Gods of Egypt, la recensione: quando un flop diventa una vittoria

Gods of Egypt è l’epico fantasy basato sulla mitologia egizia, diretto nel 2016 da Alex Proyas. L’uscita del film fu circondata da moltissime polemiche e gli incassi al botteghino ne furono un riflesso. A distanza di anni, è forse il caso di rivalutare Gods of Egypt? Scopritelo nella nostra recensione!
Élodie Yung (Hator), Nikolaj Coster-Waldau (Horus), Gerard Butler (Set), Courtney Eaton (Zaya) e Brenton Thwaites (Bek) nel poster del film Gods of Egypt

Oggi, 17 dicembre 2023, arriva su Infinity+ Gods of Egypt, film del 2016 di Alex Proyas (Il corvo – The Crow, Io, Robot) liberamente ispirato alla mitologia egizia. Molti di voi avranno già sentito nominare questo film, probabilmente per la sua pessima reputazione. Gods of Egypt fu una vera e propria catastrofe. Prima ancora dell’uscita in sala, vi furono enormi polemiche sul casting, che obbligarono la Lionsgate e Proyas a rilasciare delle scuse anticipate. Poi arrivò il flop al botteghino: su un budget di 140 milioni di dollari, il film ne guadagnò appena 150. La Lionsgate perse 90 milioni di dollari. La critica massacrò la pellicola, le cinque nominations (seppur nessuna vittoria) ai Razzie Awards furono poco più che la ciliegina sulla torta.

Eppure, nel 2023, ricordiamo Gods of Egypt con un sorriso e anzi brindiamo al suo insuccesso, non con meschinità da avvoltoi pronti a cibarsi di vecchie carcasse, ma attribuendo un nuovo significato al destino infausto della pellicola. È arrivato il momento di disseppellire i resti di Gods of Egypt, dargli una spolverata e, perché no, persino rivalutarli. Non vi resta che continuare a leggere per scoprire il perché.

C’era una volta, in un regno lontano lontano…

Una calda voce narrante ci proietta nel mondo di Gods of Egypt, in un’epoca remota in cui uomini e dei vivevano nello stesso regno, fianco a fianco – si fa dire, dato che qui gli dei sono dei giganti rispetto agli umani, quindi è un po’ più fianco a ginocchio. La storia è vecchia come il cucco: il dio Osiride vuole passare il regno dell’Egitto al figlio Horus, ma ecco che arriva Seth, fratello di Osiride, che usurpa il trono, uccidendo il fratello e strappando al nipote gli occhi, fonte della sua forza. Seth diventa tiranno d’Egitto e impone che gli spiriti dei morti possano trapassare all’aldilà solo se potranno fornire ad Anubis, dio della morte, dei beni preziosi che possedevano in vita.

Il principio è il contrario del detto cristiano sul cammello nella cruna dell’ago e il ricco in paradiso: qui, il posto nell’oltretomba, lo devi pagare a peso d’oro. Parallelamente alle vicende degli dei, si svolgono quelle degli uomini. ll ladruncolo Bek e la bella Zaya sono innamorati, ma costretti a una vita di schiavitù sotto il regno di Seth. Zaya, devotissima agli dei, chiede a Bek di rubare gli occhi di Horus dal deposito reale, così da restituirli al dio che potrà riprendersi il regno e liberare i suoi sudditi. Bek non ha fiducia negli dei, il suo unico nume è la sua amata, e per lei si lancerà in un’impresa a dir poco impossibile.

Pregi, prestiti e difetti

Brenton Thwaites e Nikolaj Coster-Waldau in una scena del film Gods of Egypt

Gods of Egypt è un film, non un documentario; aspettarsi la semplificazione di una tradizione religiosa millenaria è d’obbligo. Premesso ciò, qui l’accuratezza storica è al livello Ridley Scott con Napoleon. L’Egitto è un espediente, una patina dorata e anticheggiante che si adagia su un action fantasy che potrebbe essere ambientato in qualunque epoca. Non è detto, però, che questa base fantasy atemporale sia per forza da buttare.

