Jeanne du Barry, recensione: Johnny Depp apre Cannes 76

Prima recesione dal Festival di Cannes, che apre con il ritorno di Johnny Depp diretto dalla regista (e co-protagonista) Maïwenn. Un film che, nel creare un culto della persona quasi ribaltato nella Corte di Luigi XV, ci mostra in realtà la decadenza che preparò la Rivoluzione.
Jeanne du Barry, recensione: Johnny Depp apre Cannes 76

E così, abbiamo visto il film d’apertura di questa 76esima edizione del Festival di Cannes. Un film anticipato fin dal momento in cui ne era stato anticipato il cast, e per un motivo molto semplice, per un nome in particolare: quello di Johnny Depp. Jeanne du Barry infatti è il film destinato a riportare l’attore, per la prima volta su schermo, dopo la battaglia processuale che l’ha visto coinvolto contro l’ex moglie, Amber Heard. La prima apparizione dai tempi de Il caso Minimata del 2020, di cui si era fatto però principale produttore e promotore.

In questo caso invece, altri lo vogliono a corte. Anzi, altre: una donna, Maïwenn, qui sia regista che attrice protagonista nel ruolo che dà il titolo al film. Segnale sicuramente forte per un’auspicabile riavvio della carriera di Depp. Diretto da una donna, in un film semi-indipendente di respiro europeo (quindi lontano da Hollywood). Non è difficile credere che Cannes 76 si sia fatto sedurre da questo facile e agognato biglietto da visita per scegliere il proprio film d’apertura. Per seguire le nostre altre recensioni di questa 76esima edizione, trovate qui la selezione completa di Cannes 76.

Jeanne du Barry, ovvero: Maïwenn

Jeanne du Barry (Maïwenn) è stato personaggio realmente esistito, cortigiana (quindi, donna, dettaglio non secondario) dotata di una cultura non certo del suo tempo anche se, o proprio perché proveniente dalla povertà, dalla campagna, dalla servitù. Entrata alla corte di Luigi XV di Francia (Depp), ne diventerà la favorita, stravolgendo con le sue stravaganze e le sue modernità la corte intera di Versailles, merletti compresi.

Ora, come è vero che non basta una ghigliottina a fare un decollato, è altrettanto vero che non basta qualche merletto a fare un buon film in costume. Ma Maïwenn, con un budget decisamente contenuto per le ambizioni – 22,4 milioni, uno dei film francesi più costosi, ci immaginiamo per non millesima parte andato al cachet di Depp – si approccia a uno dei generi più temuti e complessi da maneggiare, anche solo in termini di art direction. In questo, non ha invidiare ai fasti dei set cui, fino a qualche anno fa, Johnny Depp era ancora abituato. Maïwenn fa intorno a lui – ma soprattutto, intorno a se stessa – una corte di tutto rispetto.

Soprattutto intorno a se stessa, dicevamo, perché il film di Maïwenn è visibilmente pensato – forse per un pizzico di protagonismo da parte della sua regista e interprete, ma soprattutto per i messaggi del film, per il personaggio che fu Jeanne du Barry e alle rotture che portò – in ossequio a una sorta di culto della persona. Ma quello che non ci si aspetta, e qui il ribaltamento pensato da Maïwenn, è che quel culto non circordi affatto il sovrano. Ma proprio lei.

Un cambiamento che viene dalla decadenza

Jeanne du Barry e il maggiordomo Le Borde
Jeanne du Barry e il maggiordomo Le Borde

Da qualche anno a questa parte, siamo figli del nostro tempo. Da qualche anno a questa parte, come figli del nostro tempo ci poniamo il problema dello sguardo. Della riappropriazione, per ogni “categoria”, dei propri temi. Nel caso di Jeanne du Barry, l’esprit féminist. Quindi lo sguardo, figlio di una coscienza femminile e (voleva Maïwenn nelle premesse) anche femminista, è certo importante.

Ma nel suo rendere Jeanne unico motore del cambiamento interno alla corte, Maïwenn forse neanche si accorge di star dicendo qualcosa di molto più interessante proprio quando non parla di se stessa o del suo personaggio. Il ragionamento nasce infatti da un dubbio che potrebbe sorgere (anche a ragione) nel pubblico. È possibile mai che una “semplice” cortigiana, per quanto moderna, potesse farsi promotrice di una vera e propria Rivoluzione a Corte?

E se sì, se questa corte era tanto malleabile, perché la necessità della Rivoluzione Francese che di lì a un giro di boa, sotto Luigi XVI figlio di Luigi XV (Depp), avrebbe tagliato la testa al Re? Se il Delfino era dalla parte di Jeanne, della “prostituta di corte”, perché il popolo avrebbe voluto la sua testa, dal 1789 in poi? Non è un paradosso storico, negare le condizioni che portarono a quella Rivoluzione, per il puro gusto di rendere il proprio personaggio più importante di quanto non sia stato realmente?

In parte sì. Ma nel suo protagonismo, Jeanne/Maïwenn rende protagonista altro, credo neanche così consapevolmente. E cioè, appunto, la malleabilità, la decadenza, la fragilità. Perché se la Corona fosse stata quella di un Luigi XIII, l’odio del popolo poteva anche essere più acceso, il desiderio di Rivoluzione più forte. Ma la possibilità di essa di attecchire, ben più risicato. Perché le Rivoluzioni non germogliano in contesti troppo radicati e potenti: verrebbero spazzate via. Piuttosto, in contesti già insidiati, già deboli, già controvoglia lanciati a tutta forza contro il loro stesso disfacimento. L’opera di Jeanne quindi, personaggio e film, è mostrarci, attraverso il suo arco a Corte, quanto quella Corte fosse, a dirla tutta, già facile da eradicare.

Istruzioni (d)alla servitù

Nota di merito al maggiordomo La Borde di Benjamin Lavernhe. Che recita la battuta migliore di tutto il film e forse la miglior descrizione di tutto il film. ”È grottesco!”, gli urla Jeanne. “No, è Versailles”, risponde lui. Morale: date retta ai maggiordomi e non alla protagonista di turno. Sono loro, sempre loro, le vere voci della servitù. 

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