Fallout, recensione: la bona, il brutto e i cattivoni della Vault-Tec

Tanta nostalgia, tante radiazioni, tante canzoni anni ’40 e ’50 sullo sfondo di un mondo post-atomico che ha fatto della fine del mondo, prodotto del capitalismo. La serie di Fallout coglie perfettamente il tono dark-comedy che fu dei videogiochi.
Il poster della serie tv Fallout

Che paura, la fine del mondo! E che paura recensire una serie come Fallout, dopo tanto tempo ad aspettarla, per bocca di uno poi che di videogiochi non può dirsi così esperto, ma che in Fallout ha sempre trovato una casa in cui tornare e ritornare. Perché al di là di tutto, che siate o meno videogiocatori, Fallout ha sempre potuto contare su un immaginario estetico, fra atompunk e retrofutirustico, fra robot domestici a fusione e canzoni anni ’40 e ’50, fra i più divertenti di sempre. E come ucronia, e come distopia, non ha rivali né in cinema né il letteratura forse. Un adattamento cinematografico o seriale, insomma, lo sognavamo da sempre: era già tutto lì.

Ma possono Jonathan Nolan e Lisa Joy, la coppia già dietro un piccolo capolavoro come Westworld (almeno il Westworld della primissima stagione), essere riusciti nell’impresa? Contro tutte le reticenze iniziali, perché sui primi episodi abbiamo fatto un po’ di fatica, ci sentiamo di dire sì. Fallout è una serie cui va dato il beneficio del dubbio episodio dopo episodio: dubbiosi a primo impatto, otto episodi dopo ci ripensiamo col sorriso.

Ai fan del gioco potrà piacere molto come l’opposto, le fanbase sono imprevedibili ed è sempre meglio non prestarci troppo il fianco. Ai profani invece, Nolan e Joy hanno regalato un viaggio che può intrigare anche solo per i misteri e le scoperte costruite intorno all’intreccio. Chissà che fra questi, qualcuno, non si convinca ad approfondire questo capolavoro di universo narrativo. Nel frattempo, ci scusino se diamo per scontati alcuni dei suoi pilastri. Qui potete leggere tutto quello che c’è da sapere su Fallout per prepararvi alla visione.

La bona, il brutto e l’uomo d’acciaio

La prima stagione di Fallout gira tutta intorno a tre protagonisti, oltre 200 anni dopo quella guerra nucleare fra Cina e Stati Uniti che distrusse il mondo nel 2077. Lucy è la giovane e un po’ ninfomane abitante del Vault 33, uno dei bunker antiatomici costruiti in tutti gli USA per salvare (apparentemente) una minima porzione di umanità. In più di 200 anni, il bunker non è mai stato aperto e vive in pace fin quando il padre di Lucy – graditissimo Kyle MacLachlan di Twin Peaks – non viene rapito da un gruppo di Predoni della superficie e portato via.

Lucy esce allo scoperto e qui fa la conoscenza di Maximus, aspirante scudiero di quei fascisti militarizzati della Confraternita d’Acciaio, gente con le Armature Atomiche e un cazzutissimo esercito, gente per cui non ti dispiacerebbe parteggiare insomma, in un mondo distrutto, non fossero dei fascisti atomici. E poi c’è un terzo, il bruttissimo, un Ghoul – diciamo che sono degli zombie irradiati e plurisecolari – che non ha mai fatto a tempo a raggiungere un bunker.

Qualcuno che prima della guerra conoscevano un po’ tutti, qualcuno la cui storia e il cui stesso volto (almeno, prima di diventare così brutto e marcescente dalle care vecchie radiazioni) erano legati a doppio filo a quelli della Vault-Tec, l’inquietante azienda che progettò i bunker. Là, dove tutto è cominciato. A buon videogiocatore, poche parole; gli altri scopriranno solo vedendo.

La Viandante, il Ghoul e il Confratello d’Acciaio. Destinazione? Duecentomila tappi di Nuka Cola. E una testa. Ma non una testa qualunque. Una di quelle in grado di salvare il mondo. O distruggerlo di nuovo. Non che ne sia rimasto granché.