Proyas ha più di un debito da saldare in quanto a ispirazioni. L’idea di base riprende Scontro tra titani, che si rifaceva sempre a un impianto mitologico, ma greco-romano. Le (tante, ma proprio tante) scene d’azione ricordano, anche per l’uso abbondante di computer grafica, le cut-scene di un videogioco stile Prince of Persia. Quello di Gods of Egypt è un mondo tutto in CGI, non peggiore di quella che ci è capitato di incontrare in qualche recente blockbuster, ma che, come tutti i film usciti dal 2009 in poi, è condannata a subire il confronto col primo Avatar. Il dibattito serrato tra Seth e Ra conserva forse la memoria di quello tra Loki e Odino nel primo Thor della Marvel.

La sceneggiatura strappa un po’ di risate e, sorprendentemente, regala qualche momento di grande tenerezza, seppur prevedibile in un intreccio molto canonico. I personaggi femminili vestono i risultati di una ricerca su Amazon per “costume Halloween Cleopatra sexy”, ma si dimostrano più di semplici donzelle in difficoltà, capaci di intelligenza, coraggio, spirito di sacrificio e genuino altruismo. Due ore e dieci di cui almeno 40 minuti passati in combattimenti non sempre molto chiari invocano, dal monte Olimpo, qualche sbadiglio di Morfeo, ma ci pensano le frizzanti one-liner dei protagonisti a tenerli alla larga. In conclusione, Gods of Egypt non sarà una gemma degna di un faraone, ma l’ira funesta della critica all’indomani dell’uscita in sala è stata forse eccessiva.

Tintarella di luna

Courtney Eaton e Brenton Thwaites in una scena del film Gods of Egypt

Se Gods of Egypt è, tutto sommato, un fantasy senza infamia e senza gloria, perché è stato così massacrato? Bisogna tornare indietro a quelle polemiche sul casting di cui facevamo cenno all’inizio. Tra gli interpreti dei personaggi principali, troviamo: Nikolaj Coster-Waldau, Brenton Thwaites, Chadwick Boseman, Élodie Yung, Courtney Eaton, Gerard Butler, Geoffrey Rush, Bryan Brown e Rufus Sewell. Boseman a parte, non vi sembrano tutti un po’…palliducci per vestire i panni degli antichi egizi? Gods of Egypt è, purtroppo, un ottimo esempio di una pratica tristemente comune (e molto antica) nell’industria cinematografica e televisiva: il whitewashing.

Si tratta dell’assegnare ad attori caucasici personaggi di un’etnia differente per assecondare i gusti del grande pubblico, privando molte persone non-bianche di ruoli che spetterebbero loro di diritto. Proyas si trovò a fronteggiare un j’accuse di pubblico e critica, ma non senza ragioni. Soltanto l’anno prima, nel 2015, Exodus – Dei e re di Ridely Scott aveva sollevato simili polemiche: la questione whitewashing era ancora calda e quella di Proyas appariva deliberata indifferenza di fronte a un problema di discriminazione e razzismo. Il suo pubblico mea culpa fu presto eclissato da un’appendice su come combattere il whitewashing fosse importante, ma Gods of Egypt non era il film adatto per farlo. Quello adatto è sempre il prossimo, specialmente se di un altro.

Si alza il vento

Brenton Thwaites e Nikolaj Coster-Waldau in una scena del film Gods of Egypt

Il fallimento critico e commerciale di Gods of Egypt, quindi, non va ricercato solo in qualche forzatura di trama o lungaggine di sceneggiatura, va anche considerato come una risposta di un pubblico più consapevole di fronte a un problema, in questo caso di natura discriminatoria. Con Gods of Egypt non si chiude la storia del whitewashing ad Hollywood, ma il suo boicottaggio è stato segno che il vento stava cambiando e al cinema toccava cambiare con lui.

Da poco, nella sale, è stato rilasciato The Marvels, ad oggi ultimo tassello dell’MCU e un disastro su tutta la linea, stando ai numeri. Negli ultimi anni, casa Marvel ha sfornato pellicole sempre peggio recepite, per cui il flop di The Marvels si inserirebbe con coerenza in una parabola discendente. Ma questa volta, Bob Iger in persona si è sentito in dovere di rassicurare il pubblico: “Da oggi, meno quantità, più qualità”. Detta così sembra una battuta di Boris, ma la presenza di questo intervento indica che la Disney non può più far finta di nulla di fronte al malcontento di pubblico e critica. Se vuole tornare a riempirsi le tasche, le toccherà rimboccarsi le maniche, la lealtà dei fedelissimi ai vari franchise non basta più. Lo sentite? Il vento sta cambiando ancora.

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