I delinquenti, recensione: cercasi libertà dal carcere del lavoro

In sala sta per arrivare l’ultima fatica del regista argentino Rodrigo Moreno, I delinquenti. Attraverso un racconto lento e docile, il film porta in superficie l’ancestrale brama di libertà, attraverso un folle piano nel quale amore, natura e ricerca danzano mano nella mano.
Daniel Elìas in una scena del film I delinquenti

Il cineasta argentino Rodrigo Moreno torna sul grande schermo con I delinquenti, commedia dai toni malinconici presentata nella sezione Un Certain Regard a Cannes 76. Moreno compone un viaggio di 180 minuti alla ricerca della libertà, attraverso le vite di alcuni impiegati ingabbiati nella monotonia della loro esistenza. Per il regista la ricerca della libertà non è priva di insidie e spesso va in conflitto con gli altri, trasformandosi in un sentimento di puro egoismo dalle conseguenze dolorose per chi ti sta intorno.

Il film racconta di Roman e Moran, due impiegati di banca i cui nomi sono l’uno l’anagramma dell’altro. I due finiscono legati da un vincolo che nel corso della narrazione andrà ad evolversi in maniera sempre più viscerale. Moran, stanco della sua routine e del suo lavoro, decide di rubare il corrispettivo dello stipendio che riceverebbe da quale momento fino alla pensione. Una volta trafugato il bottino, che ha saggiamente raddoppiato per l’attuazione del suo piano, si mette in contatto con Roman. 

Il piano è semplice: mentre Moran si costituisce per il furto, la cui pena di sei anni sarebbe stata ridotta a tre per buona condotta, Roman deve nascondere il denaro. Terminata la condanna, i due potranno godersi la pensione anticipata ottenendo finalmente l’agognata libertà. Ma le loro azioni avranno conseguenze anche sui colleghi innocenti. Moreno prende chiaramente ispirazione da Apen un delincuente del connazionale Hugo Fregonese, proponendo la propria versione della storia di Josè Moran, impiegato di Buenos Aires che sottrasse una somma di denaro dalla compagnia per cui lavorava.

Essere liberi

A muovere i nostri protagonisti è il sogno, un giorno, di poter vivere liberi dalla società capitalistica e consumistica che ormai li ha imprigionati in un grigiore privo di significato. Tre anni dietro le sbarre diventano un non nulla rispetto ad altri 25 anni chiusi dentro una banca a ripetere sempre le stesse azioni giorno dopo giorno. Per ottenere la libertà bisogna perciò privarsene nel modo più assoluto. Moran finisce in galera mentre Roman, sospettato da subito di essere il complice, finisce ingabbiato nella paura di essere scoperto. 

Ma le azioni di Moran coinvolgono tutti i suoi colleghi della banca che uno ad uno iniziano a perdere quei pochi pezzetti di libertà che la società gli aveva concesso. La rottura delle catene per qualcuno mette le manette a qualcun altro. Eppure, secondo Moreno e i suoi personaggi, nessuno sarà mai libero. Non siamo prigionieri solo del lavoro (“Viviamo solo per lavorare recita Roman), “Tutti pensano di essere liberi, e non fanno altro che fissare pagine internet” afferma uno dei compagni di cella di Moran. I galeotti sono gli unici ad essere liberi dagli schermi.

Eppure, come scrisse Christopher McCandless (qui potete trovare la sua storia) prima di morire: “La felicità è reale solo quando condivisa”. L’incontro con una ragazza, che piomberà nelle vite di entrambi i protagonisti, scatenerà nei loro cuori un desiderio ancora più forte. È lei la libertà tanto ricercata, la vita che entrambi sognano di trascorrere in sua compagnia è l’unica vita libera che desiderano. Ma le cose non sono così semplici, e forse, alla fine, bisogna trovare il giusto equilibrio fra le cose. Le piccole cose, è lì che si cela la verità.

Natura e Cemento

Daniel Elìas e Margarita Molfino in una scena del film I delinquenti

Questa fuga da una dimensione di costrizione, che ricorda un certo cinema francese che Moreno non si vieta di citare, si sviluppa in due parti che dividono la pellicola. Nella prima ora e mezza ci troviamo all’interno della fredda, caotica e apatica Buenos Aires. Tutto si muove in fretta. Mentre tutti scappano a lavoro nessuno alza lo sguardo dal proprio telefonino. Le anime vengono risucchiate dalla tecnologia, che ingabbia le menti libere nella ripetitività delle loro azioni. 

Nella seconda parte ci troviamo catapultati in una natura dai colori caldi, silente e soprattutto libera. Il tempo si dilata, ogni cosa si muove con la propria calma mentre i rumori del bosco si sostituiscono alle urla e ai clacson assordanti. L’utilizzo dei dialoghi cambia. Nella seconda sezione della pellicola avviene una leggera sottrazione che sposta l’attenzione sui rumori della natura, fatta di silenzi, fruscii del vento e cinguettii degli uccelli. La regia, che ad inquadrature fisse alterna leggeri movimenti di macchina, racconta da prima i volti spenti e sconnessi dei personaggi, per poi lasciarsi andare a campi larghi che venerano la natura in tutta la sua bellezza.

Moreno vuole raccontare una dimensione bucolica per celebrare lo splendore di una natura incontaminata e rispettata. Per farlo sceglie curiosamente di portare all’interno del racconto un regista intento a girare un film che racconti ciò che Demetra presiedeva nella mitologia greca. Il cinema diventa così mezzo espressivo e rappresentativo della libertà. Un cinema che questo personaggio definisce “morto in quanto tale, ma non del tutto”. Un cinema che, insieme alla poesia, alla letteratura e le arti in generale, diventa strumento per infrangere le catene che ci imprigionano.

I delinquenti uscirà nelle sale l’11 aprile, un mese ricco di titoli tutti da scoprire. Fatevi un favore, regalatevi un “breve” ed intenso momento di libertà per scoprire questo titolo in sala. Lentamente riuscirà a rapirvi, consegnandovi fra le mani il desiderio di molti, ancora alla disperata ricerca di ciò che possa renderli liberi.

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