà a rappresentare la Spagna ai Premi Oscar 2024. Bayona racconta con minuzia e precisione la tragedia che ha cambiato la vita di 16 ragazzi uruguaiani. Dai momenti precedenti allo schianto fino agli ultimi secondi su schermo, il film ci accompagna con una narrazione che rispecchia le gioie, le paure e le speranze dei protagonisti.

Il lungometraggio è l’adattamento dell’omonimo libro scritto da Pablo Vierci, il quale documento l’esperienza dei 16 sopravvissuti attraverso racconti molto dettagliati. Il film fa esattamente lo stesso, tralasciando aspetti secondari della vicenda e concentrandosi maggiormente sui superstiti e i loro tentativi di sfuggire alla morte. Il film però ricorda anche chi non ce l’ha fatta, dando il giusto spazio ad ognuno di loro preservandone la memoria.

Uno per tutti e tutti per uno

Come in Sully, il disastro inizia da un aereo. L’intera vicenda è scandita dalle parole di Enzo Vogrincic Roldán, interprete di Numa Turcatti. Attraverso la sua narrazione veniamo introdotti ai personaggi e al destino che già sappiamo attenderli. I suoi pensieri ci accompagnano alla scoperta della tragedia, attraverso i vari sviluppi nei quali si alternano la disperazione e il sollievo dei protagonisti. Si perchè, per quanto non possa sembrare all’inizio, qui si parla di protagonisti. Ognuno di loro, compresi i defunti, sono al centro della narrazione. Il regista si concentra su questo piccolo collettivo basato sul reciproco aiuto.

Ognuno si prende cura dell’altro e nessuno viene lasciato indietro. Anche i morti continuano a servire la società della neve, permettendo ai vivi di nutrirsi. Così tra dubbi morali, etici e religiosi nei nostri protagonisti nasce una lotta interna tra ciò che ritengono giusto e ciò che bisogna fare per continuare a vivere. Più il tempo passa più la differenza tra le due si assottiglia, rendendo la seconda opzione non solo la scelta più sensata, ma anche quella alla quale abituarsi più facilmente. Ma quanto ci si può spingere oltre in casi come questi?

A differenza di Renè Cordova, accusato di aver preferito raccapricciare il pubblico piuttosto che spingerlo alla comprensione, Bayona fa l’esatto opposto. Il regista descrive le scene più crude senza eccedere, restituendone tutta la forza attraverso il suono e gli attori in scena. Questi, soprattutto nelle sequenze più drammatiche, si dimostrano estremamente convincenti e tutti ben caratterizzati, anche se l’alto numero di personaggi obbliga a metterne alcuni in secondo piano. Il tutto, unito ad una totale assenza di giudizio da parte del regista, coinvolge ancora di più lo spettatore il quale arriva a domandarsi: “cosa avrei fatto al loro posto?.

Enormi spazi di bianco sconfinato

Il cast del film La società della neve

La società della neve si dimostra un film tecnicamente ben realizzato . La regia di Bayona risulta molto dinamica, alternando inquadrature che trasmettono perfettamente tutta la potenza della scena. Si passa perciò da momenti più tranquilli con scelte classiche di regia, ai momenti più forti e carichi di pathos nelle quali il cineasta gioca con la camera e l’obiettivo. Il tutto si incastra perfettamente, donando il giusto dinamismo al racconto e riuscendo a creare maggiore emozione e coinvolgimento nello spettatore.

La pellicola dura circa due ore e mezza, e fin da subito si definisce una natura lenta ma senza accezione negativa. Il film infatti avanza con calma, prendendosi i suoi tempi per raccontare la storia e i suoi protagonisti. Purtroppo in una sezione del film questa lentezza risulta più evidente andando un po’ a compromettere tutta l’energia creata precedentemente. Fortunatamente nell’ultima parte si ritrova il giusto equilibrio, regalando un epilogo forte ed emozionante.

Un altro aspetto interessante del film è il contrasto grande-piccolo. Diversi sono i campi larghi le cui immagini sono costruite come spazi negativi, sottolineando la vastità delle montagne innevate e allo stesso tempo concentrando l’attenzione su quel piccolo soggetto che inerme lotta con tutte le sue forze per sconfiggere una natura predominante. Da quella piccola fusoliera adibita ad abitazione di fortuna si stagliano chilometri e chilometri di neve e nulla più. Si descrive un senso di solitudine e alienazione che i nostri protagonisti combattono rimanendo uniti, mentre speranza e disperazione si alternano in una lotta che sembra non avere fine.

Il disastro delle Ande, qui alla sua terza trasposizione cinematografica, viene riportato alla memoria da Netflix con un titolo che riesce ad emozionare e a spingere alla riflessione. Che senso ha tutto questo? Il film si pone questo interrogativo, costruendo la soluzione sin dalle prime battute. La risposta vive negli altri, in chi è sopravvissuto, in onore di chi invece, purtroppo, è ancora su quelle montagne. L’anno nuovo di Netflix inizia al meglio, con un mese ricco di nuovi film e serie tv. Nell’attesa potete lasciarci un commento con la vostra opinione su La società della neve.

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