Jupiter non è solo un remake di A House of Dynamite: la recensione

Jupiter riprende lo scenario di un’escalation nucleare vista da un bunker presidenziale. Ma si sposta sul ben più vicino conflitto in Ucraina e invece del malfunzionamento dei pulsanti, racconta i malfunzionamenti di chi li preme. Due film complementari.
Denis Ménochet al centro del poster del film Jupiter

Sapevate che nel gergo militare, la teoria della “mutua distruzione assicurata” è abbreviata con l’acronimo MAD? È il concetto fondativo della deterrenza nucleare perché assicura che, nel caso di scontro frontale fra potenze con arsenale atomico, la distruzione sarebbe tale da radere al suolo tanto l’attaccante quanto l’attaccato. Questo crea una situazione di stallo e di sicurezza apparente, perché nessuno sarebbe così folle (appunto, MAD) da usare per primo le armi nucleari. Tutto qua. Questo filo sottilissimo (e facilmente ribaltabile) è tutto ciò che ci divide dall’apocalisse nucleare, che ci dissuade dal bombardarci ogni giorno a colpi di bombe atomiche. E infatti è sul suo capovolgimento che si concentra Jupiter, un film che molti qui alla Mostra di Venezia avranno visto come “il remake europeo” di A House of Dynamite.

Passato in concorso appena l’anno scorso – per noi doveva essere Leone d’Oro – il film di Kathryn Bigelow mostrava con che velocità possa venire a crearsi un’escalation nucleare fuori controllo (18 minuti) vista dall’interno delle sale dei pulsanti. “Un Dr. Stranamore che non fa ridere”, disse qualcuno di molto miope o molto lungimirante. Sta di fatto che Jupiter riparte praticamente dallo stesso soggetto, ma si sposta su un teatro di guerra a noi molto familiare e offre elementi nuovi che, pur nel suo quadro già tragico, A House of Dynamite non aveva del tutto considerato. In parole povere: siamo fottuti.

Grande Giove

Denis Ménochet in una scena del film Jupiter

Jupiter ha per protagonista Denis Ménochet – per capirci, il Monsieur LaPadite di Bastardi senza gloria – nei panni di un neoeletto Presidente francese, il cui mandato viene segnato fin dal giorno dell’insediamento. Nella prima scena lo vediamo scendere nell’istallazione Giove, un bunker antiatomico costruito sotto l’Eliseo per proteggere il governo in caso di attacco e permettergli di coordinare la rappresaglia, dove si sta tenendo il passaggio di consegne dei codici nucleari.

Ma proprio nel momento in cui gli alti gradi miliari gli stanno impartendo la dottrina francese sulla deterrenza – ogni Paese ha la sua e come saprete, la Francia è l’unica nazione europea a possedere un arsenale atomico dopo l’uscita dell’UK con la Brexit – il Presidente riceve una telefonata: sua figlia è morta. La dinamica viene taciuta ma il pensiero va immediatamente al suicidio, qualcuno dirà per colpa di “un’ideologia malata”. Sta di fatto che quell’evento traumatico lo perseguiterà per tutto il suo mandato, fino al giorno in cui sarà costretto a ritornare a Giove per de-escalare un fronte di guerra che, nella realtà dei fatti, si sta scaldando sempre di più.

Jupiter non è A House of Dynamite

Rebecca Ferguson in una scena del film A House of Dynamite e Denis Ménochet nel film Jupiter, a confronto

Jupiter non è un remake di A House of Dynamite innanzitutto perché, laddove il film della Bigelow partiva da uno scenario ipotetico, quello di Alexander Smia muove da un conflitto su cui da troppo tempo si lanciano allarmi inascoltati sul peggioramento dell’escalation miliare. Jupiter parte infatti dalla Guerra in Ucraina, presentandoci tutta una serie di controparti presidenziali che molto chiaramente potreste riconoscere come Putin, Macron, Zelensky una Presidente USA – il genere, l’unica differenza – che vuole sfilarsi dalla NATO.

Jupiter non è un remake di A House of Dynamite innanzitutto perché, prima di diventare un film sulla teoria dell’escalation nucleare, si concentra sulla precedente escalation militare. Mostra come la scienza della diplomazia (e il suo opposto) somigli paurosamente a una partita a scacchi fondata su dinamiche di psicologia inversa, pregiudizi e preconcetti che fanno, di essa, una scienza completamente inesatta. Proprio quella che governa i nostri fragili equilibri proprio mentre stiamo parlando e che infatti in Jupiter, fallisce. Long story short, dopo tanti anni di conflitto arriva sul piatto una minaccia nucleare che coinvolge tutta l’Europa. A decidere l’esito del mondo sarà un singolo uomo distrutto dal senso di colpa per la morte di sua figlia.

Voi affidereste a un uomo del genere il controllo dei bottoni? Ma di chiunque si trattasse, affidereste a un singolo uomo un tale potere? Forse quel potere non dovrebbe proprio esistere, auspicava la Bigelow in favore della denuclearizzazione. Ma se c’è una differenza sostanziale per cui Jupiter non è un remake di A House of Dynamite, la più interessante, è che dove il secondo era un film sulla macchina, il primo si concentra sulla psicologia di chi la controlla. O ha l’illusione di farlo.

Orgoglio canaglia, francese e non solo

Il Presidente degli Stati Uniti d'America Donald Trump sull'Air Force One

Lo stesso anno del Dr. Stranamore uscì un film gemello diretto da Sidney Lumet intitolato Fail Safe – A prova di errore. Se vogliamo, è il film con protagonista Henry Fonda il miglior paragone con A House of Dynamite, perché entrambi si focalizzano maggiormente su una sequela di errori e inceppi nella catena decisionale, non immediatamente imputabili alla dinamica umana. Certo, anche la Bigelow mostra personaggi presi dai loro problemi quotidiani e quindi più facilmente soggetti a errore, ma il senso è che il sistema è progettato male in partenza, sbaglierà a prescindere.

Proprio come Stanley Kubrick invece, Jupiter si concentra molto di più sui pregiudizi umani e le psicologie emotive che quelle persone portano nelle stanze dei bottoni. Passioni come l’orgoglio, la fierezza, il desiderio di affermazione o di integrità morale e tutte quelle altre emozioni sulla base delle quali prendiamo ogni nostra decisione. Per Jack D. Ripper era la minata mascolinità, per alcuni personaggi di Jupiter è altrettanto, ma alla resa dei conti a prendere l’ultima decisione sarà un uomo ferito nel suo punto scoperto.

Jupiter non è e non sarà mai un remake di A House of Dynamite perché non ne ha la stessa portata cinematografica. Ma visti insieme lanciano allarmi complementari che, sommati nelle loro conclusioni teoriche e psicologiche, conducono verso un unico esito, molto pratico: siamo tutti fottuti.

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