Come si costruisce una storia? È con questa domanda che apre la Mostra del Cinema di Venezia. Con la frase di apertura di Ink, un film che non parla di cinema ma di giornalismo, quindi di come si dovrebbe inseguire la verità e non di come si inventa una menzogna. Dovrebbe, eppure…
Eppure al centro del nuovo film di Danny Boyle c’è l’ascesa del The Sun, noto tabloid scandalistico e primo gioiello della corona a partire dal quale il magnate Rupert Murdoch ha costruito il suo impero mediatico. Una delle tante macchine del fango e del morboso che hanno contribuito a plasmare la nostra società fino a renderla irriconoscibile, smembrata e ricostruita a sua immagine e somiglianza. Quella del diavolo o di un corpo in putrefazione.
Inutile insistere su quanto questo film colga nel segno in un’epoca di post-verità e quanto sarà risuonato familiare nella mente di molti giornalisti (e mai stati tali) qui a Venezia 83, visto che riguarda anche il nostro contesto. Ma no, Ink di Danny Boyle non è affatto un film per soli giornalisti (o mai stati tali). Perché mostra in diretta un omicidio che riguarda tutti voi, anche se non ve ne rendete conto: quello del giornalismo, e quindi di ognuno di noi. Fa tremare i polsi.
Quanto paga una bugia?

C’è una scena, in apertura di Ink. Il magnate Matt Murdoch, assetato australiano arrivato da lontano e interpretato da Guy Pierce, siede al tavolo con Larry Lamb, futuro caporedattore del The Sun portato in scena da Jack O’Connell. Murdoch ha appena comprato il tabloid in perdita, vuole affidare a Lamb il compito di risollevarlo e per metterlo alla prova gli chiede, appunto: “Come si costruisce una storia?”.
Lamb dissente, corregge Murdoch dicendo che di mestiere lui fa il giornalista e non “lo storyteller”, ma subito dopo sembra dargli ragione utilizzando proprio la regola aurea del giornalismo: le 5 W (Who, Where, When, What, Why), le domande che qualunque buon articolo dovrebbe porsi per arrivare a capo della verità. Ma contro il parere generale, Lamb dice di non ritenere l’ultima, il perché, la più importante. Perché una volta risposto al perché, non puoi più raccontare la storia, non puoi più continuare a venderla.
Con questa lezione non più di giornalismo ma del marketing più becero e contemporaneo, Danny Boyle inizia il racconto di questa storia sporca, di questo virus della disinformazione e dello scandalo che dalla Londra degli Anni ’60 si sarebbe diffuso in tutto il mondo. Sede delle principali redazioni dei periodici britannici, Fleet Street somiglia a una fogna a cielo aperto ma ricorda la Madison Avenue di New York. Sembra di stare in compagnia dei pubblicitari di Mad Men, Larry Lamb riecheggia Donald Draper, tranne che di mestiere non vende calze di nylon ma dovrebbe vendere giornali, stralci di verità, l’ultimo baluardo che ci separa fra la civiltà e la barbarie, un po’ come raccontava anche Civil War.
Peccato, intuisce Larry Lamb, che la menzogna venda molto più della verità.
Cui prodest?

Di recente ho letto un libro sui desaparecidos intitolato Joca, il “Che” dimenticato e scritto da Alfredo Sprovieri, giornalista d’inchiesta che nella prefazione smentisce l’erronea definizione del suo mestiere come “affermazione di verità”. All’opposto, spiega pressappoco Sprovieri, il giornalismo muove da una bugia e deve decidere se alimentarla o venirne a capo, scoprendo chi e in che modo trae beneficio da essa. Il più delle volte si verifica il primo scenario, di certo è ciò che si è verificato al The Sun e che sarebbe tornato a verificarsi, per effetto della competizione, in molte altre redazioni.
Ink spiega la distruzione dell’informazione in favore dell’intrattenimento, che oggi trova addirittura legittimazione con quel neologismo osceno che è “infotainment“. Racconta la trasformazione del giornalismo in un mercato del pesce dove l’insabbiamento della verità non è neanche più dettato dalla corruzione, non immediatamente almeno; ma dal solo obiettivo di lasciare inevasa la quinta doppiavvù, il perché, in ossequio al Dio “amusement”. E infatti Danny Boyle si diverte un mondo, in regia e montaggio, per raccontare questi moderni diavoli che a differenza dei protagonisti di Trainspotting sono drogati d’inchiostro e rotative, dello stesso puzzo del sangue sul pavimento di un mattatoio.
Jack O’Connell è un incrocio fra il vampiro di Sinners e il Jimmy di 28 anni dopo – Il tempio delle ossa, sequel della saga zombie firmata proprio Danny Boyle. Guy Pierce si esprime come Berlusconi o come Mussolini, parla di voler catturare l’attenzione “degli ultimi, gli scontenti, i derubati”, intuendo di fatto il moderno legame fra giornalismo e populismo e come questo alimenti il populismo tout court. Parlando alla pancia della gente e forse ancora più in basso, alla sua parte concupiscibile; alle palle. Fottere, fabbricare, falsificare: le nuove F per un nuovo giornalismo.
Ink, Sun, Obey

Quando ho visto il logotitolo di Ink per le strade del Lido, non ho colto come riprendesse quello del The Sun. Nella mia ignoranza ho pensato invece a Obey, il marchio di vestiario ispirato a Essi vivono, che ha tradito la lezione di John Carpenter sui messaggi subliminali vendutici dai media per spingerci al consumo e alla sottomissione – conseguenze immediate del depensare. La verità ridotta alla sua nemesi e resa merce. Perché stampare il falso è diventato come stampare banconote, a spese di tutti.
Un’altra cosa cui questo film mi ha fatto pensare, nei suoi toni fortemente british, è la canzone di uno dei più grandi gruppi britannici, Sympathy for the Devil dei Rolling Stones, quando per bocca del Diavolo dice: “Ho guidato un carrarmato con il grado di Generale, mentre la Guerra Lampo infuriava e i corpi iniziavano a puzzare”. Ecco, c’è il Diavolo nella redazione di Ink. Petrolieri, balenieri, pornigrafi. Gente pronta a vendersi amici e familiari pur di toccare il Sole.
Uomini diagonali, inquadrati di sghembo con l’utilizzo generoso di dutch angles, la tipica tecnica “inclinata” utilizzata anche da Orson Wells in Citizen Kane per comunicare l’immagine di un giornalismo subdolo, viscido, obliquo appunto. Un mezzo di distrazione di massa che non indica più la Luna, non racconta più l’Allunaggio, ma delocalizza l’attenzione sul dito ficcato nel culo di qualche Sua Maestà, affinché nessuno più possa affermare con certezza che l’Allunaggio ci sia stato o meno.
Di questo parla Ink di Danny Boyle. Inizia come una rapina a mano armata e si conclude come un omicidio. Racconta del nostro tempo, di come abbiamo svenduto sesso e morte, stupri di guerra e genocidi come fossero carne da macelleria. Il miasma invade la sala, il puzzo di cadaveri riempie le narici, l’occhio intravede il massacro finale che ci aspetta all’orizzonte e alla mente non resta che da porsi un’unica domanda, in tempo per i titoli di coda. Quando la storia finirà, ci sarà almeno un ultimo giornalista a dare la notizia?