Dalla commedia grottesca

Walton Goggins in una scena della serie Fallout

A chi non conosce Fallout, tutto questo sembrerà molto assurdo, grottesco, quasi dark-umoristico. A chi lo conosce invece, farà piacere sapere che proprio nella volontà di partire come una commedia, Nolan e Joy hanno ben incapsulato proprio quel tono da commedia grottesca che è sempre stato di Fallout. Forse giocandoci non ce ne accorgevamo, ma questa è la migliore scelta di genere che si potesse fare al momento di un adattamento tanto complesso.

Tutto è molto fumettoso, ma quantomeno non posticcio: le armature T-60, vi farà piacere sapere, sono figlie di effetti speciali fisici. Tutto è fisico e all’inizio un po’ respingente, un po’ giocattolone economico, contando quanto è costato il tutto. Ma anche qui, lo stile da pubblicità Anni ’50 tutta pulita e falsissima rispecchia il tono di Fallout, se ci pensate bene.

Per il resto i primi episodi di Fallout giocano molto di nostalgia, citando quell’infinito insieme di prodotti di consumo pre-bellici, Pip-Boy, rivestimenti temprati per armature, creature e brani provenienti dai vecchi videogiochi con qualche gradita aggiunta (un po’ di Johnny Cash, che non fa mai male). Un po’ didascalico all’inizio, un po’ come quei tutorial che i videogiocatori veterani saltano a piè pari; ma la lacrimuccia te la strappano comunque.

E infine la capacità di Fallout di rispettare la promessa fatta da Nolan, Joy e Todd Howard di Bethesda, che corrisponde poi alla premessa di ogni nuovo capitolo del videogioco: creare una storia che non contraddicesse l’universo narrativo, ma raccontasse tante cose nuove, arricchendolo. Questo è sempre stato ogni nuovo capitolo di Fallout e in virtù di questo ha sempre espanso un immaginario americano di per sé inesauribile, anche a seconda delle zone d’ambientazione: tutta la cultura indipendentista a Boston (Fallout 4), quella antigovernativa e complottista della Virginia (Fallout 76). Qui siamo più vicini a New Vegas, perché siamo a Hollywood, e infatti il tono è gustosamente western. Fantawestern insomma, in cui Nolan-Joy sono maestri, Westworld insegna.

Alla Grande Storia di Fallout

Una scena della serie Fallout

Ma tutto questo vale, come detto, per i primi episodi. Perché più ci si addentra più Fallout riesce a costruire un intreccio che si fa sempre più inquietante, gore e che non rinuncia a teste scoppiate o peggio. Che forse farà paradossalmente più gola a chi, degli sporchi affari della Vault-Tec non ne sa niente, o una parola come “Enclave” non l’ha mai sentita. Capitolo più avanzato di qualunque videogioco in termini di timeline, la serie di Fallout promette di rispondere, di tirare le fila di questioni, di dare il via a quello scontro finale che noi credevamo chiuso da Fallout 3 e che invece aspettava solo la resa dei conti definitiva.

La sottotrama più interessante è quella dei Vault. Il personaggio più divertente quello del Ghoul, interpretato da un azzeccatissimo Walton Goggins (The Hateful Eight). Ma alle domande più inquietanti, Fallout risponde soprattutto nei flashback, di cui fa uso generoso rispetto a quanto mai avvenuto nei videogiochi. Come quando dice che: “Siamo tutti prodotti, la fine del mondo è un prodotto“, e forse enuclea definitivamente tutto il senso di quell’immaginario pubblicitar-satirico che è sempre stato di Fallout, e il senso della critica sull’America che da questo voleva far scaturire. Ed è fottutamente inquietante, anche per chi invece una parola come Enclave la conosce bene.

Insomma, quando deve rispondere a domande serie, la serie lo fa molto bene. Per il resto sì, è un mondo pastrucchiato, sgarrupato, pieno di buchi e rattoppato, rugginoso alle volte e fin troppo deterso nelle altre (del livello Detergente Abraxo). Ma è un nuovo, grande mondo. E se è così imperfetto, è perché stiamo finalmente provando a ricostruirlo tutti insieme.

Nell’attesa di riuscirci, bentornati a casa.

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