If I Had Legs I’d Kick You. Direi che è un titolo piuttosto esaustivo nell’esprimere la repressione che è propria del film. Mary Bronstein dirige quella che è stata definita una dark comedy, che qui diventa un’asfissiante opera sulla genitorialità. Bronstein si ispira alla sua vera esperienza genitoriale, raccontando lo stress e l’impotenza che si provano nel dover prendersi cura di una figlia affetta da una grave malattia.
Il film è stato presentato in anteprima mondiale al Sundance Film Festival (qui i migliori film di sempre) e ha poi ottenuto un riconoscimento enorme al Festival di Berlino grazie all’Orso d’argento vinto da Rose Byrne per la sua incredibile interpretazione. If I Had Legs I’d Kick You ci ha lasciato piacevolmente scossi, e sicuramente è uno dei titoli più interessanti prossimamente in uscita.
Un complesso intreccio empatico
Rose Byrne (sbarcata con una serie su Apple TV+ ad agosto) è Linda, una psicoterapista di Montauk, e madre di una figlia in cura per una malattia misteriosa e ostinata che le toglie la fame. Rifiutandosi di mangiare è costretta a nutrirsi tramite un tubo che passa attraverso l’addome. Il marito di Linda è il capitano di una nave da crociera, per cui è spesso assente e a badare alla bambina è solo Linda. È costretta a conciliare il lavoro, che già è un sentire costantemente i problemi altrui, con le cure incessanti ed estenuanti e gli incontri con i medici. In più, ad aggravare la situazione, nel soffitto di camera sua esplode un tubo che crea un buco enorme. Questo costringe lei e la bambina ad andare a vivere in un motel.
Bronstein fa una scelta esteticamente molto ardua e interessante: sceglie di non mostrare mai il volto della bambina. Questo crea un meccanismo cinematografico che ci permette di empatizzare solo con Linda, seguita dalla cinepresa in maniera asfittica, senza lasciarla quasi mai nemmeno per un minuto. La bambina è invece una presenza lamentosa, esigente, che risucchia l’energia della madre. La scelta della regista è quindi quella di mostrarci, in un film con una bambina malata, il lento e inesorabile burnout della madre. La vittima è la madre. Il dilemma etico è chiaro, e secondo noi lo ha messo in scena alla grande, rischiando molto su un argomento tabù come questo. La madre deve prendersi cura di sua figlia, e lo fa, ma non bisogna dimenticare che può anche soffrire per questo. Non bisogna dimenticare che forse ha bisogno di aiuto.
Surrealtà e sensi di colpa

Linda si sente costantemente dire dai medici che non è colpa sua. Solo che glielo dicono in un modo che glielo lascia pensare. Anche la scena iniziale fa capire come Linda si senta in colpa, come non si senta una buona madre. Lei non ce la fa più. Nelle notti al motel esce per farsi lunghe passeggiate, bere una bottiglia di vino, e a chiacchierare con un simpatico tizio interpretato da A$AP Rocky. E quasi si dimentica di aver lasciato sola la figlia, perché ha bisogno di staccare quel tubo, quel cordone ombelicale che la tiene costantemente collegata a lei.
La sua comprensione della realtà si sgretola, torna all’appartamento a controllare il buco nel soffitto che il suo padrone di casa non ha riparato. E questo buco sembra crescere, cambiare, diventare carnoso, e nascondere qualcosa al suo interno. Qualcosa che forse nemmeno Linda vorrebbe vedere. Il inizia quindi a farsi di questi momenti cupi all’interno della casa, pochi ma buoni, per palpare ciò che si nasconde. Inoltre, Linda si interfaccia con una neomamma, una sua paziente che esprime tutta la sua frustrazione nel dare la vita per qualcosa che non ti ricambia nemmeno un sorriso. If I Had Legs I’d Kick You non vuole dire che la vita di una madre è completamente senza gioia, ma vuole mettere sotto i riflettori un dolore di cui non si può parlare, perché il rischio è quello di venire etichettata come cattiva madre. E anche se Linda non è un personaggio facile da amare, è un personaggio molto importante.









