Inside, recensione: lo stillicidio con Willem Dafoe alla Berlinale 73

Sembrava un film in grado di regalare qualche sorpresa a questa Berlinale 73. E invece Inside, thriller claustrofobico con Willem Dafoe come unico personaggio in scena, finisce per strafare per metafore e minutaggio. Al centro della storia un ladro d’arte che rimane rinchiuso, per mesi, in una smart home futuristica.
Inside, recensione: lo stillicidio con Willem Dafoe alla Berlinale 73

Partiva da alcune buone, sicuramente intriganti premesse Inside, lungometraggio di debutto per il greco Vasilis Katsoupis. Presentato nella sezione Panorama, era fra i titoli che più si prestava allo sguardo del grande pubblico, in una restante edizione della Berlinale 73 difficilmente dedicata ad altro che non fosse autoriale e indipendente. La premessa più interessante, praticamente un solo attore in scena. E se quell’attore poi, è Willem Dafoe, l’interesse cresce. Peccato che da thriller distopico-claustrofobico-architettonico, Inside si spinga verso metafore al di là delle sue possibilità e una durata decisamente al di là di quella che avrebbe potuto reggere.

I gatti muoiono, l’arte è per sempre

Vasilis Katsoupis e Willem Dafoe sul set di Inside
Vasilis Katsoupis e Willem Dafoe sul set di Inside

Cosa metteresti in salvo se la tua casa andasse in fiamme? Da bambino rispondevo: il mio quaderno di schizzi, il mio album degli AC/DC, il mio gatto. Non rispondevo mai, a differenza degli altri bambini: “I miei genitori o mia sorella”. Una volta cresciuto, il mio gatto era morto, l’album l’avevo dato via, ma il quaderno lo tenni. I gatti muoiono, la musica passa di moda, ma l’arte è per sempre.

Inizia così, Inside. Con queste che rimarranno, di fatto, le poche parole pronunciate da Willem Dafoe, qui come io narrante. Quindi, in assenza di altri attori o interlocutori, praticamente le uniche parole pronunciate in tutto il film. Inizia poi, contemporaneamente, con alcune riprese d’interni del lussuosissimo superattico di un grattacielo. Anche quello, rimarrà l’unico set di tutto il film.

Inside the Hell of a House

Un ladro d’arte (Willem Dafoe) vi si intrufola calandosi da un elicottero per rubare un trittico di quadri. La casa è piena di opere (o presunte tali) e somiglia più che altro a un museo d’arte contemporanea: scritte al neon, arredamento di design, dipinti di dubbio valore artistico. Ma Dafoe punta solo a tre quadri di Egon Schiele. Ha sette minuti per uscire prima che il sistema lo chiuda dentro, trova due quadri ma non trova il terzo, “l’autoritratto”, ovviamente quello di maggior valore. 

Quando poi la sua squadra tenta di estrarlo, i sistemi di sicurezza della smart home del futuro lo blindano dentro per un malfunzionamento. Con il frigo vuoto – se volete una reference, pensate a quello di Edward Norton in Fight Club, pieno solo di salse – perché gli inquilini sono via. Senza acqua corrente, perché il sistema ora in tilt controllava anche le tubature. E con il riscaldamento, anch’esso fuori controllo, pronto a oscillare i 40 e i 2 gradi celsius. Un forno senza via d’uscita o beni di sopravvivenza, pieno solo di opere d’arte, o presunte tali, di dubbio valore artistico.

Scoperta del fuoco e pitture rupestri

Questa è la premessa. Il resto è un survival thriller destinato a durare settimane, forse mesi, anni, millenni, fino alla fine dei tempi, in attesa che Dafoe trovi un modo di uscire. Anche se modo non c’è e degli inquilini potremmo non saperne mai nulla. Questo fantomatico padrone di casa che nella mente di Dafoe si trasforma nel Diavolo, in un aguzzino con la sua trappola per topi, anche se l’aguzzino doveva essere Dafoe.

Di Natale, in Capodanno, in Hannukkah, Willem Dafoe rimetterà in scena tutto il disvolgersi dell’evoluzione (o dell’involuzione, meglio ancora) umana. Dai riti sciamanici alle pitture rupestri, dalla scoperta del fuoco alle alluvioni di memoria biblica. Questi, almeno, sono i cieli allegorici che Inside vorrebbe andare a sfiorare. Per ricadere piuttosto, come il personaggio di Dafoe, nelle sue stesse feci.

Distopie architettoniche alla James G. Ballard

Il poster di Inside
Il poster di Inside

Nel migliore dei casi, Inside si inserisce in tutto un nuovo filone – molto interessante a guardarsi, non altrettanto a esprimersi – che ha fatto dell’architettura il nuovo volto della distopia, nel mezzo di città sterminate in cui rimaniamo irrimediabilmente soli e invisibili. Gli faremmo un piacere immeritato a compararlo coi grandi romanzi di James G. Ballard sul tema, su tutti Il Condominio. Più nelle sue corde un paragone col pur interessante – ma figlio degli stessi problemi – Il buco, schizzato sulle classifiche Netflix in primo lockdown. Altro tema possibile, a proposito, quello del lockdown.

Al centro della distopia architettonica, queste smart home del futuro, “autosufficienti e perfettamente sicure”, che invece potrebbero benissimo riservare malfunzionamenti catastrofici, come per chi ci ruba, molto più spesso per chi ci abita. Un po’ come quel paradosso statistico del possesso di armi negli Stati Uniti, secondo cui (calcoli alla mano) le vittime più probabili da arma da fuoco se ti tieni una pistola in casa sono, nell’ordine: un tuo parente, tu, e solo alla fine un ladro.

Inside of a long, long failure

Dopo un'ora di Inside
Dopo un’ora di Inside

Queste case miliardarie poi, riempite a loro volta di opere milionarie di cui si dovrebbe fruire e di cui poi non fruisce nessuno, né della casa né delle opere. Il grande spreco capitalistico che lascia tutti gli altri a spartirsi spiragli miserrimi, ci vorrebbe dire Inside, anche piuttosto frettolosamente e fastidiosamente, tramite uno di quei quadri con una folla di persone costrette a risicarsi una scaletta nel mezzo di un aeroporto immenso e sopra al quale, proprio Dafoe, scriverà: “The world”. No comment.

Nel peggiore dei casi, Inside è proprio questo. Un film tronfio che di un’ora e un quarto che poteva durare – e doveva durare, con certi thriller one actor ci sono durate che sì, sono fisiologiche – ne tiene per quasi due. E non le regge, per niente. Le regge solo questo sempre immenso Willem Dafoe, che di immenso ha quantomeno dovuto fare il lavoro, unico a reggere – assieme all’art direction – due ore di sconfinata noia. 

Forse, mi sorge il dubbio proprio ora mentre mi accingo a concludere, Inside questo voleva essere, una goccia cinese sullo spettatore che gli facesse riprovare lo stillicidio dei lockdown. In quel caso, tanto di cappello, perché ci riesce benissimo. Ma a questo punto avrei preferito godermelo proprio su Netflix – io, strenuo difensore del grande schermo, che una frase del genere non la direi mai – ché il palcoscenico e le pretese di qualità sarebbero state più adatte, della Berlinale 73.

Continuate a leggerci e seguirci su CiakClub.it per tutte le recensioni e gli aggiornamenti da questa 73esima edizione del Festival Internazionale di Berlino. Se Inside non vi ha convinto, trovate invece qui la recensione entusiasta di Laggiù qualcuno mi ama, il documentario su Masssimo Troisi già nelle sale.

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