Il Protagonista, recensione: l’attore che non sa essere se stesso

Il Protagonista di F. Benvenuto (TFF 2025) non si lascia guardare: ti scruta. Giancarlo, attore vivo solo nella finzione, incarna l'incapacità di esistere senza maschere. Un esordio inquieto che ci inchioda alla domanda: chi siamo davvero quando smettiamo di mentire?
Pierluigi Gigante in una scena del film Il Protagonista

Alcuni film si accontentano di offrirti la possibilità di guardarli; altri, più rari e insidiosi, ti scrutano intensamente, costringendoti a distogliere lo sguardo. Il Protagonista, esordio di Fabrizio Benvenuto in concorso al TFF 2025, appartiene a questa seconda, inquieta categoria. È un film che non ti chiede cosa provi, ma cosa nascondi; non “che cosa stai guardando?”, bensì: “chi sei quando smetti di mentire?”

Al centro, Giancarlo Mangiapane (un Pierluigi Gigante straziato, febbrile), attore trentenne condannato alla più crudele delle vocazioni: non saper esistere senza interpretare. Vive solo quando può diventare altri; muore quando deve tornare sé stesso. Non stupisce che la macchina da presa lo tratti come una minaccia: gli gira attorno come un sacerdote che non crede più nel sacramento, lo interroga, lo morde, lo respinge.

In alcuni istanti è lui stesso a scacciarla via, con il gesto infastidito con cui si manda via un insetto insistente. E in fondo quella presenza molesta siamo noi: chi può davvero affermare di non essersi mai rifugiato dietro una parte, dietro un volto che non gli apparteneva?

Castellitto (anche lui presente al TFF) dice che l’attore è un narratore dentro un’orchestra, non un semplice esecutore. E forse è proprio questo il nodo del protagonista.

Il Protagonista: uno, nessuno e centomila

Alessio Lapice e Pierluigi Gigante in una scena del film Il Protagonista

Benvenuto non filma un attore: filma una sparizione. Giancarlo non studia i personaggi: li inghiotte. Li colonizza. Si reincarna in loro come se ogni provino fosse una piccola resurrezione fallita. Ogni rifiuto è un lutto. Ogni parte mancata è un destino che non avverrà più.

E più lui si immerge nell’illusione, più la vita intorno implode: lavoro, affetti, sanità mentale. Tutto abbandona il campo, come comparse che lasciano il set quando capiscono che la scena è perduta. Ma il film non lo giudica, non ancora. Si limita a ricordarci che c’è un ruolo che Giancarlo non ha mai saputo sostenere: quello dell’uomo vivo, nudo, senza copione. Il formalismo di Benvenuto è sorprendente: qui la cinepresa non è uno strumento, ma essa stessa un personaggio.

C’è poi un’altra corrente sotterranea che attraversa Il Protagonista, impossibile da ignorare: il film diventa un altare inquieto dedicato a tutti coloro che provano, ostinatamente, a emergere dal rumore del mondo. È la storia di chi rincorre un sogno senza che nessuno, né la famiglia che ti vuole “normale”, né i parenti che ti guardano come un capriccio ambulante, né quella società che ripete “ce ne sono mille come te”, creda davvero nella tua voce. È la storia di chi lavora nell’ombra mentre i mediocri brillano soltanto perché riflettono la luce degli altri. 

È la storia di chi avanza a piccoli passi, passi di tip-tap consumati sul pavimento della vita, sudando più del necessario solo per non essere inghiottito dall’invisibilità. Benvenuto sembra dirci che l’arte non è un atto di gloria, ma di resistenza: è il gesto irriducibile di chi non molla.

Il film è uno delle due pellicole italiane in concorso al Torino Film Festival 2025. Ecco un altro film che dovete recuperare!

L’Ombra e lo spettatore: le due facce di Giancarlo

Pierluigi Gigante in una scena del film Il Protagonista

Fra tutti, emerge Tazio: clochard, pittore di strada, ultimo uomo libero in un mondo che sa solo interpretare. È lui a pronunciare la frase che spezza il film in due:

 Se anche una sola persona beneficia della tua arte, allora ha senso farla.

Una frase troppo semplice per non essere vera. Tazio vede Giancarlo prima che lui osi guardarsi. È il suo primo spettatore non manipolabile, il primo che non vuole nulla, né un ruolo, né un volto, né una bugia. E quando se ne va, lasciando nell’aria quel misterioso “chissà che tempo fa a Itaca”, sembra aprire una porta che il protagonista non ha mai avuto il coraggio di attraversare.

E poi c’è l’Ombra. Figura fiabesca, la parte di sé che Giancarlo rifiuta di ascoltare. È il doppio che emerge quando siamo più deboli, l’anti-narciso che deforma il nostro volto fino a renderlo irriconoscibile. Un rischio enorme per un film d’esordio. Ma Benvenuto lo affronta con una lucidità che fa male.

Il film culmina in un monologo che lacera la sala. Giancarlo parla, supplica, si confessa, si mente. La finzione e la verità si sovrappongono come due lastre di vetro: non sai più quale sia la crepa originale. La regia cita il noir classico, luci oblique, vuoti. Il Protagonista è un esordio ruvido e necessario: una di quelle opere che ti schiaffeggiano e ti accarezzano nello stesso gesto. Un film che spalanca un abisso familiare: la nostra impossibilità di interpretare noi stessi. Perché a teatro, al cinema, siamo tutti spettatori. Ma quasi nessuno ha il coraggio di essere davvero il protagonista.

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