L’ordine del tempo, recensione: non è una Cavani per giovani

La paura di cosa può succedere se un pilastro come Liliana Cavani, non più pilastro da vent’anni, da quando non faceva un film, torna a farne uno a 90 anni. Il risultato è L’ordine del tempo, non un film stanco, ma un film profondamente senile e borghese. La recensione da Venezia 80.
L'ordine del tempo, recensione: non è una Cavani per giovani

Liliana Cavani torna su schermo dopo vent’anni. Anno più anno meno. Il tempo, fissatevelo fin da subito, è relativo. Impietoso con tutti, ancor di più con coloro di cui abbiamo fatto pietre miliari. E Liliana Cavani era e rimane, senz’altro, una pietra miliare del nostro cinema. Ma vent’anni dopo, con L’ordine del tempo, presentato fuori concorso qui a Venezia 80 dove noi l’abbiamo visto in anteprima – esce già domani, 31 agosto, nelle sale, in tempo per la fine dell’estate e la fine del mondo – la ritroviamo invecchiata, questo c’era da aspettarselo, con i suoi novant’anni tondi tondi.

Ma se da un lato Liliana Cavani sembra schivare stanchezze, lentezze o reumatismi cinematografici che temevamo di trovare, dall’altro maneggia il soggetto che fu di Carlo Rovelli senza una condicio sine qua non indispensabile di fronte alla prospettiva, tutt’altro che distopica, dell’apocalisse: la paura che arrivi davvero. Sarà che questa recensione, è un giovane a scriverla. Di un film che, alziamo le mani, piacerà sicuramente ai vecchi. Perché forse è nella loro natura, che possano permettersi di guardare solo alla luce del passato senza accorgersi che si è trasformata, nell’immediato futuro, in una enorme palla rovente.

L’ordine del tempo secondo Carlo Rovelli

La premessa, l’incipit narrativo de L’ordine del tempo è semplice, efficace, motrice: la tipica cornice che di tipico non ha nulla, tutta fatta per parlar d’altro. L’idea è di Carlo Rovelli: fisico, divulgatore scientifico ormai anche attraverso romanzi considerabili a tutti gli effetti letteratura, fiction, anche se cosparsa di dialoghi cervellotici e accademici. Questo è uno di quelli. In una villa sulla spiaggia si festeggia il cinquantesimo anniversario del personaggio di Claudia Gerini. Intorno a lei si fa un coro di amici e coppie di amici che si conoscono da una vita, apparentemente tutti dalle scuole.

Un cast di volti noti del panorama italiano e meno noti del panorama internazionale, continuo bilinguismo ricco di accenti che dona fin da subito venature di multiculturalismo e cosmopolitismo borghese al film della Cavani. All’appello manca solo Edoardo Leo, astrofisico specializzato nello studio del tempo nel suo estremo relativismo. Il tempo, il tempo che passa, il tempo che scorre e vola via, il tempo del guardarsi indietro quando non c’è più tempo per guardare avanti e guardare al cielo: queste le metafore, non sempre immediatamente quantificabili, che costelleranno il film della Cavani.

E il tempo non c’è più perché Edoardo Leo, pur tenendole per sé per tenere all’oscuro il resto del mondo, reca brutte notizie: un asteroide grande e veloce abbastanza da scatenare un’estinzione globale, si sta dirigendo a tutta forza verso la terra. Non se ne ha la certezza, ma a ogni ora che passa la probabilità d’impatto cresce, e cresce, e cresce fino a farsi morte certa. Non resta agli amici, e alle coppie, che stringersi, guardarsi indietro e dentro se stessi, chiedersi cos’hanno sbagliato, cosa si sono persi per strada, cosa volevano fare e che di certo ormai non avranno più tempo per fare.

Paura di morire ne abbiamo?

