I Dannati, recensione: introspezione bellica nell’abisso umano

Con I Dannati, Roberto Minervini scrive una nuova pagina della sua idea di cinema. Cambiano le atmosfere, i luoghi, i presupposti e il rapporto con la macchina da presa, mantenendo immutato il desiderio di raccontare una dimensione, riflesso della nostra realtà.
Una scena tratta dal film I Dannati di Roberto Minervini

A sei anni da Che fare quando il mondo è in fiamme?, il regista Roberto Minervini torna in sala con I Dannati, pellicola presentata a Cannes nella categoria Un Certain Regard che riscrive in parte gli stilemi ai quali il regista ci ha abituati. Dopo anni trascorsi ad attenzionare il panorama documentaristico, Minervini si lancia in un’impresa fresca all’interno del suo cinema, abbracciando un ottica nel quale la finzione fa da protagonista, senza abbandonare la chiave di realtà che permea l’intera filmografia del cineasta marchigiano.

L’America, che ormai da anni offre ospitalità al regista, diviene ancora una volta lo sfondo di una storia che racconta gli ultimi, coloro abbandonati al divenire costante della vita. Questa volta, però, non ci troviamo nelle calde lande della Louisiana o del Texas, bensì nelle fredde montagne dell’Arizona. Non siamo nel presente, ma nel 1862, durante la guerra di secessione che vede il Nord contro il Sud. Una squadra di volontari prende parte ad una spedizione con lo scopo di perlustrare delle terre non ancora battute dall’esercito nordista.

Questo è quel poco che il film ha da offrire dal punto di vista della trama, decidendo, fortunatamente, di concentrarsi sui personaggi, sulle anime che pullulano il racconto e sull’ambiente che li circonda: freddo, spietato e violento. L’esigenza di etichettare qualsiasi cosa ci porta automaticamente a riconoscere nella pellicola un war movie atipico dalle ambientazioni western, nel quale però vengono completamente ribaltati gli archetipi del genere.

Chi sono I Dannati?

Il focus è tutto sui personaggi, sui loro volti invecchiati non dal tempo ma dalle circostanze, sulle mani lerce occupate da fucili o pistole, sui loro capelli incolti e la barba crespa. Tra chi può vantare un’esperienza matura e chi invece è “troppo giovane per votare ma non per morire, come recita la scritta incisa su uno zippo di un soldato americano durante la guerra in Vietnam. Attraverso una lente specifica, la cinepresa si concentra unicamente sul singolo, sfruttando la poca profondità di campo che distorce tutto ciò che vi è oltre i nostri protagonisti.

Loro sono il centro del racconto. I soldati affrontano l’irruento cammino interrogandosi sull’eterna lotta tra bene e male, mettendo in discussione le loro gesta da soldati, ribaltando completamente i canoni dei film di guerra, senza inneggiare al conflitto, al patriottismo e ad un distorto senso di giustizia. Loro non sono soldati addestrati al conflitto, sono persone comuni che parlano di cose comuni, inconsci di cosa li spinga a portare avanti una causa che non riescono a comprendere fino in fondo. Si compone un gruppo di personaggi maschili che scardinano lo stereotipo machista del soldato forte, coraggioso e determinato. 

In mezzo ad uno splendido paesaggio innevato, tra fitte boscaglie e una fauna che si muove parallela a loro, i nostri personaggi combattono una guerra all’esterno quanto all’interno. Ma i fronti sono due. Chi si trova dall’altro lato? La risposta ovvia la fornisce direttamente la storia, ma rispettando la chiave di lettura del lungometraggio, Minervini decide di “mostrare” un nemico invisibile, che passa sullo sfondo, sfocato nell’inquadratura e percepito solo attraverso gli spari. Esiste un equilibrio simmetrico tra i nostri protagonisti e i loro rivali, l’umanità e la guerra si scontrano da entrambe le parti, ricordandoci che non importa il colore della giubba.

Uno sguardo nel futuro attraverso il passato

Una scena tratta dal film I Dannati

Forse non è un caso che I Dannati abbia raggiunto le sale poco dopo Civil War, di cui qui trovate la nostra recensione. Il film di Minervini, attraverso il passato, pone l’attenzione su una realtà futura che anche Garland ha cercato di interpretare con il suo film. Il cineasta italiano vuole essere meno didascalico, sfruttando un comparto sonoro d’impatto che ci permette di viaggiare nel tempo. Le armi in scena si trasformano nel corso delle battaglia, partendo da uno sparo identico a quello dei moschetti dell’epoca, per poi tramutarsi piano piano nel suono tipico delle armi odierne. 

Il film acquisisce un tono universale, che attraversa le epoche e pone l’attenzione su un inquietudine contemporanea. Un’angoscia che vale tanto per il mondo quanto singolarmente per gli Stati Uniti, prossimi alle nuove elezioni. I Dannati si permea di un’atmosfera religiosa, presa direttamente da Ferma il tuo cuore in affanno, terzo lungometraggio del regista che condivide non solo alcuni interpreti con I Dannati, ma anche la chiave religiosa, qui mostrata attraverso i soldati più giovani che si interrogano sulla guerra attraverso le parole della Bibbia. 

I Dannati  si mostra come un grande ritorno per Minervini, attraverso un racconto innovativo per il regista, che non vuole abbandonare il suo passato da documentarista, mettendo a frutto la sua esperienza per portare in sala una nuova visione all’interno del suo cinema. Un film che pone l’attenzione sull’uomo e che sfrutta la guerra per raccontare e raccontarsi, lasciando spazio anche ad una riflessione sulla contemporaneità e sul futuro di cui tutti saremo protagonisti. Il film è attualmente in sala e presto verrà raggiunto dagli altri titoli in uscita a maggio 2024.

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