Il problema dei 3 corpi, recensione: quando l’universo fa l’occhiolino

Il problema dei tre corpi è la nuova serie Netflix di genere sci-fi e rappresenta il secondo adattamento dell’omonimo romanzo cinese di Liu Cixin. Fra i protagonisti Benedict Wrong - già in Doctor Strange -, Jovan Adepo - che ha recitato anche in Babylon - ed Eiza González. Gli otto episodi sono già in streaming, ed ecco la nostra recensione!
Il cast della serie tv Il problema dei 3 corpi

Il problema dei 3 corpi è una questione dell’astrodinamica che si chiede cosa avviene – fisicamente parlando – a un sistema di tre corpi che si impongono a vicenda un’attrazione gravitazionale. Il problema dei 3 corpi è anche il titolo del primo romanzo della saga di fantascienza Memoria del passato della Terra, dello scrittore cinese Liu Cixin. Da ieri Il problema dei 3 corpi è anche una serie tv Neftlix, in 8 lunghi episodi (di un’ora circa), realizzata dai padri de Il trono di Spade insieme a Alexander Woo. L’abbiamo vista per voi, e questa è la nostra recensione!

Il problema dei 3 corpi e dell’A.I.

Il mondo de Il problema dei 3 corpi è la Cina della Rivoluzione, nella quale un fisico vicino al premio Nobel viene picchiato e ucciso davanti ad una folla acclamante perché lascia uno spiraglio – nelle sue teorie – alla possibilità di un’influenza divina nelle questioni della scienza umana. Fra quella folla di spettatori c’è sua figlia, anche lei scienziata, che diventerà protagonista della serie e sarà allontanata per le sue teorie controrivoluzionarie.

In realtà è la scienza tout court ad essere il bersaglio di un inquietante conto alla rovescia che determina una fuga di cervelli macabra. Gli scienziati muoiono, e quelli che sopravvivono si disperano perché “non è facile vivere in un mondo che va di merda“. Gli uomini di scienza, per restare in casa Netflix, sono un po’ come Carol alle prese con la data di scadenza del mondo, vicino all’apocalisse.

C’è più verità nella realtà aumentata?

La vera trama de Il problema dei 3 corpi, però, non è ambientata né in Cina né nelle zone remote in cui viene allontanata Ye. Il vero scenario è quello di un videogioco, che appunto dà il titolo alla serie, e che trasporta i protagonisti su un altro piano temporale e spaziale – da far invidia al multiverso marveliano della serie Loki. Già dai primi episodi capiamo che la serie si spalma su tre piani temporali: il passato di Ye, epurata dalla Cina del anni ’60; l’epoca contemporanea snervata dai suicidi dei ricercatori e abitata da un compatto gruppo di amici che cerca di capirne le cause; un videogioco futuristico in cui il mondo viene conteso da Ere dell’ordine e Ere del caos e ha bisogno di un equilibrio.

Chi dovrebbero essere gli spettatori?

Il vero problema della serie, oltre a quello dei tre corpi, riguarda il difficile inquadramento del suo genere e della sua storia. Chi dovrebbe guardarla? Gli appassionati di fantascienza? Forse resterebbero delusi dalla resa scenica di molti passaggi, dalla fotografia e dagli effetti speciali. La trovata alla Black Mirror di un simulatore di realtà virtuale che ci porta a risolvere le sorti del mondo forse non basta ad accontentare gli appassionati del genere.

Il pubblico con il gusto del mistero? Forse le scritte al muro degli scienziati suicidi, gli imbrogli politici con la rivoluzione, le sparizioni che ricordano un po’ Stringer Things sono premesse interessanti. Ma poi il tutto svanisce nel fumo forse l’eccessiva durata dello show fa disperdere spesso il punto e la storia fatica a cominciare. Infine, chi è sensibile alle riflessioni esistenziali? C’è da dire che emerge spesso la questione religiosa, il divario scienza-fede, l’ossessione di stabilire quanto sia plausibile credere in Dio e le conseguenti angosce delle soggettività. Ma anche qui, le premesse sono buone per poi deviare verso una confusione che lascia senza risposte e senza un’analisi profonda di quelle questioni.

Tirando le somme, Il problema dei 3 corpi è un progetto ambizioso, soprattutto rispetto alle ultime opere di Netflix. La scommessa dello sci-fi probabilmente vale la pena del rischio, il risultato finale – però – potrebbe far perdere di vista molta della carne al fuoco. Un po’ come se gli spettatori stessi non fossero in grado di decifrare quel codice nascosto dall’universo che fa l’occhiolino. Quando il cielo pieno di stelle, di notte, lampeggia per lanciare un segnale. In questo funziona: come i protagonisti anche noi, per arrivare alla fine della serie, dobbiamo saper cogliere i segnali, decifrare i segni numerici e capire i messaggi dell’universo.

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