Il Ragazzo e l’Airone: perché è il più autobiografico di Miyazaki?

Al cinema dal 1 gennaio 2024, Il Ragazzo e l’Airone di Hayao Miyazaki è un immersione nei mondi dello studio Ghibli ma anche una sorta di testamento del suo autore che all’interno ha inserito, più o meno visibilmente, diversi elementi autobiografici, ancor più dei suoi precedenti lavori.
Himi e Mahito in una scena del film Il Ragazzo e l'Airone

Il Ragazzo e l’Airone è l’ultima fatica del grande maestro dell’animazione giapponese Hayao Miyazaki. Un film atteso dieci anni dall’ultimo lavoro del regista e che per ricchezza di contenuti ed elementi al suo interno non può che far parlare di sé. Da molti è stato definito come la summa dell’autore, contenendo molti riferimenti ai titoli diretti dallo stesso, ma più correttamente è davvero da considerarsi il suo testamento, forse anche più di Si alza il vento.

Sì perché Hayao ha aperto non solo la sua mente immaginifica ma anche la porta dei suoi ricordi ed ancor più le paure e le speranze per il futuro. All’interno di How do you live?, il forse più significativo titolo tradotto dall’originale, si possono trovare molti elementi autobiografici, alcuni “raccontati” per la prima volta mentre altri presenti anche in precedenti opere come temi portanti della sua poetica. Su tutti non può mancare l’inevitabile riferimento alla guerra, a quel secondo conflitto mondiale durante il quale Miyazaki è venuto al mondo, il 5 gennaio del 1941.

Il ragazzo e l’Airone comincia con un incendio durante gli anni di conflitto che provoca la morte della madre del protagonista, Mahito, ricoverata in un ospedale di Tokyo, tragedia che mescola alcuni importanti avvenimenti della vita di Hayao. Innanzitutto, secondo alcune fonti, parrebbe che da giovane il futuro papà dello studio Ghibli (qui la nostra classifica dei dieci migliori film) avrebbe assistito ad un incendio analogo.

La storia famigliare di Mahito è sovrapponibile a quella di Miyazaki per altri importanti elementi. È infatti vero che la madre del regista morì, ma questo avvenne a motivo della tubercolosi dopo anni di ricovero durante i quali Hayao crebbe con il padre e scoprì il romanzo che ha in qualche modo ispirato il film. Padre che lavorò effettivamente come ingegnere aeronautico, come l’alter ego Shoichi, scatenando una delle maggiori passioni del figlio, e che si sposò due volte. Già, proprio come nel film, Katsuji Miyazaki dovette sposare la sorella della moglie, matrimonio dal quale nacque Hayao.

Tutta quella che è l’infanzia ma anche la formazione di Miyazaki emerge con delicatezza ma anche forza sullo schermo, al contempo però l’autore riflette anche sull’oggi o meglio, su quel che ha creato con i suoi immensi capolavori, affrontando anche la questione dell’eredità. È risaputo infatti che Hayao sensei non abbia la massima considerazione per i lavori del figlio Goro, anzi, ma con quel finale così significativo dove il protagonista è posto dinanzi ad una scelta sembra voler finalmente togliere il peso a chiunque debba o sia desideroso di portare avanti lo studio.

La torre misteriosa in cui si svolge la maggior parte del film è infatti contenitore della creatività di Miyazaki che maniacalmente ha sempre provato a tenerla in perfetto equilibrio. Sembra però che tra un finto ritiro e l’altro abbia compreso come il suo dedicare tutto all’amata arte dell’animazione abbia talmente assorbito la sua vita da non avergli permesso di vivere appieno, tanto da mostrare un perentorio e drastico messaggio, proveniente da un detto orientale, in una delle scene più suggestive del film: “colui che farà come me, morirà”.

Questi sono solo alcuni dei molti, innumerevoli punti di contatto con la vita di Hayao Miyazaki che mai come prima, con Il Ragazzo e l’Airone, dopo anni di silenzio e segretezza, ha parlato di sé. Un film da vedere e rivedere per coglierne ogni sfumatura, per restare incantati, e dopodiché recuperare la nostra recensione.

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