La grande illusione, recensione: una prigione serve per evadere

La grande illusione ha 87 anni eppure è più necessario che mai. È realizzato dal regista francese Jean Renoir, che ha iniziato la sua carriera alla regia col cinema muto. Con Jean Gabin, Dita Palo, Pierre Fresnay, Erich von Stroheim e Marcel Dalio, nel 1939 ha ricevuto la nomination a Miglior film. Da oggi è su Mubi e questa è la nostra recensione!
Una scena dal film La grande illusione

In mezzo a tante nuove uscite e bei film che debuttano al cinema, MUBI ci riporta anche indietro nel tempo con le sue rassegne preziose. Questa volta lo fa aggiungendo al suo catalogo, a partire da oggi 11 giugno 2024, il film La grande illusione di Jean Renoir, del 1937. Nominata, nel 1939, all’Oscar per il Miglior Film, la pellicola con il suo antimilitarismo realista e tagliente parla ancora ai nostri tempi. Per questo, ecco la recensione retrospettiva!

Che cos’è La grande illusione?

La grande illusione è una storia di guerra, senza la guerra. È ambientato durante il primo conflitto mondiale e, sul fronte francese, i protagonisti (Il capitano Boëldieu e il tenente Maréchal) vengono abbattuti dall’aviatore tedesco von Rauffenstein e vengono trattenuti in prigionia.

Nel campo di Hallbach, Boëldieu e Maréchal conoscono altri prigionieri e connazionali che stanno escogitando un piano per riuscire ad evadere. Anche quando gli ufficiali verrano trasferiti, i nuovi campi di prigionia servono – ancora – “per evadere“. Il capitano Boëldieu proverà a liberare Maréchal e l’ingegnere Rosenthal a suon di flauto dolce e i due – giunti in Svizzera – vivranno un’atmosfera quasi dimentica della guerra.

Stavo male, per fortuna

Il cast in una scena del film La grande illusione

I soldati di Renoir, sono “soldati per sfortuna“. Uno dei primi aspetti del pacifismo e dell’antimilitarismo espressi dal regista francese con La grande illusione sta proprio nell’assenza di entusiasmo, nei protagonisti, per l’uniforme, la divisa e la causa bellica. Nel film non c’è una vera e propria disobbedienza alla guerra – come in questa lista che abbiamo stilato per voi – ma la resa degli eventi è così tanto scollegata dal contesto bellico che la critica alla guerra si fa implicita nell’impostazione complessiva del film. Ci è possibile dimenticare che fuori da quel campo di prigionia sta avvenendo la Prima guerra mondiale soltanto perché regista e sceneggiatore del film hanno incentrato il film su tutt’altro, per esprimere il loro distacco dalla guerra.

Appunto ne sono conferma i soldati. Racconta un protagonista, quasi all’inizio del film, che lui e suo fratello avevano problemi di salute. Il medico suggerisce loro di diventare vegetariani. “Io sono soldato perché sono vegetariano“, esclama. Perché suo fratello non ha smesso di mangiare la carne, ha continuato a stare poco bene, e per questo ha ottenuto di essere riformato. Lui, cambiando stile di vita e adottandone uno più sano, si è condannato alla sorte di soldato. Tutto questo fa pensare alla tragica esperienza di Primo Levi e del suo più caro compagno di prigionia, Alberto. La malattia di Levi, a poche settimane dalla Liberazione, ha fatto sì che durante l’ultimo sterminio definitivo fosse in infermeria e si salvasse – a differenza di Alberto che, in completa salute, non è sopravvissuto. Lo scompenso fisico da svantaggio – in situazioni così al rovescio – si trasforma in vantaggio, perché sottrae dagli incarichi di forza, lavoro e guerra a cui, questi protagonisti, non vorrebbero mai obbedire.

Una questione privata

Dita Parlo e Marcel Dario in una scena del film La grande illusione

Noi giovani, guardando per la prima volta La grande illusione, è facile che riconduciamo le vicende di Rosenthal e gli altri a quella di Michael Scofield. Il campo di prigionia di Hallbach, sul fronte francese durante la Grande Guerra, diventa per noi spettatori di ultima generazione il carcere di Fox River. Il piano dei soldati ci coinvolge allo stesso modo, e il tentativo di fuga ci fa sperare per i prigionieri.

Dopo che Maréchal e Rosenthal, grazie al diversivo di Boëldieu, raggiungono la Svizzera, inizia tutto un illusorio film post-prigionia. I due soldati trovano una fattoria, vengono accolti dalla famiglia che vive in quell’abitazione e si affezionano ai nuovi compagni. Sembra un epilogo, una fuga riuscita, un’evasione portata a termine – tanto che Rosenthal dirà di non aver mai capito un soldato parlare in 18 mesi di prigionia, e invece ora capisce benissimo le parole della donna. Un lieto fine?

È qui La grande illusione. Se il carcere di Scofield è soltanto Fox River, il campo di prigionia di Maréchal e Rosenthal non è soltanto Hallbach ma anche il mondo in guerra. La loro condanna non finisce fra le mura del campo: è il mondo, anche quello libero, ad essere una guerra per i soldati al fronte in fuga dai nemici. Mentre la storia sembra spostarsi verso Una questione privata che, con la stessa operazione di Fenoglio, racconta la storia individuale di un singolo e non la Storia con la S maiuscola della guerra che lo circonda; in verità i protagonisti sono ancora incastrati dentro un campo di prigionia più esteso di Hallbach.

Come Orfeo e Euridice

Per questo, andandosene, non potranno voltarsi. “Non ti volti?”, chiede la donna. “Se mi volto non parto mai” risponde Maréchal. Un rivisitato episodio di Orfeo ed Euridice. Voltarsi significherebbe continuare a credere a quella vita privata e in pace che – per i soldati – non è ancora raggiungibile. Pensare di poter riprendere Euridice anziché perderla per sempre. “La vita civile” di cui parlano nel campo, per raccontarsi a vicenda cosa facevano prima della guerra, sembra a portata di mano, ma forse è la vera grande illusione di cui – col finale positivo del film – finiamo per non accorgerci neanche noi spettatori.

Voi avete già visto questo capolavoro del cinema francese? La grande illusione vi aspetta su MUBI insieme a tutte le novità di Giugno 2024!

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