Ferrari, recensione: Michael Mann morde l’asfalto di Venezia 80

Dopo otto anni di assenza dallo schermo, Ferrari riporta Michael Mann ai fasti della sua regia: incalzante, variegata, raramente di troppo. Anche se schiva per un soffio, e un po’ forse si macchia di un problema che fu di House of Gucci. Qui la recensione, più che positiva, da Venezia 80.
Ferrari, recensione: Michael Mann morde l'asfalto di Venezia 80

Ferrari arriva sfrecciando sul red carpet rosso fuoco, rosso cavallino, di Venezia 80. Riporta Michael Mann su grande schermo dal lontano 2015, più infiammato che mai in fatto di regia, ma non solo quella. Un film che a sentire in giro, nei dintorni del red carpet, non ha convinto tutti, ben pochi in realtà. Ma ha senz’altro colpito chi scrive questa recensione, pur avendogli fatto stringere i denti alle curve più infide, più scivolose. E anche se un po’, a dirla tutta, le prende troppo strette in partenza e a tratti sbanda. Ma al volante, non ci scordiamo, c’è sempre un Michael Mann. E il controllo si riprende. L’asfalto brucia. E Ferrari brilla sul podio della prima due giorni di questo Festival di Venezia.

Ferrari come Le Mans ’66

Reminescenze, inaspettate, di Le Mans ’66. Storia di corse, sì, ma non solo film sportivo, dichiaratamente biopic invece, privato e collettivo, nelle camere da letto e sulle piste da corsa: storia di motori, piuttosto. E di come siano stati creati, oltreché fatti rombare. E di quanto sangue sia stato versato per essi, e di quante lacrime fra le mura di casa. Ferrari di Michael Mann racconta la storia del suo capostipite, Enzo, a partire dal ’57 fino al suo definitivo galoppo. 

Racconta di un momento di stallo, in cui il personaggio interpretato da Adam Driver produce più macchine di quante se ne possa permettere, forse perché investe troppo sulle iscrizioni, partecipazioni e scienza e sviluppo nel settore corse, perché è stato un pilota a sua volta e perché le vede formidabile strumento di promozione e, quindi, vendita. Però Maserati incalza, le corse non si vincono né le vendite bastano. Enzo Ferrari è quasi in bancarotta, con un matrimonio fallito alle spalle, una seconda famiglia in una casa segreta e una pila di cadaveri sempre crescenti, i suoi piloti, che si ammonticchiano sull’asfalto e pesano sempre di più sulle sue colpe. 

Un Ferrari che non ci viene risparmiato. Che ha “accettato”, molto cinicamente, che per fare questo lavoro si accetterà la morte di svariati piloti. E si sarà disposti, neanche il tempo di mezzo contagiri, di ingaggiarne subito di nuovi. Ferrari non è affatto un biopic celebrativo: o meglio, che celebra la “resilienza” – ché infatti, che brutta parola – di uno contro tutti. Ma la sua sufficienza, di fronte alla morte di tanti. Ora una corsa può risollevarlo, ma costarne altrettanti: la Mille Miglia, come Le Mans fu per la Ford nel biopic con Christian Bale.

Ferrari come House of Gucci

Adam driver è Enzo Ferrari

E non è un caso che Mann volesse proprio Bale, ora dietro il volante avversario rispetto al film del 2019 diretto da James Mangold, come prima scelta nel ruolo protagonista. E il fatto che alla fine il ruolo sia stato di Adam Driver – che non sfigura affatto, s’intenda, neanche sotto tutto a quel trucco – ci riporta immediatamente alla mente quello scandalo di accenti e direzione attori che fu House of Gucci, scelta criminale. In che senso. Nel senso che gli americani da mezzo secolo fanno film sparsi e ambientati in ogni parte del mondo. E in ognuno di questi il cast, americano, recita in americano

È un contratto non scritto, li vediamo e lì accettiamo così, subentra la sospensione di credulità: il fatto cioè che un personaggio italiano parli in americano con sua moglie, poi vada a comprare le sigarette e, rivolgendosi al tabaccaio di Modena in americano, si veda rispondere nella stessa lingua. Quello che non si accetta, invece, sono operazioni come House of Gucci, dove non si capisce perché, d’improvviso, il più delle volte stranamente quando l’ambientazione è l’Italia, ai protagonisti venga richiesto di parlare un italo-americano che non si capisce se da attribuire a un turista americano in Italia, o un italiano che non ha mai imparato a parlare davvero l’inglese. 

Ecco, in House of Gucci quelle interpretazioni – si veda bene, su richiesta volontaria (e per questo criminale) di Ridley Scott – erano tanto accentuate da poter distruggere un film. Qui, forse, per fortuna, no. Forse perché l’accento è più blando e interi monologhi sono pronunciati, grazie a Dio, con pieno accento americano. E forse perché a salvare la situazione c’è un copione e, soprattutto, una regia, che riescono a salvare la situazione. Insomma, Ferrari è un film che si è arrischiato a sbattere a tanto così da un House of Gucci, un po’ si è sverniciato la fiancata contro quel guardrail, ma è riuscito a riprendere il controllo su strada per tempo.

Domenica in chiesa, lunedì a 100 all’ora

Una scena di Ferrari
Una scena di Ferrari

ll controllo su strada: la regia. Questa regia, piace dirlo, di uno che non dimostra 80 anni. Ricca, variegata, incalzante: ma mai esagerata, mai un piglio di troppo. È una goduria, su strada e nelle stanze da letto. Ma Ferrari non è solo un film di buona regia. Ci si spinge forse contro l’opinione comune, qui a Venezia 80, nello scrivere che Ferrariè anche un film di scene, di sequenze, di giustapposizioni di montaggio, di battute e asserzioni che strappano un sorriso.

Battute della serie: “If a mother got involved, death usually follows“. Che tradotta in italiano non suonerebbe altrettanto bene: ecco perché gli sceneggiati americani, è bene che restino con l’accento di provenienza. Di battute così, Ferrari ne ha anche altre. Ma di scene. Di scene. Come quando Ferrari va a messa la domenica per far piacere ai metalmeccanici sul suo libro paga, ma la passa a cronometrare l’avversario Maserati che batte il suo record, nel frattempo, su pista, dall’altra parte della città. Perché i motori, l’asfalto, il contagiri, vanno a comporre il culto di una nuova religione. Perché la domenica si vince e il lunedì si vende. Domenica in chiesa, lunedì all’inferno.

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