Edoardo Leo e Alessandro Gassmann

Con queste premesse, il classico-film-italiano uguale a tanti altri visti negli ultimi anni – il pensiero immediato va a Perfetti sconosciuti, fra coppie, segreti e un escamotage narrativo pronto a stravolgere tutto – è dietro l’angolo. E infatti è quello che ci si trova davanti, non certo un film di Liliana Cavani. Ma in un film fondato evidentemente su dialoghi e interpretazioni, i dialoghi si susseguono incessanti, come meteore tematiche ciascuna di poco conto, mentre le interpretazioni sono di difficile interpretazione.

Alle volte sembra tutto estremamente teatrale, come se Cavani avesse presi fatti e finiti i botta e risposta senza respiro del romanzo di Rovelli – e che in un romanzo possono funzionare – senza avergli però donato nuovo suono per lo schermo. Altre volte abbiamo scritto quanto sia importante tradire i romanzi per rendere loro vera giustizia. E anche qui, ci troviamo a pensare che non sia stato fatto. A pensar peggio invece, visto che il talento fra tanti di quei nomi c’è ed è normalmente indubbio, sembra che di direzione attori se ne sia fatta ben poca. E per un motivo semplice: in nessuno di loro, non per un solo istante, si intravede anche solo un guizzo, un pianto isterico o anche semplicemente quell’umanissimo terrore che è la paura di morire.

Questi personaggi, presi a rimettere tutto in discussione da un’apocalisse imminente, non sembrano affatto toccati da quell’apocalisse. Scherzano, si accendono per un istante, provano a chiamare i figli spersi chissà dove ma dopo appena due chiamate senza risposta si fanno un altro bicchiere di vino perché tanto, ci si può sempre pensare domani. Anche se il fulcro di tutto il racconto dovrebbe essere, proprio, che domani non c’è. Senza questo, senza la paura della morte negli occhi, tutto l’impianto di credibilità, ne L’ordine del tempo, viene meno. È un film a cui non vien da credere.

Massimi sistemi piccolo borghesi

Il resto del cast de L'ordine del tempo

In conclusione, avevamo lasciato Liliana Cavani come una delle voci più feroci e ruvide nella sua critica a quell’Italia che fu distopia senza bisogno di un’aggiunta di fiction. La ritroviamo imborghesita, interessata alle dinamiche borghesi e ai ragionamenti sui massimi sistemi tipici di chi, una generazione, arrivata ormai al capolinea, non ha più così tanto da perdere. Non rischia. Per questo i temi da essa pronunciati e diluiti in un bicchiere di vino bianco costoso – il nazismo, il negazionismo, i social, la crisi climatica, quest’ultima pronunciata talmente di sfuggita e con la leggerezza di chi, parrebbe, non la percepisce come la vera, grande urgenza del nostro tempo (del nostro, più che del loro) – volano come meteore cui non venga riconosciuta la gravità del peso specifico.

Forse perché a girare questo film c’è una persona di novant’anni. Mentre saremo noi a rimanere bloccati qui, a vedere il mondo bruciare. E dell’amore non ce ne faremo un granché. L’ordine del tempo non è un film vecchio perché stanco. Ma un film vecchio perché tipico di quella noncuranza senile nei confronti del futuro. E in questo, le generazioni più giovani non potranno che percepirlo come un grande paternalismo. Il mondo finisce perché intorno al tavolo stan seduti solo vecchi senza più la paura della morte. È questo il loro problema. Che non pensano mai davvero che il mondo possa finire. Pensano sempre che ci sia ancora tempo a prestito.

E allora, proprio nel suo non volerci a pontificare intorno a un tavolo, vien da imparare molto di più da un film come Interstellar. Riferimento apparentemente lontano, ma che come L’ordine del tempo parla d’amore, parla di tempo, e lo fa per ricordarci una cosa: che quella di tua figlia o tuo figlio, potrebbe essere l’ultima generazione a sopravvivere sulla terra. E questa non è fiction. A differenza, de L’ordine del tempo.

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