“Si racconta che le scimmie generino due figli, ma che ne amino veramente soltanto uno. Lo stringono con tanta forza da soffocarlo, mentre quello trascurato riesce a sopravvivere“. È da questa crudele favola di Esopo che prende il titolo I figli della scimmia, anche se Dario, il protagonista interpretato da Riccardo Scamarcio, ha un solo figlio. Il secondo esiste unicamente nella sua immaginazione: suo nipote Giacomo. Uno è il figlio che ama, l’altro quello che avrebbe desiderato. Ma quale dei due sta realmente soffocando?
Alla premiazione della 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, l’opera prima di Tommaso Landucci si è rivelata una delle vere sorprese della sezione Orizzonti, portando a casa ben due riconoscimenti. Il primo è andato alla sceneggiatura firmata dallo stesso Landucci insieme a Damiano Femfert; il secondo ha premiato Riccardo Scamarcio per la migliore interpretazione maschile. Un doppio successo per un film capace di affrontare la disabilità, la famiglia e i sentimenti più difficili da confessare senza trasformarli in facili strumenti di commozione.
Per Scamarcio si tratta del primo riconoscimento ufficiale ricevuto alla Mostra del Cinema di Venezia come attore, dopo diverse partecipazioni rimaste senza premi. Un traguardo conquistato attraverso una prova trattenuta, costruita più sui silenzi e sugli sguardi che sulle parole. Il suo Dario ama profondamente il figlio, ma non riesce a liberarsi dall’immagine del ragazzo che avrebbe voluto crescere. È proprio dentro questa contraddizione, tanto dolorosa quanto umana, che comincia la sua educazione sentimentale come padre, di cui parliamo nella nostra recensione.
La disabilità sentimentale di un padre

È un’espressione utilizzata dallo stesso Riccardo Scamarcio in un’intervista per descrivere il conflitto di Dario. Enrico è affetto da paralisi cerebrale infantile: non parla e ha una mobilità fortemente limitata, ma comprende perfettamente ciò che accade intorno a lui. La sua condizione, però, non è il vero cuore del film. Non lo è nemmeno la fatica quotidiana del padre nel prendersi cura di lui. Landucci concentra lo sguardo su una domanda più scomoda: si può amare un figlio e desiderare che sia diverso?
Questo pensiero emerge quando Dario si avvicina a Giacomo, il figlio adolescente di suo fratello. Con lui può condividere la passione per le moto, scherzare e vivere quella complicità che la condizione di Enrico sembra impedirgli. Anche Giacomo trova nello zio una libertà che non riconosce nel proprio padre, molto più severo e controllato. Il loro rapporto diventa così sempre più esclusivo: Dario comincia a comportarsi come il padre di suo nipote, mentre Giacomo accetta volentieri di essere il ragazzo che lo zio vorrebbe crescere.
Quello che inizialmente appare come un legame affettuoso finisce quindi per alterare gli equilibri di entrambe le famiglie. Dario non vuole abbandonare Enrico né sostituirlo consapevolmente, ma usa Giacomo per costruire una versione alternativa della propria vita. Il nipote diventa lo spazio in cui riversare desideri, aspettative e occasioni mancate. È questa la sua “disabilità sentimentale”: l’incapacità di distinguere l’amore per chi gli sta accanto dal bisogno di riconoscere in lui una parte di sé.
Recitare non basta

Per costruire il rapporto con Enrico, Scamarcio ha incontrato Andrea Aggio nella sua casa prima delle riprese. Andrea, che convive realmente con una disabilità motoria e guida la carrozzina elettrica con il piede, lo ha subito preso per mano e accompagnato davanti alla televisione, dove aveva visto Svaniti nella notte. Da quel gesto, ha raccontato Scamarcio, è nato un rapporto immediatamente intimo e «senza pudori». Andrea non si è limitato a interpretare il personaggio: ha contribuito a definirlo attraverso gesti e indicazioni legati alla propria esperienza, aiutando il film a restare vicino alla realtà.
Proprio da questa relazione Scamarcio ha costruito la propria interpretazione, scegliendo insieme a Landucci una recitazione in sottrazione. Nessuna esasperazione della sofferenza, nessun tentativo di trasformare Dario in un padre esemplare. Anche il taglio di capelli a spazzola è stato, nelle sue parole, una forma di «militanza attoriale» per liberarsi della propria immagine. L’attore lascia così emergere il conflitto senza sottolinearlo, affidandolo alle cure quotidiane e ai momenti trascorsi con Andrea. Dario ama suo figlio, ma quell’amore non cancella ciò che gli manca.
È qui che questo personaggio si separa dagli altri padri interpretati da Scamarcio. In La prima luce cercava il figlio portato in Cile dalla madre, ne Il ladro di giorni tentava di recuperare un rapporto distrutto dal carcere, mentre in Tre piani (di cui potete trovare qui la nostra recensione) la paura per la figlia diventava ossessione. Dario, invece, non è lontano: rimane accanto a Enrico e se ne prende cura ogni giorno, anche se con l’incedere della trama, sembra quasi diventare un dovere più che un atto d’amore.
Ciò che resta fuori campo

La regia di Landucci segue il progressivo spostamento emotivo di Dario. Più l’uomo si avvicina a Giacomo, meno Enrico compare nel film. Quando rimane nell’inquadratura, viene spesso ripreso da lontano, di spalle o senza mostrarne chiaramente il volto. Non è il ragazzo ad allontanarsi, ma lo sguardo del padre a smettere di raggiungerlo. La distanza morale di Dario diventa così una distanza visiva, senza che il film abbia bisogno di dichiarare apertamente il cambiamento in corso.
La prova migliore di Landucci e Damiano Femfert resta però la sceneggiatura, soprattutto nella caratterizzazione di Dario. Con Enrico, l’uomo mostra quasi esclusivamente dolcezza, pazienza e protezione; con Giacomo diventa severo, esigente e talvolta persino aggressivo. Attraverso il nipote può finalmente liberare l’intero spettro del proprio istinto paterno, compresi il conflitto e l’autorità che non riesce a esercitare con suo figlio. Il rapporto con Giacomo gli permette di sentirsi un padre completo, proprio mentre comincia a perdere di vista ciò che Enrico prova.
Anche il momento in cui nasce questo bisogno è scelto con precisione. Enrico e Giacomo stanno entrando nell’adolescenza, la fase in cui una figura paterna può assumere un peso diverso. Enrico attraverserà quella crescita, ma non nelle forme che Dario aveva immaginato; Giacomo, invece, può condividere con lui esperienze, rischi e scontri. Il film non verbalizza mai questa differenza e lascia che rimanga sullo sfondo. È una scrittura che si fida dello spettatore, capace di suggerire le ragioni di Dario senza trasformarle in una giustificazione.
È stata una piacevole sorpresa scoprire un film italiano così promettente alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (anche se non è l’unico bel film che ci è capitato di vedere); e lasciatecelo dire: il premio a Riccardo Scamarcio è stato più che meritato. Se volete vedere con i vostri occhi la sua interpretazione, trovate I figli della scimmia al cinema a partire dal 17 settembre.









