Il principe di Roma: Dickens incontra Falcone e Giallini

Da tempo il cinema italiano fatica ad approcciarsi ai film in costume, così come al rifarsi ad alcuni grandi classici della letteratura. Raramente invece ha cercato di pescare dal folklore popolare. Scelta, se ci pensiamo, piuttosto assurda vista la mole di possibilità che offre un paese, così ricco di culture locali, come il nostro. Tenta di mettere tutto insieme, unendo questi elementi alla commedia popolare, Il Principe di Roma, nuovo film di Edoardo Falcone che torna a collaborare con Marco Giallini e che approda nelle sale italiane il 17 novembre. Esperimento riuscito? Scopriamolo nella nostra recensione.

La trama

Giallini si fa fare un ritratto ne Il Principe di Roma

Siamo nella Roma del 1829. Bartolomeo (Marco Giallini) è un uomo tanto ricco quanto avido. I soldi accumulati però sono solo un mezzo per acquistare ciò che davvero brama: un titolo nobiliare. Infatti a Sor Meo, così lo chiama la domestica Teta, desidera più di ogni altra cosa essere riconosciuto. Entrare a far parte del salotto buono di quella Roma da cui è sempre stato escluso per via del suo lignaggio. Per farlo ha deciso di prendere in sposa (o meglio di comprare il matrimonio) la giovane Domizia. Qualcosa però va storto. Chi doveva portargli i cento scudi necessari è stato condannato a morte prima di comunicargli il luogo dove trovare il denaro. Così Bartolomeo, dopo averle provate tutte, si affida a una seduta spiritica nel tentativo di contattare il defunto. Invece del suo sottoposto gli si presenteranno i fantasmi di Beatrice Cenci, Giordano Bruno e Papa Borgia, che cercheranno di mostrargli e fargli capire ciò che realmente vuole.

Dickens incontra Roma

Bartolomeo e Papa Borgia in Il Principe di Roma

Pochi sono i racconti o romanzi adattati che hanno goduto di un così alto numero di adattamenti come il Canto di Natale di Dickens. Centinaia di trasposizioni teatrali, decine di versioni cinematografiche o televisive. Tutti abbiamo ben in mente Il Canto di Natale di Topolino oppure S.O.S. Fantasmi o ancora A Christmas Carol. Lo stesso 18 novembre arriverà Spirited, un’ulteriore variazione su AppleTv+ con Ryan Reynolds e Will Ferrell. Non mancano le versioni a fumetti, tra cui Batman: Natale, dove il Cavaliere Oscuro si trova a dialogare con i fantasmi di Catwoman, Superman e Joker. Grazie a questa mole di adattamenti che abbiamo visto o letto non fatichiamo a ritrovare la matrice di Dickens all’interno de Il Principe di Roma. Il film però non è ambientato a Natale e non ne richiama neanche da lontano le atmosfere. Si appoggia semplicemente alla struttura del romanzo per poi ricercare un risultato differente. L’operazione da questo punto di vista è ben centrata e molto lo si deve proprio alla forza del materiale originale, talmente perfetto nel suo equilibrio e nelle sue suggestioni da garantire solidità e fluidità a tutto il film. Il Principe di Roma conferma di come su certi classici si possa far affidamento con costanza, in quanto garantiscono ancora oggi una struttura perfetta su cui costruire un film. Una via troppo poco percorsa dal cinema italiano contemporaneo.

Un’anima popolare

Marco Giallini e Sergio Rubini in Il Principe di Roma

Falcone, come dicevamo, non si limita ad adattare Dickens cambiandone l’ambientazione. Alla matrice del racconto unisce le chiare influenze del cinema di Magni e de Il Marchese del Grillo di Monicelli. Pur essendo all’apparenza un’opera derivativa, ne Il Principe di Roma si nota senza fatica la mano di Falcone e soprattutto il suo innato tempo comico. I dialoghi scorrono con costanza e con grande ritmo, grazie a un utilizzo del romano che funge da garanzia per quanto riguarda gag e battute varie. Il cast poi appare partecipe, ben diretto e soprattutto divertito. Oltre a Giallini, una garanzia in assoluto ma ancor più a suo agio alla terza collaborazione con Falcone, son da segnalare le apparizioni di Filippo Timi nel ruolo di Giordano Bruno e Antonio Bannò in quello del cocchiero. Ancor più del senso comico della vicenda a spiccare è l’anima popolare del film. Una ricostruzione di una Roma ottocentesca che non vuol in alcun modo essere filologica ma che anzi urla con forza la sua semplicità attraverso i buoni sentimenti. La struttura solida data dal racconto di Dickens, i tempi comici perfetti di Falcone, un cast ben assemblato e un sentimento generale di semplicità e sincerità rendono Il Principe di Roma, con i suoi 92 minuti, una visione godibile e consigliata.

Recuperare il folklore

Marco Giallini in Il Principe di roma

Il Principe di Roma è anche una piccola dimostrazione di quanto in Italia si potrebbe cercare una via differente nelle produzioni cinematografiche. Un approccio al folklore italiano, sottolineato in particolare con la presenza (importante nella vicenda) della canzone romana dell’Ottocento “Vola, Vola l’aritornello”, da recuperare e declinare in varie forme. Certo, in questo caso si è scelto l’approccio della commedia che smorza alcune atmosfere eppure si nota subito il potenziale della materia. Recuperare le storie popolari, le credenze, le ambientazioni da ricostruire. Un paese come l’Italia, così ricco di differenze regionali e locali, rappresenta una fonte pressoché infinita di storie e suggestioni. Strada però percorsa fino a oggi solo da piccole produzioni indipendenti che faticano ad arrivare al grande pubblico e che invece andrebbe perseguita con più costanza da tutto il cinema italiano.

Il Principe di Roma è nelle sale italiane dal 17 novembre

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